Omicidio di Fabio Ravasio, no al rito abbreviato per Fabio Lavezzo
La richiesta è stata formulata dalla difesa dopo che la contestazione a carico di Lavezzo è passata da concorso morale a concorso morale e materiale in omicidio
No al rito abbreviato per Fabio Lavezzo, tra gli otto imputati a processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che l’uomo fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago.
La richiesta è stata formulata dalla difesa dopo che all’udienza del 9 marzo scorso era cambiato il quadro accusatorio a carico dell’uomo, che secondo la ricostruzione degli inquirenti avrebbe fatto da “palo” per l’omicidio: dalla contestazione di concorso morale in omicidio, infatti, la Procura della Repubblica è passata a quella di concorso morale e materiale. Alla base dell’istanza, per i legali di Lavezzo c’è l’istruttoria dibattimentale fin qui portata avanti nel corso del processo, che consentirebbe di «escludere aggravante della premeditazione».
Di segno diametralmente opposto la posizione del pubblico ministero che ha coordinato l’inchiesta, Ciro Caramore, e delle parti civili, che si sono opposte alla richiesta ritenendola inammissibile proprio sul presupposto che all’uomo viene contestata la premeditazione, che il dibattimento non avrebbe «in alcun modo escluso». E in questa direzione è andata anche dalla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), che ha respinto la richiesta di rito abbreviato ritenendola inammissibile.
Proprio sulla posizione di Fabio Lavezzo, peraltro, si sono concentrate nell’udienza di lunedì 20 aprile le testimonianze del fratello di Fabio Oliva, un altro degli imputati chiamati a rispondere dell’omicidio di Fabio Ravasio, e della sua compagna. I due hanno riferito in aula di aver incrociato quel 9 agosto, in prossimità del cimitero di Casorezzo, un furgone bianco in uno spiazzo a bordo strada con il cofano aperto, intorno al quale si muoveva un persona «ben piazzata, senza capelli, con un tatuaggio sul polpaccio», che avrebbero superato senza necessità di spostarsi nella corsia opposta di marcia.
In aula anche un consulente chiamato in causa dalla difesa di Lavezzo, che ha escluso, in base ad una serie di valutazioni sui rilievi effettuati, sui possibili percorsi e sulla dinamica dell’impatto, la presenza di un “palo” che abbia dato un segnale. Per il tecnico, viste le dimensioni del furgone e quelle dello spiazzo erboso dove sarebbe stato avvistato il furgone, non sarebbe stato nemmeno possibile, incrociando, il furgone proseguire la marcia senza invadere la corsia opposta. Ricostruzioni fortemente contestate dalla Procura, che ha evidenziato tutta una serie di elementi emersi dalle indagini che non sono stati presi in considerazione dai consulenti.










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