Benedito “burattino della madre”, la “povertà emotiva” di Trifone. Le arringhe delle difese per l’omicidio Ravasio
Lunedì 11 maggio la Corte d’Assise di Busto Arsizio ha ascoltato le arringhe delle difese di cinque degli otto imputati a processo per l'omicidio di Fabio Ravasio
Le difese hanno chiesto l’assoluzione per Mohamed Dahibi e il minimo della pena per Fabio Oliva, Marcello Trifone, Igor Benedito e Mirko Piazza per l’omicidio di Fabio Ravasio, 52enne di Parabiago ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga. Dopo la requisitoria del pubblico ministero Ciro Caramore e le conclusioni dei legali di parte civile, lunedì 11 maggio la Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari) ha ascoltato le arringhe delle difese di cinque degli otto imputati a processo per il delitto.
Il “ruolo marginale” di Fabio Oliva
A partire da quella dei legali di Fabio Oliva, che hanno sottolineato come il loro assistito non abbia mai «cercato di passare per manipolato o per incapace» e si sia assunto «fin da subito le proprie responsabilità», ribadendone però a più riprese il ruolo «marginale». Secondo i suoi legali, il meccanico che ha rimesso in moto l’auto con cui è stato ucciso Fabio Ravasio non avrebbe preso sul serio le parole di Adilma Pereira Carneiro, la cosiddetta “mantide”, quando la donna ha richiesto il suo intervento sul mezzo parlando dell’omicidio dell’allora compagno: Oliva, infatti, avrebbe pensato «ad una battuta» salvo poi scoprire tutto «a fatto compiuto».
«Non c’è un Oliva che si nasconde, ma un Oliva marginale», hanno sottolineato i suoi avvocati, ribadendo a più riprese che «si è assunto le sue responsabilità, ha chiesto perdono ed è stato disponibile a qualsiasi genere di domande», ha «confessato tutto al primo interrogatorio» e non ha mai tenuto «un atteggiamento di fuga rispetto alle vicende o di copertura, perché nella sua testa non c’era volontà di fornire un contributo a quello che è successo».
Igor Benedito “burattino nella mani della madre”
Per Igor Benedito, invece, la difesa si è concentrata sul rapporto con la madre, sottolineando a più riprese come il figlio della “mantide” sia stato coinvolto nel piano omicidiario solo il giorno prima del delitto, quando inizialmente ha inizialmente rifiutato di guidare il mezzo che ha messo fine alla vita di Fabio Ravasio sulla provinciale tra Parabiago e Busto Garolfo. Per i suoi legali, l’uomo avrebbe ceduto alle richieste della madre solo il giorno stesso dell’omicidio, di fronte alla minaccia di lei di «escluderlo dalla famiglia allontanandolo definitivamente dai fratelli».
Descritto in aula come «problematico, con una storia personale molto pesante e incidente sullo sviluppo della sua personalità» e «totalmente passivo, come se fosse un mezzo nelle mani di altri per commettere un reato», i suoi legali gli hanno attribuito un «atteggiamento interiore esitante e totalmente incompatibile con la premeditazione», e proprio in questa chiave si spiegherebbe, secondo l’ipotesi difensiva, la scelta di affiancargli Marcello Trifone sull’auto che ha investito Ravasio.
Sarebbero state le pressioni della madre, secondo la tesi difensiva, a innescare «quel refrain patogeno e ricattatorio» che la donna ha sempre utilizzato con il figlio, una «catena» da cui Benedito si sarebbe liberato solo il carcere, quando si è trovato di fronte alle conseguenze del suo gesto e al tentativo della “mantide” di «manipolare la sua difesa». Un quadro che per i legali dell’uomo escluderebbe le aggravanti contestate, su tutte la premeditazione, ma porterebbe anche a ritenere sussistente la seminfermità, nonostante la perizia disposta dalla Corte d’Assise abbia escluso vizi di mente. «Si è sentito un burattino nella mani della madre», hanno concluso i suoi legali.
La “povertà cognitiva, emotiva ed affettiva” di Marcello Trifone
Conclusioni di fatto analoghe a quelle portate in aula dalla difesa di Marcello Trifone, che ha evidenziato non solo la «sporadicità degli incontri» preparatori dell’omicidio, ma anche la «conoscenza assolutamente parziale» dell’imputato, che spesso veniva anche «lasciato fuori dall’abitazione», del contenuto delle discussioni.
La difesa di Trifone, peraltro, in aula ha anche ricordato come gli fosse stata «promessa la fossa» in caso di mancata partecipazione al delitto e si è soffermato sullo «stato mentale di Trifone» e sulla sua «situazione psichica», descrivendolo come un uomo che «ha necessità di avere sempre un punto di riferimento» e parlando di «povertà cognitiva, emotiva e affettiva», richiamandone anche i «tentativi di rimanere agganciato alla figura» di Adilma Pereira Carneiro, che tuttora lui definisce sua moglie.
Mirko Piazza
Sulla stessa linea la difesa di Mirko Piazza, che ha evidenziato come l’uomo «non partecipava in nulla alle decisioni, allo studio delle opportunità, all’organizzazione» e come avesse «rifiutato di guidare» l’auto che ha investito Fabio Ravasio, circostanza che attribuirebbe per la sua legale «quantomeno un minor disvalore alla condotta» dell’uomo rispetto a quelle degli imputati che invece «accetteranno di guidare o stare sulla macchina».
La difesa, inoltre, si è soffermata sulla dipendenza economica ed affettiva di Piazza da Massimo Ferretti e sulla circostanza che «in certe occasioni non gli piacesse fare cose chieste di Ferretti», che però faceva comunque per il «senso di profonda amicizia» che lo legava all’uomo. L’avvocato di Piazza, peraltro, ha anche smentito i tentennamenti nel ricordare i fatti evidenziati dalla Procura nella requisitoria, riconducendoli in soldoni alle difficoltà cognitive dell’imputato.
Mohamed Dahibi e le dichiarazioni di Ferretti per “alleggerire il suo ruolo”
Mohamed Dahibi, invece, secondo quanto prospettato in aula dalla sua legale non avrebbe avuto nulla a che fare con l’omicidio. La difesa di “Blanco”, che ha più riprese e anche con parole dure ha contestato la descrizione dell’imputato tracciata dalla Procura durante la requisitoria, ha messo pesantemente in discussione le dichiarazioni degli altri imputato («Tutti dicono qualcosa e il contrario di qualcosa, tutti hanno cercato di attaccare l’altro per scriminare sé stessi»), soprattutto quelle di Massimo Ferretti, amante della “mantide” ai tempi dell’omicidio.
Ferretti, infatti, secondo la legale di Blanco, avrebbe cercato di «alleggerire il suo suo ruolo attribuendo a Dahibi cose che ha fatto lui», come la ricerca di un killer per Ravasio. Non solo: per la difesa il ruolo idealmente assegnato a “Blanco”, ovvero quello di bloccare la strada fingendo un malore, «sarebbe stato del tutto inutile» vista la distanza del punto dell’ipotetica simulazione dal luogo dell’incidente e da quello in cui Lavezzo avrebbe dovuto occupare la strada con il proprio furgone e la presenza di diverse strade di immissione lungo il tragitto.
La sua unica “colpa”, secondo quanto ricostruito in aula dalla sua legale, sarebbe stata quella di aiutare ad occultare l’auto usata nell’incidente, senza sapere del suo utilizzo per l’omicidio e con l’obiettivo di «aiutare le persone che lo aiutavano, senza volontà di coprire tracce o aiutare gli autori del crimine». Anche le condizioni mentali di Dahibi (che non è stato sottoposto a perizia, ndr), infine, secondo la difesa, sarebbero «viziate».










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