Stefano Nazzi porta il rapimento di Cristina Mazzotti al Galleria di Legnano con “Indagini Live”
Il giornalista del «Post», autore dei podcast di successo «Indagini» e «Altre indagini», è stato accolto da una sala piena e in attesa di ascoltarlo. La recensione dello spettacolo
L’applauso iniziale mette subito in chiaro le cose: per Stefano Nazzi è un saluto caloroso e un attestato di stima profonda. Così come in tutte le date del tour «Indagini live 2026», anche il 9 maggio al Teatro Galleria di Legnano il giornalista del «Post», autore dei podcast di successo «Indagini» e «Altre indagini», è stato accolto da una sala piena e in attesa di ascoltarlo. Un successo che conferma quello già ottenuto nelle tournée del 2024 sul caso del Circeo e del 2025 sul mostro di Firenze, che hanno totalizzato oltre 90mila presenze.
E Nazzi restituisce il favore del pubblico con una narrazione inedita, nel suo stile consueto: voce calma, precisa, rigorosa, per un racconto approfondito ma sempre chiaro e oggettivo. Un racconto che si prende il tempo necessario per essere seguito e compreso e lascia spazio al pubblico anche per riflettere, senza cedere mai al sensazionalismo.

«Indagini Live 2026» analizza una brutta pagina della storia del nostro Paese: trent’anni di rapimenti, dal 1969 al 1998, durante i quali sono state sequestrate 694 persone, e tra loro anche 30 bambini. Il tema emerge attraverso la storia di Cristina Mazzotti, che a 18 anni, nel 1975, fu rapita e tenuta segregata in un nascondiglio-tomba a Castelletto Ticino, da cui venne spostata solo poco prima di morire di stenti; il suo corpo fu poi occultato in una discarica.
Nazzi, come sempre, spiega in modo chiaro e dettagliato la cronaca dei fatti, ma lo fa mettendo al centro del ragionamento le indagini, ovvero «tutto quello che è successo dopo, il modo in cui si è cercato di ricostruire la verità, le indagini giudiziarie e i processi con le loro iniziative, le loro intuizioni e i loro errori, il modo in cui le indagini hanno influenzato la reazione dei media e della società e il modo in cui i media e la società hanno influenzato le indagini», come ha spiegato lui stesso in un’intervista.
Tanti i luoghi del nostro territorio citati nel racconto, tra Novarese e Varesotto. Ed è stato ricordato anche Emanuele Riboli, il diciassettenne di Buguggiate rapito nel 1974 e mai tornato a casa.
Sul finale, la spiegazione di come si sia usciti da quella brutta stagione dei sequestri, con la legge sul blocco dei beni delle famiglie dei rapiti del 1991, ma anche con l’avanzare del narcotraffico, nuovo e redditizio fronte d’affari per la malavita organizzata. E un pensiero per tutti i corpi dei sequestrati di quegli anni mai ritrovati.










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