Omicidio Ravasio, i legali della famiglia: “Dolore non quantificabile, nessuno darà mai pace ai genitori di Fabio”
Dopo la requisitoria del pm Ciro Caramore, è toccato ai legali che assistono le parti civili formulare le proprie conclusioni nel processo per l'omicidio di Fabio Ravasio
«Un dolore così non è quantificabile, nessun soldo potrà mai restituire Fabio a questi genitori, nessuno gli darà mai pace per quello che è successo». Dopo la requisitoria del pubblico ministero Ciro Caramore di lunedì 4 maggio, venerdì 8 è toccato ai legali che assistono le parti civili formulare le proprie conclusioni davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio nel processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, 52enne di Parabiago ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga.
«Non c’è dubbio che il quadro probatorio consenta di affermare che sia esistito un sodalizio criminale che ha consapevolmente ideato, progettato ed eseguito l’omicidio di Fabio Ravasio», hanno sottolineato in aula gli avvocati Vincenzo Montalbano e Francesco Arnone, i legali che assistono i genitori della vittima, Mario Ravasio e Anna Maria Trentarossi, e il cugino, Giuseppe Ravasio.
Davanti alla Corte presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), i legali hanno ripercorso le fasi salienti che hanno portato all’omicidio, ricostruendo il ruolo degli otto imputati. Su tutti quello di Adilma Pereira Carneiro, compagna di Ravasio all’epoca dell’omicidio e secondo gli inquirenti “regista” del delitto. Di lei gli avvocati di parte civile hanno parlato come di una donna che «ha dimostrato di disprezzare i diritti altrui e le leggi in tutto il suo percorso di vita». «Quello che emerge – hanno sottolineato i due legali – è che sia una figura manipolatrice, capace di distorcere la realtà dei fatti e utilizzare strategie psicologiche per influenzare gli altri, anche sfruttandone le debolezze».
Se la “regia” dell’omicidio, secondo i legali, è senza dubbio da ascrivere alla cosiddetta “mantide”, gli avvocati si sono soffermati anche sul ruolo degli altri imputati. «Non si deve pensare che siano stati soggiogati da lei – hanno sottolineato i legali -: tutti sapevano perfettamente dove si trovava e hanno tutti aderito al progetto criminoso, l’unico movente che li ha spinti è economico. Abbiamo sentito parlare di religione, di macumbe, ma questo nulla rileva nei confronti degli altri: il Medioevo è passato da qualche anno e la religione è uno specchietto per le allodole».
A pesare, secondo la ricostruzione dei due legali, non è solamente il ruolo giocato nel delitto, ma anche il comportamento tenuto dopo l’omicidio. «Nessuno di loro ci ha ripensato e nessuno ha mostrato segni di resipiscenza – hanno ribadito a più riprese gli avvocati Arnone e Montalbano -. Hanno deciso di collaborare quando sono emersi i primi elementi di indagine e sono stati messi alle strette, ma finché non sono emerse evidenze probatorie nessuno è andato dai Carabinieri. Tutti hanno partecipato in maniera consapevole, pur cercando poi di attenuare la propria posizione: è umano, ma non è la verità».
L’ultimo affronto, per gli avvocati di parte civile, è arrivato quando Fabio Ravasio, ormai andato incontro al suo destino, stava morendo all’Ospedale di Legnano. «I genitori non sono stati nemmeno avvisati, quando sono arrivati Fabio era ormai morto», hanno sottolineato, parlando di «assenza di qualsiasi pietà» e di «violazione delle regole di rispetto minimo, prima ancora che delle leggi», mentre la madre della vittima piangeva in silenzio e la “mantide” scuoteva la testa.








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