Il Trittico di Previati: quando la Battaglia di Legnano diventa un canto dell’anima
Prosegue il viaggio di LegnanoNews nella Battaglia di Legnano: con i docenti del Liceo Artistico Dell'Acqua scopriamo il capolavoro di Gaetano Previati custodito al Castello di Legnano
Come è stata raccontata la Battaglia di Legnano dagli artisti nel corso dei secoli? Quali immagini, simboli ed emozioni hanno contribuito a trasformare un episodio storico in un mito nazionale? Per scoprirlo LegnanoNews ha intervistato Rachele Brognoli, docente di Storia dell’Arte al Liceo Artistico Dell’Acqua di Legnano e autrice del testo che proponiamo di seguito, insieme a Gaetano Drago e Fabrizio Paolini, docenti del liceo artistico. Con loro, proseguendo il viaggio nella Battaglia di Legnano a 850 anni dal 29 maggio 1176, abbiamo approfondito il significato e la storia del Trittico della Battaglia di Legnano di Gaetano Previati, capolavoro custodito nella Sala Previati del Castello di Legnano, una delle più intense e originali interpretazioni artistiche dell’evento storico.
La Battaglia di Legnano, prima ancora di essere un episodio fondativo della storia italiana, è stata per tutto l’Ottocento un laboratorio iconografico, un terreno di confronto tra artisti che vi hanno cercato, ciascuno a modo proprio, un’immagine dell’eroismo nazionale. Nel 1830 Massimo D’Azeglio ne diede una versione composta, civile, quasi un manifesto morale. Nel 1860 Amos Cassioli, immerso nel clima risorgimentale, ne accentuò l’impeto narrativo; nello stesso anno il livornese Pollastrini ne esaltò il pathos, mentre nel 1883 il calabrese Cefaly restituì una scena vibrante, eroica, teatrale. Quattro sguardi diversi, quattro modi di leggere un mito nazionale.
E poi arrivò Gaetano Previati, che della Battaglia di Legnano fece qualcosa di radicalmente altro: non più un episodio storico, ma un’esperienza emotiva, una meditazione sulla condizione umana. Umberto Boccioni lo comprese con lucidità quando scrisse che il suo Trittico è “un’opera in cui le forme iniziano a parlare come musica”. I tre pannelli diventano così una sinfonia: un movimento di attesa, uno di lotta, uno di trasfigurazione.
Previati giunge a questo risultato dopo un percorso complesso. Nato a Ferrara, presta servizio militare a Livorno e poi si trasferisce a Firenze per seguire Cassioli all’Accademia. Proprio lì, negli anni Sessanta dell’Ottocento, vede e rivede la grande tela cassioliana della Battaglia di Legnano, realizzata per il Concorso Ricasoli, bandito per celebrare le vittorie risorgimentali. Quell’immagine, nata per parlare al presente politico, rimane negli occhi del giovane artista come un seme destinato a germogliare più tardi.
Nel 1879 Previati è a Milano, dove riceve il Premio Canonica con Gli ostaggi di Crema. Si avvicina alla Scapigliatura, poi alla rivoluzione luministica di Segantini, fino a elaborare una tecnica personalissima: la divisione del colore come linguaggio simbolico. Lavora anche a una Via Crucis per il cimitero di Castano Primo, a pochi chilometri da Legnano: un altro tassello nella sua meditazione sul dolore umano.
Quando, anni dopo, torna al tema della Battaglia di Legnano, lo fa in un momento segnato da lutti profondi: la morte della moglie, quella del figlio Flaminio, e sullo sfondo lo scoppio della Prima guerra mondiale. Il Trittico nasce così come un’opera che parla sì di una battaglia medievale, ma soprattutto della lotta interiore dell’uomo che soffre, prega, resiste.
Nel primo pannello, il Carroccio avanza lento, quasi stremato. L’unica forma salda è la croce, verticale come un respiro trattenuto. Il presbitero china il capo ed eleva l’ostia; i soldati si inginocchiano; i buoi procedono sicuri; le lance restano dritte ma i volti sono bassi. Il cielo accompagna, sfiora, consola. È la preghiera dell’uomo che affida tutto.
Nel pannello centrale, la difesa del Carroccio, il cielo si fa plumbeo, i buoi inciampano, e riecheggia il Vangelo di Matteo: “Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”. L’incenso sale, ostinato, mentre i campi si piegano al passaggio dei soldati. È la lotta, ma anche la fiducia.
Nel pannello finale, le trombe squillano, il presbitero solleva il capo, i caduti giacciono a terra. Eppure il cielo si tinge di un’ambra nuova: la luce di chi, pur ferito, sa che la vittoria più grande non è terrena. Previati non racconta solo la Battaglia di Legnano: racconta l’uomo che prega, combatte, cade, si rialza. Racconta la fiducia che resiste al dolore. Racconta la luce che, anche quando tutto sembra perduto, continua a filtrare.
Il Trittico della Battaglia di Legnano non è dunque un monumento alla guerra, ma alla speranza. È la storia di un artista che, attraversato dal dolore, ha trasformato un episodio medievale in una meditazione universale. È la storia di un popolo che, nel Carroccio, ha visto non solo un simbolo civico, ma un’immagine dell’uomo che lotta e confida. È la storia di una luce che non si spegne.
Rachele Brognoli









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