“Viaggio nel passato”, il nuovo libro di Roberto Bombassei
Il volume propone una formula originale: una serie di "interviste impossibili" ai protagonisti delle più grandi scoperte archeologiche della storia
Cosa racconterebbe oggi Howard Carter entrando nella tomba di Tutankhamon? Quali emozioni rivivrebbe Heinrich Schliemann davanti alle rovine di Troia? E quale stupore trasmetterebbe Jean-François Champollion ricordando il momento in cui riuscì a decifrare i geroglifici egizi?
Da queste domande prende forma “Viaggio nel passato”, il nuovo libro di Roberto Bombassei, artista e autore legnanese, disponibile sul sito Lulu.com e prossimamente negli store online internazionali.
Il volume propone una formula originale: una serie di “interviste impossibili” ai protagonisti delle più grandi scoperte archeologiche della storia. Un viaggio che attraversa secoli di esplorazioni, intuizioni e scoperte, mettendo al centro non soltanto i reperti e i siti archeologici, ma soprattutto gli uomini e le donne che hanno dedicato la loro vita alla ricerca del passato.
Da Giovanni Battista Belzoni a Howard Carter, da Heinrich Schliemann a Jean-François Champollion, da Arthur Evans a Flinders Petrie, da Giuseppe Fiorelli a Mortimer Wheeler, da Paolo Matthiae a Massimo Pallottino, fino a Klaus Schmidt e agli studiosi che hanno riportato alla luce le grandi città maya, Bombassei costruisce dialoghi immaginari che permettono al lettore di entrare nelle emozioni, nei dubbi e nelle motivazioni di alcuni dei più importanti archeologi della storia.
«L’idea nasce da una domanda molto semplice: cosa direbbero oggi questi studiosi se potessimo davvero sederci davanti a loro e intervistarli? Quali emozioni racconterebbe Carter entrando nella tomba di Tutankhamon? Quale ostinazione ritroveremmo nelle parole di Schliemann mentre cerca Troia? Quale meraviglia ci trasmetterebbe Champollion nel momento in cui i geroglifici tornano finalmente a parlare?», spiega Bombassei.
Per l’autore, però, il libro non parla soltanto di archeologia. Al centro della riflessione c’è il rapporto tra passato e presente e il ruolo della memoria nella costruzione dell’identità individuale e collettiva.
«Nel costruire queste interviste impossibili ho compreso una cosa che spesso dimentichiamo: l’archeologia non è una disciplina che si occupa soltanto del passato. È una disciplina che parla del presente. Ogni città riportata alla luce, ogni iscrizione decifrata, ogni tempio ritrovato racconta qualcosa di noi. Le civiltà scomparse non sono soltanto oggetti di studio. Sono specchi nei quali continuiamo a riconoscere paure, speranze, ambizioni e fragilità che appartengono ancora all’essere umano contemporaneo».
Una convinzione che attraversa l’intera opera e che porta l’autore a spostare l’attenzione dai reperti alle persone. «Ho sempre pensato che il vero protagonista dell’archeologia non sia il reperto, ma la persona che quel reperto riesce a evocare. Dietro una statua c’è uno scultore. Dietro una tomba c’è una famiglia. Dietro una città c’è una comunità che ha vissuto, amato, combattuto, costruito e immaginato il proprio futuro».
Nel libro emerge anche una riflessione sul valore della memoria storica. Secondo Bombassei, le grandi scoperte archeologiche insegnano che nessuna civiltà nasce dal nulla e che ogni società è il risultato di una lunga stratificazione di esperienze umane.
«Perché studiare il passato? Perché dedicare anni della propria vita a scavare nella terra alla ricerca di frammenti, pietre, iscrizioni e oggetti apparentemente lontani dalla nostra quotidianità? La risposta che mi sono dato è semplice: perché senza memoria non esiste identità».
Durante la stesura del volume l’autore racconta di aver riflettuto sul filo che unisce civiltà lontane nel tempo e nello spazio, dagli Egizi ai Maya, dagli Etruschi alle culture della Mesopotamia fino ai misteriosi costruttori di Göbekli Tepe. Popoli che, attraverso monumenti, templi, tombe e opere d’arte, hanno cercato di lasciare una traccia del proprio passaggio nel mondo.
«L’archeologo scava nella terra, ma in realtà sta scavando dentro la memoria collettiva dell’umanità. Ogni reperto recuperato sottrae qualcosa al silenzio del tempo e restituisce una storia che rischiava di andare perduta per sempre. Forse è proprio questa la ragione che rende l’archeologia così affascinante: non perché ci permetta di osservare ciò che è stato, ma perché ci aiuta a comprendere chi siamo».
Un viaggio tra le grandi scoperte del passato che, nelle intenzioni dell’autore, diventa anche un invito a riflettere sul presente e sul valore della memoria come strumento per comprendere il futuro.










Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.