Quando Legnano “incendiò” i teatri del Risorgimento. Dietro le quinte dell’opera di Verdi dedicata alla Battaglia
Alessandro Roccatagliati, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, ci racconta com'è nata l'opera di Verdi "La Battaglia di Legnano"
C’è un Verdi che tutti conoscono, quello delle arie immortali e dei teatri in piedi ad applaudire. E poi c’è il Verdi impetuoso del 1848, travolto dal vento del Risorgimento, che prende una battaglia medievale e la trasforma in un manifesto patriottico. “La Battaglia di Legnano” nasce così: tra rivoluzioni, barricate e sogni d’Italia, con il sipario che si alza su un’opera che non vuole soltanto raccontare il passato, ma “incendiare” il presente.
Davanti al Teatro alla Scala di Milano, Alessandro Roccatagliati, direttore scientifico dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani, ci accompagna dentro questa pagina di storia, musica e patriottismo nella terza puntata di “Legnano 1176 – Una battaglia di Popolo”, il progetto lanciato dalla nostra testata per raccontare non solo la battaglia, ma anche tutto quello che nei secoli ha rappresentato, in un viaggio attraverso i miti, l’arte, la letteratura, l’opera e perfino la moda.
«Giuseppe Verdi sceglie la Battaglia di Legnano in collaborazione con il suo librettista – spiega Roccatagliati -: Salvatore Cammarano è a Napoli, Verdi invece è a Parigi, siamo nel 1848 e hanno esplicitamente il desiderio di portare in scena un soggetto patriottico. È Cammarano a suggerire di aggiustare un dramma francese all’epoca recente, “L’assedio di Tolosa”, che era in grado di trasformare in un soggetto patriottico italiano proprio andando a toccare la Battaglia di Legnano».
L’opera viene messa in scena per la prima volta a Roma, al Teatro Argentina, nel gennaio del 1849. «È un momento in cui il 1848 è in fase di ripiegamento, a Roma però c’è la Repubblica, c’è il Papa fuori città, e la prima è davvero un momento di consacrazione risorgimentale – sottolinea il direttore scientifico dell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani -. L’opera è nata un anno prima con quella volontà: le vicende del 1848/1849 sono vorticose, Verdi viene in Italia per le Cinque giornate di Milano, poi nel giro di un mese torna a Parigi; mentre l’opera viene composta e destinata a Roma, dove si susseguono avvenimenti importanti, c’è l’ultima coda di quegli anni».
Ma quanto è fedele l’opera di Verdi ai fatti del 1176 e quanto invece costruisce un mito? «L’opera nasce a partire da un soggetto già costituito, un dramma che parlava degli ultimi anni di Napoleone e dei combattimenti dell’esercito napoleonico e di alcuni condottieri di quell’epoca – spiega Roccatagliati -. L’aggiustamento verso il soggetto della Battaglia di Legnano comporta avvicinamenti, non certo fedeltà storica. Un avvicinamento importante lo vuole Verdi stesso, che vuole l’incontro con il Barbarossa: per questo il secondo atto viene costruito a Como, inscenando l’arrivo dell’imperatore. Il Barbarossa non è uno dei personaggi principali ma un basso comprimario, com’è scritto a libretto, ma Verdi ha voluto dare questo sapore storico inconfondibile».
E ancora oggi, quell’opera, ha il suo perché. «“La Battaglia di Legnano” di Verdi è un pezzo importante dell’idea che abbiamo di Verdi come alfiere del Risorgimento, un’idea che lui stesso contribuisce a costruire durante la sua lunga vita, nel periodo post-unitario. È un’opera importante perché fa parte di quelle opere giovanili del primo periodo verdiano che hanno avuto una forte renaissance negli ultimo decenni. Viene ripresa meno di altri titoli, ma è considerata una di quelle opere dove Verdi cerca di sperimentare di più proprio nella direzione delle opere di soggetto storico del Grand opéra francese. La scelta del soggetto patriottico, l’adattamento per avvicinarsi alla storia e lo stile musicale che Verdi impiega fanno sì che sia un’opera ancora oggi da ascoltare e considerare».









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