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Omicidio Ravasio, il ruolo della figlia di Adilma Pereira Carneiro al centro della requisitoria della Procura

Giovedì 15 ottobre la conclusione della requisitoria e la discussione delle parti civili e della difesa di Ariane Pereira Bezerra da Silva

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Non una presenza marginale nella vicenda, ma una persona che sarebbe stata a conoscenza del progetto per uccidere Fabio Ravasio e che avrebbe avuto un ruolo anche nelle fasi immediatamente successive all’omicidio, tra il fitto giro di telefonate con la madre Adilma Pereira Carneiro e il compagno Fabio Lavezzo, la pulizia della Opel Corsa utilizzata per travolgere la vittima e i tentativi di far sparire l’auto. È questo il quadro tracciato dalla Procura nella requisitoria di giovedì 24 settembre davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio, nel processo che vede imputata per concorso nell’omicidio di Ravasio Ariane Pereira Bezerra da Silva, figlia di Adilma Pereira Carneiro, compagna dell’uomo all’epoca del delitto.

Il «centro operativo» in via delle Orchidee

La ricostruzione dell’accusa è ripartita dal 9 agosto 2024 e dalla Opel Corsa nera che poco dopo le 19.50 travolse Ravasio lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago. L’identificazione dell’auto, poi risultata intestata proprio ad Adilma Pereira Carneiro e con la targa contraffatta, trasformò rapidamente quello che inizialmente sembrava un omicidio stradale in un’indagine omicidio volontario. Da lì, attraverso Targa System, tabulati telefonici e intercettazioni, gli inquirenti hanno ricostruito la dinamica del delitto, per il quale sono già stati condannati in primo grado Adilma Pereira Carneiro, Fabio Lavezzo, Marcello Trifone, Massimo Ferretti, Mirko Piazza, Fabio Oliva, Igor Benedito e Mohamed Dahibi

Per la Procura uno dei punti nevralgici di quel piano era proprio la casa di via delle Orchidee, dove abitava Ariane Pereira Bezerra da Silva e dove sarebbe poi stata ritrovata la Opel. Proprio lì, secondo quanto ricostruito in aula dal pubblico ministero Alessia Bottoni, nel pomeriggio del 9 agosto si sarebbe parlato del progetto omicidiario alla presenza anche dell’imputata, che non sarebbe intervenuta direttamente nella discussione ma avrebbe manifestato preoccupazione per il compagno. E proprio lì per la pubblica accusa, ci sarebbe stato il «centro operativo» del piano criminale.

Le telefonate dopo l’omicidio

Al centro della requisitoria sono tornate poi le telefonate immediatamente successive all’investimento, già finite sotto la lente durante l’istruttoria. Alle 19.53, pochi minuti dopo l’agguato, dall’utenza in uso ad Ariane Pereira Bezerra da Silva parte una prima chiamata. Da quel momento si susseguono telefonate e videochiamate con Adilma Pereira Carneiro e Fabio Lavezzo, proseguite fino a poco dopo le 21.30. Per l’accusa quella sequenza non sarebbe casuale. Tra Pereira Carneiro e Lavezzo, infatti, non risultano contatti diretti in quei minuti, e per gli inquirenti Ariane Pereira Bezerra da Silva avrebbe quindi svolto un ruolo di «coordinamento e smistamento» delle comunicazioni.

A pesare nella ricostruzione dell’accusa è anche ciò che sarebbe successo al ritorno della Opel in via delle Orchidee. L’auto era visibilmente danneggiata, ma Ariane non avrebbe chiesto spiegazioni su quanto fosse successo, pur arrabbiandosi: un comportamento che per la Procura indicherebbe che la donna sapeva già cosa era accaduto.

«Fatto tutto?». «Già fatto»

Tra gli elementi su cui si è soffermata la requisitoria ci sono anche i messaggi scambiati quella sera tra madre e figlia. Poco prima delle 21 Adilma Pereira Carneiro, scrivendo in portoghese, avrebbe chiesto ad Ariane «fatto tutto?», ricevendo come risposta «già fatto», conversazione che porta la pubblica accusa a ritenere che l’imputata sapesse già a cosa si riferiva la madre, ovvero verosimilmente alla pulizia dell’auto utilizzata per l’investimento.

Lettura che peraltro la Procura ha collegato anche ad un’intercettazione della seconda metà di agosto, quando ormai gli investigatori avevano gli occhi puntati sulla cerchia familiare. In quel frangente, Bezerra da Silva si sarebbe mostrata preoccupata per le impronte sulla Opel.

Nei giorni successivi al delitto, inoltre, dall’analisi del telefono dell’imputata sono emerse ricerche relative al soccorso stradale h24, in linea con quelle effettuate da Mirko Piazza, che si era informato sul peso dell’auto: quadro che, secondo la ricostruzione della Procura, porta a ritenere che il gruppo stasse cercando un modo per far portare via la Opel con un carroattrezzi, facendo sparire l’elemento più immediato di collegamento tra l’investimento e la famiglia della vittima.

La ricerca del killer

Per l’accusa, però, gli elementi a carico di Ariane non inizierebbero il 9 agosto. Il progetto per uccidere Ravasio, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, aveva preso forma già tra fine giugno e inizio luglio, inizialmente attraverso la ricerca di qualcuno disposto ad ucciderlo dietro compenso.

Ed è proprio in questa fase che la Procura colloca un episodio ritenuto significativo, emerso dalle dichiarazioni di Massimo Ferretti. L’uomo, amante di Adilma Pereira Carneiro all’epoca dei fatti, ha infatti riferito che, durante un incontro al bar con la Pereira Carneiro, Lavezzo e Pereira Bezerra da Silva nel quale si parlava delle difficoltà nel trovare qualcuno disposto a commettere un omicidio a pagamento, l’imputata avrebbe proposto di cercare tra «gli zingari di Magenta». Frase che, secondo la ricostruzione tratteggiata in aula dal pubblico ministero durante la requisitoria, sarebbe indicativa non soltanto della conoscenza del progetto, ma anche di una partecipazione alla ricerca di una soluzione per portarlo a termine.

La Procura ha ripercorso anche i messaggi dei giorni immediatamente precedenti al delitto. Come quello in cui Ariane scrive a Lavezzo facendo riferimento alla rabbia della madre nei confronti di alcuni componenti del gruppo e al fatto che Ferretti non stesse facendo quanto richiesto. La mattina del 9 agosto stessa, invece, poche ore prima dell’omicidio, Adilma Pereira Carneiro ha inviato tra gli altri anche alla figlia Ariane un link con un testo interpretato dalla pubblica accusa come un «invito al silenzio». Nel pomeriggio, dopo una videochiamata, Adilma Pereira Carneiro invia poi alla figlia anche un vocale, lamentando di essere l’unica a «pensare bene» a fronte di un atteggiamento negativo da parte del resto del gruppo, in quello che per la Procura è un «evidente» riferimento all’omicidio, da leggere alla luce di ciò che sarebbe successo poche ore più tardi.

Il 15 ottobre la discussione della difesa

Sarà ora la difesa dell’imputata, nel corso della prossima udienza, in programma per giovedì 15 ottobre, dopo la conclusione della requisitoria e la discussione delle parti civili, a provare a confutare la ricostruzione disegnata oggi dalla Procura davanti alla Corte d’Assise, ultimo step prima della camera di consiglio che porterà anche per questo secondo filone processuale alla sentenza di primo grado.

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 24 Settembre 2026
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