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Allarmi nelle chat degli studenti varesotti: tra panico e “sono stupidate” c’è un’altra strada

Ascoltare le preoccupazioni senza amplificarle, verificare le informazioni e sapere a chi chiedere aiuto. La pedagogista Barbara Boggio e l’avvocata Marisa Marraffino spiegano come famiglie e scuole possono accompagnare i ragazzi

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Rilanciare il messaggio per avvertire tutti oppure liquidarlo come una sciocchezza. Davanti a un allarme che arriva sul telefono di un figlio, le reazioni degli adulti possono andare in direzioni opposte. Ma tra preoccuparsi senza verificare e minimizzare senza ascoltare c’è un’altra possibilità: prendere sul serio la paura, controllare le informazioni e aiutare i ragazzi a capire che cosa fare.

È la questione aperta dai messaggi circolati nelle chat degli studenti dopo gli scontri di Milano e arrivati, lunedì sera, anche nelle scuole del Varesotto. Come abbiamo raccontato questa mattina, annunciavano aggressioni che al momento non hanno trovato riscontri. Insieme ai messaggi era comparsa anche una falsa comunicazione di chiusura di un istituto tecnico, mentre la dirigente dell’Einaudi di Varese ha confermato la regolare apertura della scuola. Messaggi simili sono circolati in altre città lombarde, da Como a Cremona.

Che un messaggio circoli molto, insomma, non significa che quello che racconta sia vero. Per capire come intervenire abbiamo raccolto le riflessioni della pedagogista Barbara Boggio e dell’avvocata Marisa Marraffino, entrambe coinvolte in Connessioni fragili dedicato alla vita digitale degli adolescenti. Due prospettive diverse, quella educativa e quella giuridica, che aiutano a distinguere l’ascolto dalla condivisione dell’allarme, e la richiesta di aiuto dalla diffusione di contenuti violenti.

Ascoltare la paura non significa confermare la minaccia

Boggio individua due risposte che, sul piano educativo, non aiutano. La prima è il catastrofismo, che porta a cambiare le abitudini senza una ragione verificata. La seconda è la negazione sbrigativa, che riduce tutto a una sciocchezza tra ragazzi. Nel primo caso l’adulto rischia di amplificare l’ansia. Nel secondo lascia il ragazzo solo con una preoccupazione che nessuno riconosce.

«Dobbiamo accogliere l’emozione dei ragazzi senza amplificarla», spiega. Non si tratta di promettere che non succederà nulla, ma di mostrare come si affronta una situazione incerta. «I ragazzi osservano prima di tutto come reagiamo noi adulti». Restare calmi, ascoltare e cercare riscontri è già un modo per accompagnarli.

Anche a scuola, secondo la pedagogista, serve uno spazio che non sia solo quello della gestione dell’emergenza. Le comunicazioni sull’apertura degli istituti rispondono a un bisogno immediato. Resta però il lavoro educativo su ciò che gli studenti hanno letto, temuto e condiviso. «Non bisogna fare finta di nulla, bisogna parlarne», in classe e tra insegnanti, con adulti capaci di riportare il confronto ai fatti e alle possibilità concrete di chiedere aiuto.

Prima di inoltrare, risalire alla fonte

Dire soltanto «non si fa» non basta. Per Boggio bisogna spiegare perché inoltrare un contenuto non verificato, anche con l’intenzione di proteggere gli amici, può aumentare la confusione.

Il suo suggerimento parte da un gesto: «fermare il pollice». Aspettare dieci minuti prima di condividere, perché è l’emozione a spingere verso quel pulsante. Non è un’attesa dopo la quale inoltrare comunque, ma un tempo da usare per verificare. Le domande sono concrete. Chi ha scritto il messaggio originale? Chi lo manda conosce i fatti o lo ha ricevuto a sua volta? Ci sono un luogo e una data? Una fotografia riguarda davvero l’episodio di cui si parla?

È un lavoro che un genitore può fare insieme al figlio, senza trasformarlo in un interrogatorio. Verificare le notizie e chiedere fonti e prove è anche una delle indicazioni del decalogo anti-bufale promosso dal ministero dell’Istruzione nell’ambito di Generazioni Connesse. Nel caso di una presunta chiusura scolastica, la fonte da cercare è la comunicazione ufficiale dell’istituto, non la sua copia passata di chat in chat.

Segnalare un messaggio non significa rilanciarlo

Molti ragazzi, in queste ore, hanno inoltrato i messaggi per avvisare amici e compagne. Marraffino distingue le situazioni. Se si condivide un messaggio per mettere in guardia, dicendo che sta circolando e prendendone le distanze, «non è istigazione a delinquere, perché mi dissocio». Diverso è il caso dei messaggi che invitano a commettere violenze: farli circolare può avere conseguenze legali. Per questo la sua raccomandazione è di non girarli ai compagni, ma di portarli all’attenzione delle autorità.

«La cosa migliore che si possa fare è prendere questi messaggi che arrivano e portarli alla Postale», spiega. Mostrare il messaggio ricevuto, indicando da chi e quando è arrivato, permette di fornire elementi per gli accertamenti senza moltiplicarne la diffusione. E in questo modo, sottolinea l’avvocata, «i ragazzi sono dalla parte giusta». Anche perché, ricorda, «su queste piattaforme l’anonimato assoluto non esiste»: più segnalazioni arrivano, più elementi ci sono per risalire a chi ha avviato la catena.

Non rilanciare, quindi, non significa ignorare. Un ragazzo può coinvolgere un adulto di fiducia e rivolgersi alle forze dell’ordine. Se invece c’è un pericolo immediato, non bisogna aspettare le verifiche nelle chat: il numero da chiamare è il 112.

Le responsabilità dei ragazzi e quelle degli adulti

Tra i quattordici e i diciassette anni si può rispondere penalmente dei propri atti, purché al momento del fatto vi fosse la capacità di intendere e di volere. Un piano diverso riguarda le famiglie: i genitori possono essere chiamati a risarcire i danni causati dai figli minorenni, alle condizioni previste dalla legge.

Un caso recente aiuta a capire. A Parma, in vista di una manifestazione studentesca annunciata attraverso gruppi WhatsApp e Telegram, in cui si parlava di petardi e di “fare casino” nei negozi, gli amministratori delle chat, studenti minorenni, sono stati convocati insieme ai genitori e diffidati dal Questore. Gli stessi ragazzi hanno poi annullato la manifestazione. Una scelta, quella di coinvolgere le famiglie, che Marraffino condivide: «Fa bene il Questore a chiedere il coinvolgimento anche delle famiglie, perché è una responsabilità educativa».

Il confronto con i ragazzi, però, non dovrebbe partire solo dalle conseguenze legali. Quando un contenuto che propone violenza viene considerato uno scherzo innocuo, c’è già una domanda educativa da affrontare. «Questo è un problema educativo», sottolinea Marraffino. Occorre chiedersi che cosa i ragazzi riconoscano come violenza, anche quando passa attraverso uno schermo.

Le etichette non aiutano a capire chi si ha davanti

La riflessione di Boggio riguarda anche le parole con cui si racconta il pericolo. Un’etichetta come «maranza», osserva, funziona come «una scorciatoia cognitiva molto potente»: persone diverse vengono ridotte a un’unica immagine minacciosa. Chi viene etichettato «non ha più un volto, non è più una persona». Resta solo la contrapposizione tra un “noi” considerato buono e un “loro” percepito come pericoloso.

Lavorare su questa contrapposizione significa riportare l’attenzione alle persone, ai comportamenti e ai fatti verificabili. È parte dello stesso compito che la pedagogista affida alla comunità degli adulti: contenere la paura senza negarla e restituire ai ragazzi la fiducia nella possibilità di affrontare i problemi insieme, senza cedere a quello che definisce il ricatto della paura. «Perché è un vero e proprio ricatto».

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Pubblicato il 20 Ottobre 2026
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