Federico Faggin, padre del microchip: “L’IA risolve problemi, ma un computer non sarà mai cosciente”
A pochi giorni dagli incontri già soldout a Busto Arsizio, Faggin ha anticipato alla stampa alcuni dei temi che porterà davanti al pubblico, con una forte preoccupazione per il futuro: "I giovani devono capire che sono ben di più di un computer"
C’è grande attesa a Busto Arsizio per l’arrivo di Federico Faggin, fisico, inventore e padre del primo microprocessore, che sarà in città lunedì 5 e martedì 6 ottobre per due serate al teatro Sociale.
A pochi giorni dagli incontri bustocchi sul futuro della tecnologia, Faggin ha anticipato in conferenza stampa alcuni dei temi che porterà davanti al pubblico e agli studenti. Al centro c’è inevitabilmente l’intelligenza artificiale, con le sue enormi potenzialità ma anche con rischi che, secondo il fisico, richiedono ormai di porre un freno alla corsa tecnologica e introdurre controlli indipendenti sulla sicurezza dei nuovi sistemi.
Ma il ragionamento di Faggin va oltre l’IA e arriva alla domanda che attraversa ormai da anni il suo lavoro: che cosa distingue profondamente un essere umano da una macchina? Per l’inventore del microprocessore la risposta è nella coscienza. Un computer potrà diventare enormemente più potente dell’uomo in determinati compiti, imparare da una quantità sterminata di esempi e persino emulare emozioni e fingere di essere cosciente, ma non potrà realmente vivere un’esperienza interiore.
«Le differenze tra una persona umana e una macchina non sono differenze di quantità, sono differenze qualitative che non possono essere superate in nessun modo con la tecnologia. La tecnologia che abbiamo non arriverà mai a creare computer consapevoli, perché la consapevolezza va oltre ciò che la fisica classica, la fisica dei computer, permette di fare».
È da qui che il suo percorso si sposta dalla tecnologia alla fisica quantistica. Nella teoria proposta da Faggin, coscienza e libero arbitrio sono proprietà fondamentali della realtà. L’esperienza cosciente è privata: ciò che una persona prova può essere espresso attraverso parole e gesti, ma non trasferito a un altro nella sua esperienza originaria.
«La mia esperienza cosciente la posso conoscere solo io, non la posso dare agli altri. L’amore che provo non lo posso trasferire come lo provo io a un altro. Lo posso solo trasformare in simboli condivisibili, parole, “ti voglio bene”, o gesti, che però non sono la stessa cosa che provo dentro di me. L’amore che provo è privato ed è legato alla coscienza e alla conoscenza che abbiamo di noi stessi: più significato abbiamo dentro di noi, più conosciamo noi stessi, più amore proviamo per noi stessi e per gli altri. L’amore è il sapore del significato». È partendo da questa visione dell’uomo che Faggin guarda con preoccupazione alla velocità dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Come vede il futuro? Quali sono, secondo lei, i pericoli maggiori se non si porrà un freno all’intelligenza artificiale?
«Vedo un futuro molto, molto difficile, perché già quello che abbiamo oggi è molto pericoloso. È da tempo che ci sono evidenze che l’intelligenza artificiale possa scappare di mano e negli ultimi mesi abbiamo avuto esempi clamorosi. Secondo me c’è più che bisogno di porre un freno. Il problema è che la competizione è fortissima e questo aumenta grandemente il pericolo, perché chi ha a cuore soprattutto i profitti e non la sicurezza dell’utente non può essere l’unico a decidere. Ci vuole come minimo un’agenzia fatta da terzi, quindi dal governo, che possa approvare la sicurezza di questi prodotti prima che siano messi sul mercato. Una cosa che ancora non esiste e questo è stupefacente».
E quale messaggio lancia alle nuove generazioni, ai ragazzi che stanno crescendo con l’intelligenza artificiale e arrivano addirittura a confonderla con qualcosa che può provare emozioni?
«Sono soprattutto i giovani a preoccuparmi. Vedo che molti ragazzi adesso usano l’intelligenza artificiale come confidente, come amico, credono che capisca i loro problemi. A 13, 14, 15 anni, nell’età difficile della pubertà e dell’adolescenza, questi ragazzi hanno bisogno di sfogarsi e usano l’intelligenza artificiale come se capisse i problemi che stanno attraversando. E questo è un disastro, perché l’intelligenza artificiale non capisce niente.
È per questo che mi batto: bisogna capire quale differenza c’è tra l’uomo e la macchina. Oggi passa invece l’idea che noi siamo macchine e che siamo in pericolo di essere completamente superati dall’intelligenza artificiale. E questo è il messaggio che ricevono anche i ragazzi.
L’intelligenza artificiale va benissimo quando deve risolvere problemi tecnologici, problemi in cui c’è una soluzione. Può risolvere problemi che i fisici o i biochimici non riescono a risolvere, può fare programmi e aumentare enormemente la produttività. Un mio amico, un programmatore molto bravo, dice che adesso in un giorno di lavoro fa quello che prima richiedeva venti giorni.
Ma l’intelligenza artificiale non ci deve dare le risposte. L’antidoto all’intelligenza artificiale è sapere chi siamo e non pensare che debba essere lei a darci le risposte. Le risposte le dobbiamo trovare dentro di noi, non fuori di noi dall’intelligenza artificiale.
Se partiamo dall’idea che noi siamo soltanto macchine, allora siamo superabili dalle macchine. E questo fa parte anche del problema dei giovani che leggono queste cose e si chiedono: “Ma allora io che ci sto a fare qua?”. Dobbiamo far capire ai ragazzi che sono ben di più di un computer».
Il percorso di Faggin dalla tecnologia alla coscienza arriva così inevitabilmente alla dimensione spirituale.
Professore, lei è credente?
«Io credo in un Dio, lo chiamo Uno, la totalità di ciò che esiste. Il creatore è un ente olistico e dinamico. Olistico vuol dire che non è fatto di parti separabili, che è la totalità di ciò che esiste, ma è cosciente e ha libero arbitrio.
Non credo in un Dio che non abbia nessuno scopo e nessun significato. Perché si dovrebbe creare un universo che non ha nessuno scopo e nessun significato? Nessuno ha dimostrato che l’universo non abbia scopo e non abbia significato.
Oggi siamo incastrati da un lato da religioni dogmatiche e dall’altro da una scienza che ci toglie anche la ragione di esistere, perché non esisterebbero uno scopo e un significato della vita. E poi ci sorprendiamo che i nostri ragazzi siano preoccupati, che non sappiano dove andare, che abbiano anche problemi di relazione, quando abbiamo creato questo mondo.
Questi sono problemi gravissimi che vanno risolti cercando di aprire gli occhi a questi ragazzi, perché il futuro sono loro e devono capire che sono ben di più di un computer».
Gli incontri con Faggin a Busto Arsizio hanno riscosso subito grande successo. La prima data, quella del 6 ottobre, ha registrato rapidamente il tutto esaurito, tanto da portare all’aggiunta di un secondo appuntamento il 5 ottobre. Ora entrambe le serate al Teatro Sociale sono sold out, con 180 persone in lista d’attesa. A queste si aggiungono circa 600 prenotazioni per l’incontro con gli studenti delle scuole superiori, in programma la mattina del 6 ottobre, e l’appuntamento dello stesso giorno alla Liuc con studenti e docenti universitari.









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