Milano riscopre Luciano Fabro con una grande retrospettiva all’Hangar Bicocca
La mostra riunisce circa cinquanta opere dagli anni Sessanta ai primi Duemila e ricostruisce alcuni degli ambienti più importanti ideati dall’artista, invitando il visitatore a entrare fisicamente nel suo modo di pensare la scultura
Figura centrale dell’arte italiana del dopoguerra, Luciano Fabro è stato un esponente di spicco del gruppo dell’Arte Povera, dimostrando tuttavia un’attitudine alla ricerca individuale e mai omologata. Fabro ha sperimentato le potenzialità espressive di materiali diversi, dai più tradizionali come il marmo, il vetro e il bronzo, a quelli meno consueti come la seta e il piombo. “Abitare lo spazio” è il titolo della prima retrospettiva dopo la sua scomparsa e presenta oltre cinquanta opere tra sculture e installazioni. Il concetto di habitat attraversa la ricerca di Fabro fin dagli anni Sessanta e coniuga la dimensione materica e artigianale con la tensione teorica e filosofica. Unendo scultura, architettura e pittura, Fabro crea percorsi, prospettive ed elementi architettonici per trasformare la percezione dello spazio. Il percorso espositivo alterna singole opere a grandi nuclei ambientali che dialogano con gli spazi di Hangar Bicocca.
La mostra è curata da Fiammetta Griccioli, Roberta Tenconi e Vicente Todolí, con la collaborazione di Silvia Fabro dell’Archivio Luciano e Carla Fabro. Si tratta della prima retrospettiva dedicata a Fabro da un’istituzione italiana dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2007.

Luciano Fabro e lo spazio come materia
Nato a Torino nel 1936 e cresciuto in Friuli, Luciano Fabro si trasferì alla fine degli anni Cinquanta a Milano, dove entrò in contatto con alcuni dei protagonisti della scena artistica del tempo. Nel suo percorso guardò, tra gli altri, a Lucio Fontana e Piero Manzoni, sviluppando però presto una ricerca molto personale. La scultura, per Fabro, non è mai soltanto un oggetto da osservare. Conta il modo in cui occupa lo spazio, la relazione che costruisce con l’ambiente e soprattutto con chi la incontra. È un principio che accompagna tutta la mostra milanese. Il percorso non segue infatti un ordine cronologico, ma accosta lavori di periodi diversi per mettere in evidenza temi, rimandi e trasformazioni che attraversano la produzione dell’artista.

Una mostra da attraversare
Al centro delle Navate c’è la ricostruzione dell’“Habitat” realizzato da Fabro nel 1981 per la sua retrospettiva al Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. È una sorta di mostra dentro la mostra: un ambiente autonomo, costruito secondo geometrie, prospettive e proporzioni precise, nel quale opere, architettura e visitatori entrano continuamente in relazione. Fabro lo aveva pensato come una specie di “città ideale”, lasciando al pubblico la possibilità di scegliere il proprio itinerario. La ricostruzione presentata a Milano è stata realizzata per la prima volta grazie allo studio dei materiali conservati nell’Archivio Luciano e Carla Fabro, nel museo di Rotterdam e negli archivi della città olandese.
Dentro questo spazio trovano posto anche alcune delle celebri “Italie”, il gruppo di opere avviato dall’artista nel 1968 partendo dalla sagoma immediatamente riconoscibile della penisola. Fabro la capovolge, la trasforma, cambia materiali e orientamento, utilizzandola di volta in volta con significati ironici, politici o legati al tema dell’identità nazionale.

Il visitatore diventa parte dell’opera
“In cubo”, del 1966, una struttura leggera rivestita di tela bianca nella quale il visitatore può entrare sollevandola dal basso. Fabro costruì il primo esemplare prendendo come unità di misura il proprio corpo: altezza e apertura delle braccia stabilivano le dimensioni dell’opera. In mostra sono presenti cinque versioni, con proporzioni differenti, per permettere ai visitatori di trovare quella più vicina alle proprie misure. Anche “Allestimento teatrale” mette chi guarda al centro del lavoro. Si entra, una persona alla volta, in un cubo rivestito di specchi dentro e fuori. Chi è all’interno vede la propria immagine moltiplicarsi, mentre chi resta fuori finisce a sua volta riflesso sulle pareti, diventando parte della scena.
Durante i fine settimana l’opera viene inoltre attivata dalla lettura di testi di Fabro da parte di un attore.
Dalle “Italie” ai “Piedi”
Tra i nuclei più riconoscibili della ricerca di Fabro ci sono anche i “Piedi”, iniziati alla fine degli anni Sessanta. L’artista prende una parte del corpo tradizionalmente secondaria nella scultura e la rende protagonista, trasformandola in forme monumentali realizzate in vetro, marmo e bronzo, spesso associate a lunghe colonne di seta.
La materia è uno degli elementi centrali di tutta la mostra. Fabro passa dal vetro alla carta, dal bronzo alla seta, dal marmo all’oro zecchino, scegliendo di volta in volta materiali molto diversi per qualità, peso, trasparenza e capacità di reagire alla luce.
Tra le opere esposte c’è anche “Lo spirato”, realizzata tra il 1968 e il 1973: un giaciglio in marmo sul quale resta la traccia di un corpo sotto un lenzuolo. Il corpo però non c’è. Rimane soltanto la memoria della sua presenza, progressivamente dissolta nella superficie della pietra.
Gli Habitat ricostruiti a Milano
“Abitare lo spazio” permette inoltre di rivedere alcuni ambienti che Fabro aveva concepito per occasioni espositive specifiche e che per molti anni non erano più stati presentati nella loro configurazione originaria. La “Sala Pentagonale”, creata per la Biennale di Tokyo del 1970, viene ricostruita per la prima volta da allora. Cinque pareti formano uno spazio raccolto, senza soffitto, nel quale il visitatore incontra diverse opere contemporaneamente.
Nell’Hangar torna anche l’“Habitat di Aachen”, realizzato nel 1983, mentre “Borromini” e “Guarino Guarini”, installazioni presentate originariamente a Basilea, riportano l’attenzione di Fabro verso l’architettura barocca e il modo in cui uno spazio può diventare un sistema di equilibri e tensioni.
Dal corpo al cielo
Negli ultimi decenni della sua attività Fabro guarda sempre più spesso anche al cosmo. “La Luna” e “Il Sole”, entrambe del 1997, costruiscono un dialogo tra forme verticali e orizzontali, luce e materia. Accanto a loro viene presentata per la prima volta in Pirelli HangarBicocca “Eclissi di cielo”, una delle ultime opere dell’artista: una grande sfera di onice verde stretta tra due elementi di marmo nero sui quali compare una mappa stellare realizzata in oro zecchino.
Il percorso termina nel Cubo con “È la vita è la storia è la morale”, del 1995, una struttura sospesa di sei metri per sei, già presentata alla Biennale di Venezia del 1997. Tre livelli diventano altrettante immagini della vita, della storia e della morale, mettendo insieme letteratura, filosofia e rappresentazione del cielo. Una conclusione che riporta al cuore della ricerca di Fabro: non una scultura immobile e separata dal mondo, ma un’opera che esiste pienamente solo quando incontra lo spazio e qualcuno disposto ad attraversarlo.
Definendo la pittura come “visione” e la scultura come “rivelazione”, l’artista ha creato un corpus di opere aperto e stratificato in cui materiali e linguaggi si intrecciano in una ricerca al tempo stesso riflessiva e sensuale, rigorosa e dinamica.
La mostra “Luciano Fabro. Abitare lo spazio” è visitabile a Pirelli HangarBicocca, in via Chiese 2 a Milano, fino al 21 febbraio 2027. L’ingresso è gratuito. Il programma collaterale prevede incontri e lecture in mostra tra novembre e gennaio e una performance prevista nel mese di febbraio.










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