Omicidio Potincu, la Procura chiede l’ergastolo per Andrea Mostoni
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, a chiudere il cerchio intorno a Mostoni ci sarebbero l’orario della morte, le risultante dei tabulati telefonici e le immagini delle telecamere
La Procura della Repubblica di Busto Arsizio ha chiesto l’ergastolo per Andrea Mostoni, operaio di Robecco sul Naviglio a processo davanti alla Corte d’Assise presieduta da Rossella Ferrazzi (a latere Daniela Frattini) per l’omicidio aggravato di Vasilica Potincu, trovata morta con un coltello conficcato nella schiena in un appartamento di via Stelvio a Legnano il 25 maggio dello scorso anno. Per l’imputato la difesa durante l’ultima udienza aveva rinnovato la richiesta di rito abbreviato già formulata davanti al GUP nei mesi scorsi, ma la richiesta è stata ritenuta inammissibile dalla Corte d’Assise.
L’ipotesi che ad uccidere Vasilica Potincu fosse stato Andrea Mostoni, come ha ricostruito durante la sua requisitoria il pubblico ministero Ciro Caramore, era emersa rapidamente nel corso delle indagini, dopo che gli inquirenti avevano scartato le piste alternative che portavano al marito della donna e al suo ex padrone di casa, che in passato l’aveva minacciata. A fare il nome di Mostoni era stato un cliente della donna che nel tempo aveva stretto con lei un rapporto che andava oltre alla sua professione di escort, e gli sviluppi investigativi avevano rapidamente fatto emergere il «rancore» che Mostoni nei confronti della donna, alla quale aveva prestato dei soldi, «probabilmente sperando che si instaurasse una relazione», che non erano mai stati restituiti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, a chiudere il cerchio intorno a Mostoni ci sarebbero l’orario della morte, collocata dal medico legale non oltre la mezzanotte tra il 24 e il 25 maggio, quelli dei tabulati telefonici, con l’ultimo messaggio inviato dalla vittima tramite WhatsApp alle 23.06 e l’ultimo accesso ad uno profili che utilizzava per lavoro alle 23.39, e quelli delle telecamere. Le immagini, infatti, riprendono Mostoni fare avanti e indietro «con insistenza, agitato» sul marciapiedi di via Stelvio tra le 22.28 e le 23.37, avvicinandosi anche due volte alla tapparella del salottino dove Vasilica Potincu riceveva i clienti nel tentativo di vedere all’interno della stanza.
In via Stelvio, sempre secondo quanto ricostruito attraverso le telecamere, Mostoni sarebbe arrivato alle 22.25, per poi andarsene alle 00.16, in un orario «totalmente sovrapponibile» con quello dell’omicidio. Dal campo visivo delle telecamere Mostoni sparisce alle 23.37, per poi ricomparire alle 00.13, pochi minuti prima di allontanarsi in direzione dell’abitazione di un amico, dove arriverà intorno alle 00.30 «probabilmente con l’intento di precostituirsi un alibi», dopo aver avvisato intorno alle 21 che avrebbe tardato.
Contro Mostoni, inoltre, secondo il pubblico ministero depone anche la circostanza che sulla felpa indossata dall’imputato sono state trovate tracce del sangue della vittima, come sotto alle sue scarpe. Una delle «prima preoccupazioni» di Mostoni dopo l’omicidio, peraltro, secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stata quella di lavare l’indumento. Non solo: dall’inchiesta è emerso che qualche minuto prima delle 6 di domenica 25 maggio Mostoni ha cercato su LegnanoNews notizie recenti su Legnano, secondo la pubblica accusa proprio per sapere se fosse stato ritrovato il cadavere. Il 30enne, inoltre, nei giorni successivi al delitto ha cercato online anche informazioni sulle celle telefoniche e qui dati che se ne possono ricavare.
Il sostituto procuratore durante la requisitoria ha puntato il dito anche contro il contenuto delle dichiarazioni rese a pochi giorni dai fatti dall’uomo, «costellate di falsità». A partire dalla felpa nera che avrebbe indossato la sera del delitto, la stessa consegnata ai Carabinieri durante la perquisizione a casa sua, fino alla circostanza per cui quella sera a Legnano ci sarebbe andato per fare un giro in centro, nonostante le telecamere lo riprendano in via Stelvio. Mostoni, inoltre, ha riferito di essere arrivato a casa dell’amico alle 23.30, mentre gli amici lo smentiscono collocando il suo arrivo circa un’ora dopo.
A far parlare di premeditazione, invece, per la Procura sarebbero le «ricerche ossessive» di Mostoni sui profili usati dalla vittima per lavoro dalle 15 fino a pochi minuti dopo le 21, nel «tentativo di capire dove fosse e cosa stesse facendo Vasilica». Solo a maggio, peraltro, Vasilica Potincu era tornata all’appartamento di via Stelvio, dopo essersene allontana da marzo proprio perché «impaurita da Mostoni». Quella sera secondo il pubblico ministero Mostoni «aveva un preciso intento in testa», come dimostrerebbe la sua permanenza per un’ora fuori dall’appartamento. Appartamento dove sarebbe arrivato «probabilmente con i guanti», «sicuramente con il coltello», altro elemento che ha portato la pubblica accusa a contestare la premeditazione.
Per la Procura, inoltre, sussisterebbe anche l’aggravante dello stalking, dimostrata dai «comportamenti molesti e minacciosi» posti in essere dall’imputato nei confronti della vittima, che secondo diverse testimonianze proprio per questo era caduta in depressione, dalle «chiamate continue e ossessive», dalle «minacce anche di morte» e dagli «episodi di pedinamento». Potincu, peraltro, nei mesi precedenti all’omicidio aveva fatto diffidare Mostoni da un legale.
In aula il pubblico ministero ha escluso la possibilità di riconoscere ad Andrea Mostoni le attenuanti generiche, dal momento che «non c’è stata alcuna ammissione, nessuna forma di resipiscenza, nessun risarcimento, nessuna spiegazione, nessun avvio di un percorso di rivisitazione critica». A contrario, per la Procura sarebbero invece emersi «alcuni elementi particolarmente inquietanti» che getterebbero «una luce sinistra sulla personalità dell’imputato». Come la circostanza che tre giorni dopo l’omicidio Mostoni avesse preso appuntamento con un’altra prostituta, con «una freddezza di comportamento che lascia sconcertati». E soprattutto come le conversazioni emerse dalle copie forensi del suo telefono, che per la pubblica accusa portano a ritenere che Mostoni «applicasse un metodo standard», prestando soldi ad una prostituta per «creare una sorta di rapporto di dipendenza psicologica», sfruttandolo poi per «esercitare attività di prevaricazione e di molestia» con «una pressione di natura psicologica continua».
Dalle parti civili, invece, è arrivata la richiesta di un risarcimento di poco più di 400mila euro per il figlio e di circa 370mila euro per l’ex marito della vittima.
Foto di archivio









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