Omicidio Baldo a Saronno, la Procura chiede 12 anni di carcere per Elena Pagani
Al centro del processo ancora una volta la capacità di intendere e di volere della donna, a processo per l'omicidio del padre 86enne del compagno
La Procura ha chiesto 12 anni di reclusione e tre di casa di cura e di custodia come misura di sicurezza al termine della pena per Elena Pagani, imputata davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio per l’omicidio di Romolo Baldo. L’86enne, padre del compagno dell’imputata, era morto dopo essere stato accoltellato il 9 giugno dello scorso anno nella sua abitazione a Saronno, dove la vittima viveva insieme al figlio e alla donna; per il delitto Pagani era stata arrestata in flagranza di reato, con successiva confessione.
In aula la ricostruzione del pubblico ministero che ha coordinato l’inchiesta, il sostituto procuratore Roberto Bonfanti, è partita dal giorno del delitto, dai messaggi scambiati dall’imputata con la madre fino a quelli inviati al compagno subito dopo il delitto, per chiedergli di tornare a casa. Poi l’arrivo del personale sanitario e l’immediata constatazione del decesso, la madre della donna che raggiunge a sua volta la villetta di via Pio XI, l’imputata che dice ai parenti che la vittima «continuava a toccarla», mentre agli inquirenti parla di un tentativo di violenza sessuale, il fermo, la visita in ospedale, il carcere, la visita psicologica prima e psichiatrica poi, infine il TSO, fino all’interrogatorio di garanzia il successivo 23 giugno, quando la donna rende una confessione piena e sconfessa in prima persona il tentativo di violenza sessuale a cui aveva inizialmente fatto riferimento.
Davanti alla Corte d’Assise presieduta da Rossella Ferrazzi (a latera Daniela Frattini), il pubblico ministero si è soffermato sulle due versioni del fatto fornite in sequenza dalla donna, sulle ecchimosi rilevate sul suo braccio, sulle avances che la donna ha raccontato di aver ricevuto dal “suocero”, e soprattutto sulla capacità di intendere e di volere al momento dei fatti di Elena Pagani, che la perizia svolta durante il processo nei mesi scorsi aveva definito «grandemente scemata». A partire dalla storia clinica della donna, che in passato aveva già avuto un episodio depressivo e due episodi di psicosi, fino alle visite psicologiche e psichiatriche nei giorni successivi al delitto, passando per le diverse ricostruzioni che del quadro hanno fornito i consulenti che durante il processo hanno sfilato sul banco dei testi.
A pesare contro la totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti, a più riprese invocata dalla difesa durante il processo, per la Procura c’è la circostanza che l’imputata quel giorno avrebbe mostrato capacità di programmazione, avvisando la madre del rinvio della visita dal veterinario del cane, prendendo il coltello prima di salire nella camera del suocero interpretandone alcune parole come un pericolo, avvertendo il compagno di tornare a casa, allontanando la madre temendo che potesse essere a sua volta coinvolta, fornendo giustificazioni per l’accaduto ai parenti, ai soccorritori e alla polizia giudiziaria e rifiutando di sottoporsi all’esame tossicologico prima di essersi consultata con il proprio legale in ospedale. Nè, per il sostituto procuratore, le ecchimosi sul braccio dell’imputata basterebbero ad escludere l’aggravante della minorata difesa, a fronte delle condizioni di salute della vittima e dello «spirito di sopravvivenza» di chi si vede accoltellato, così come l’attuale adesione al piano terapeutico della donna non basta ad assicurare analoga condotta anche per il futuro.
Ricostruzione, quella formulata dalla Procura, alla quale si è associata la legale della parte civile, la figlia della vittima, insistendo soprattutto sulle aggravanti («Le aggravanti esistono e non sarebbe giusto annullarle, non ci sono gli estremi per poterle togliere») e sulla circostanza che, dopo il delitto, l’imputata non ha fatto «nessuna telefonata», né avanzato «offerte di ristoro economico» né al compagno, poi mancato a sua volta, né alla sorella. Proprio parlando di Silvia Baldo, l’avvocato ha precisato che è la donna che «sta scontando l’ergastolo» e «non uscirà mai dall’incubo» in cui è finita dopo i fatti di giugno 2025.
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