Omicidio Baldo a Saronno, la difesa chiede l’assoluzione per Elena Pagani
La difesa ha contestato anche le richieste della Procura sotto il profilo delle misure di sicurezza. La decisione della Corte d'Assise è attesa per il prossimo 10 novembre
Ha chiesto l’assoluzione per vizio totale di mente la difesa di Elena Pagani, imputata davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio per l’omicidio di Romolo Baldo. L’86enne, padre del compagno della donna, era morto dopo essere stato accoltellato il 9 giugno dello scorso anno nella sua abitazione a Saronno, dove la vittima viveva insieme al figlio e alla donna; per il delitto Pagani era stata arrestata in flagranza di reato, con successiva confessione.
Nell’arringa la difesa di Pagani ha puntato il dito soprattutto contro la perizia svolta nei mesi scorsi, che aveva portato ad una valutazione di capacità di intendere e di volere «grandemente scemata» per la donna: il legale che assiste l’imputata, l’avvocato Angelo Murdolo, ha parlato senza mezzi termini di «grosse lacune sia nella fase redazionale che nella fase dell’elaborazione metodologica, nonché sotto il profilo tecnico-scientifico», spingendo invece sulla tesi portata in aula dal consulente della difesa. Il legale ha inoltre richiamato a più riprese le «problematiche di tipo affettivo» di Elena Pagani, i «traumi da abbandono» vissuti in precedenza dalla donna e «i sette anni di alienazione affettiva» che la donna avrebbe vissuto insieme al compagno, parlando di «elementi stressogeni» che si sono «cumulati» portando al delitto.
Davanti alla Corte d’Assise presieduta da Rossella Ferrazzi (a latere Daniela Frattini), la difesa dell’imputata ha inoltre ripercorso le testimonianze, definite «cruciali», di psicologi e psichiatri che visitarono Elena Pagani in carcere, che per il legale convergerebbero verso «una verità incontestabile»: la donna sarebbe affetta da «una malattia cronica, dalla quale non si può guarire». Né per l’avvocato Murdolo, che ha reiterato la richiesta di rito abbreviato, può essere contestata alla sua assistita l’aggravante della minorata difesa, così come la strada da percorrere sotto il profilo delle misure di sicurezza non sarebbe quella della casa di cura e custodia, ma quella di una «comunità terapeutica a bassa o media intensità con percorso riabilitativo e rieducativo che contempli il lavoro come perno e cardine della sua rinascita».
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