Biondillo, Malvaldi e Scotti raccontano il tempo: la sfida finale del Premio Chiara
Ultimi giorni per la Giuria popolare del Premio Chiara 2026. Nei libri finalisti il racconto diventa palestra, dialogo con chi legge e spazio in cui custodire memoria e cambiamento
Tre scrittori, tre raccolte e, soprattutto, tre idee molto diverse di che cosa significhi scrivere racconti. Mentre il Premio Chiara 2026 entra negli ultimi giorni del voto della Giuria popolare, Gianni Biondillo, Marco Malvaldi e Francesca Scotti arrivano al momento decisivo con libri che sembrano rispondere, ciascuno a modo proprio, alla stessa domanda: quanto può stare dentro lo spazio breve di un racconto?
La risposta, leggendo le parole con cui gli stessi autori accompagnano le loro opere, sembra essere: quasi tutto. Il tempo che passa, quello che vorremmo fermare, le persone che cambiano, le case che trattengono ciò che è accaduto, la memoria e perfino la scoperta di essere diventati diversi dallo scrittore o dal lettore che eravamo.
La terna della XXXVIII edizione del Premio Chiara è composta da Gianni Biondillo con La tempesta perfetta e altre storie (Guanda), Marco Malvaldi con L’uomo vestito d’arancione e Francesca Scotti con La stagione delle case vuote (Hacca). È stata scelta all’unanimità dalla giuria tecnica fra 51 raccolte candidate.
Ora la parola è ai lettori. La Giuria popolare è composta da 150 persone e il voto è entrato nel rush finale: il 7 ottobre è l’ultimo giorno utile per esprimere la preferenza attraverso il portale Eligo.social, con la votazione online che si chiuderà inderogabilmente allo scoccare della mezzanotte dell’8 ottobre.
Biondillo: «Il racconto resta una palestra straordinaria per ogni scrittore»
Per Gianni Biondillo il racconto è prima di tutto una prova con se stessi. Nelle pagine finali di La tempesta perfetta e altre storie racconta l’esperienza di avere rimesso mano a testi nati anche molti anni prima: «Riordinare e correggere racconti che spesso hanno già alcuni anni significa riscoprirsi come lettore di se stesso».
C’è qualcosa di sorprendente, spiega, nel guardare dall’esterno ciò che si è scritto. E da quella distanza emerge persino un autore che non coincide del tutto con quello che si pensava di essere, «questo autore inaspettato, dalla fantasia un po’ terremotata, che a ben vedere mi somiglia molto».
È proprio la forma breve, secondo Biondillo, a imporre allo scrittore un esercizio particolarmente esigente: «Il racconto resta una palestra straordinaria per ogni scrittore. Cambiano il passo, la lingua, la dimensione, l’obiettivo, il colpo da sferrare. Preciso, senza indugio».
Una definizione che trova riscontro nella varietà della raccolta. La tempesta perfetta e altre storie attraversa epoche, luoghi e generi: dalla Milano della Triennale occupata nel 1968 alla città del lockdown, dalla Roma degli anni Venti a Larderello, passando attraverso fantascienza, storia, giallo, memoir, commedia e tragedia.
Alcuni di quei racconti hanno avuto una vita precedente su quotidiani e riviste, altri furono commissionati per antologie, eventi, monologhi teatrali o cataloghi di mostre, altri ancora erano inediti. E anche il vincolo, per Biondillo, può diventare materia creativa: le richieste di un tema o di un numero preciso di battute non sono state «vincoli», scrive, ma «sfide» e «opportunità».
Malvaldi: «Un libro non esiste senza le persone che lo leggono»
Se Biondillo guarda allo scrittore che rilegge se stesso, Marco Malvaldi mette al centro l’altro protagonista indispensabile di ogni storia: il lettore.
Nelle pagine che accompagnano L’uomo vestito d’arancione, Malvaldi parte da un’esperienza molto comune, quella di tornare dopo anni ai libri amati. A volte ritroviamo la stessa leggerezza, altre volte restiamo delusi. E allora la conclusione è inevitabile: non è il libro a essere cambiato, siamo cambiati noi.
«Niente come il rileggere gli stessi libri ci dice quanto siamo cambiati nel corso degli anni», scrive. È un’esperienza che Malvaldi applica anche a se stesso, tornando ai racconti scritti cinque, sette o dieci anni prima e scoprendo talvolta di non riconoscersi completamente.
Da qui nasce una delle definizioni più nette del suo rapporto con la narrativa: «Un libro non esiste senza le persone che lo leggono: questo è un gioco che si fa in due». Lo scrittore provoca, suggerisce, costruisce un’illusione, ma dall’altra parte c’è sempre qualcuno che completa quell’illusione leggendo.
Il tempo diventa così una delle chiavi per entrare nei suoi racconti. Malvaldi osserva con ironia come i grandi investigatori della letteratura sembrino sottrarsi all’invecchiamento mentre il mondo attorno a loro cambia. Hercule Poirot attraversa mezzo secolo quasi indenne, Nero Wolfe conduce una vita tutt’altro che salutista senza pagarne apparentemente il prezzo, mentre tecnologie, giornali, telefoni e società si trasformano.
Ma è proprio nei racconti che Malvaldi vede cambiare più chiaramente anche i propri personaggi. Nei romanzi alcuni restano ai margini, nella forma breve conquistano il centro della scena. E soprattutto emergono i rapporti umani, le amicizie, i ricordi, i legami che il tempo modifica.
La rilettura diventa allora uno specchio. «Mi preme molto di più che mi riconosca tu, che leggerai o rileggerai questi racconti», scrive Malvaldi rivolgendosi direttamente al lettore. E chiude con una frase che riassume quel patto: «Grazie della tua fiducia, sempre».
Scotti: «La casa non è mai soltanto un luogo fisico»
Con Francesca Scotti il tempo entra invece nelle stanze. La stagione delle case vuote raccoglie sedici racconti autonomi attraversati dall’assenza, dalla perdita e da una sottile inquietudine, con storie che si muovono tra Italia e Giappone.
«La casa, a livello narrativo, mi interessa proprio perché non è mai soltanto un luogo fisico», spiega Scotti. «È uno spazio che continua a lavorare dentro di noi anche quando non lo occupiamo e anche molto tempo dopo averlo lasciato».
Le case del titolo, dunque, non sono semplicemente edifici abbandonati. «Anche quando non ci vive più nessuno, conservano tracce di chi le ha amate, delle relazioni che vi si sono consumate, delle attese e delle possibilità rimaste ad aleggiare nelle stanze».
Il vuoto diventa così qualcosa di paradossalmente pieno. Non «statica assenza», ma una presenza di echi, capace di agire ancora su chi attraversa una camera, un corridoio o una soffitta. E la memoria personale di Scotti è fatta anche di dettagli spaziali: una finestra sul parco, una scala a chiocciola, la luce del mattino che cade su un pavimento.
«Le case hanno la capacità di custodire il tempo, talvolta lo proteggono, altre lo intrappolano», dice l’autrice. Una frase che potrebbe essere anche una chiave per leggere l’intera raccolta, dove la normalità domestica viene continuamente attraversata da piccole incrinature, presenze, ricordi e trasformazioni.
Ma nel titolo c’è una seconda parola importante: stagione. Ed è quella che impedisce al vuoto di diventare definitivo. «Una stagione è qualcosa che arriva, si trasforma per lasciare posto ad altro». Per questo, aggiunge Scotti, «anche il vuoto di questi racconti non è una fine»: qualcosa si è concluso, ma rimane ancora una possibilità di rinnovamento.
Tre libri e un unico giudice: il lettore
Palestra per lo scrittore, gioco a due con chi legge, luogo nel quale il tempo e la memoria continuano ad abitare. Le tre raccolte finaliste sembrano arrivare da direzioni lontane, ma finiscono per incontrarsi proprio sul terreno che è al centro del Premio dedicato a Piero Chiara: la capacità del racconto di concentrare una vita, un cambiamento o un mondo in poche pagine.
E forse c’è un’ulteriore coincidenza: tutti e tre gli autori, in modi differenti, affidano al tempo il compito di completare le loro storie. Biondillo torna sui propri racconti e scopre lo scrittore che era; Malvaldi rilegge e misura la distanza fra il lettore di ieri e quello di oggi; Scotti entra nelle case e trova ciò che il tempo vi ha lasciato.
A decidere quale di queste tre strade porterà al Premio Chiara 2026 saranno ora i lettori. La proclamazione è in programma domenica 18 ottobre alle 17 nella Sala Napoleonica delle Ville Ponti di Varese. Il giorno precedente, 17 ottobre, i finalisti saranno alla Biblioteca Cantonale di Lugano, mentre la mattina del 18 incontreranno il pubblico anche all’HIC-Museo MAGA di Gallarate.
Prima, però, resta da chiudere il voto. E per un premio dedicato al racconto non potrebbe esserci conclusione più coerente: dopo le parole degli scrittori, l’ultima parola spetta a chi quelle storie le ha lette.
.










Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.