Oltre 150 persone all’assemblea contro i data center: si organizza in Lombardia la mobilitazione contro le Big Tech
I nuovi impianti stanno fiorendo nelle campagne della "bassa", ma anche in mezzo alle cittadine della popolosa zona a Nord della metropoli. Vengono contestati per l'impatto ambientale e di uso dell'energia: una battaglia che dagli Usa approda anche in Lombardia
Riunire singole battaglie, per una mobilitazione più ampia, per sfidare le “Big tech” a livello gloibale. Il fronte di contestazione ai data center – giganteschi impianti energivori e ad alto impatto ambientale – coinvolge sempre più anche la Lombardia, dove si stanno moltiplicando i progetti (e le contestazioni locali).
Mercoledì sera più di 150 persone hanno partecipato a Rho all’assemblea pubblica promossa dal Centro Sociale Fornace per chiedere una moratoria immediata sulla costruzione di nuovi data center nel Rhodense e, più in generale, in Lombardia. L’iniziativa è appunto un nuovo tassello nella crescente mobilitazione che accompagna l’espansione delle grandi infrastrutture digitali, un fenomeno che interessa ormai numerosi territori lombardi e che sta alimentando un dibattito internazionale sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale e dei servizi cloud.
Secondo gli organizzatori, all’incontro hanno preso parte cittadini, attivisti, comitati territoriali e associazioni con l’obiettivo di costruire “un’opposizione sociale a un modello predatorio di sviluppo che vuole rendere le nostre città delle colonie asservite agli interessi delle Big Tech”.
I data center sono contestati – anche negli Usa – per l’alto consumo di energia, la bassa occupazione che creano e più di tutto per il forte impatto ambientale: l’attività dissipa calore in atmosfera, consuma acqua per il raffreddamento e (in molti casi) consuma anche suolo vergine.
In Lombardia alcuni aspetti – come l’aumento di calore a livello locale – sono particolarmente problematici in aree a densità abitativa medio-alta, com’è ad esempio tutta la fascia del Nord Milano. D’altra parte all’opposto preoccupa quando vengono costruiti su terreni “vergine”, con consumo di suolo in territori agricoli, tanto più in Lombardia dove molti terreni sono altamente fertili.
L’assemblea all’Sos Fornace ha indicato nella Regione Lombardia il principale interlocutore politico. Secondo gli organizzatori, Palazzo Lombardia avrebbe “trasformato la regione nel parco giochi delle Big Tech”, annunciando come prossimo obiettivo una manifestazione regionale per chiedere una moratoria sulle nuove autorizzazioni e una pianificazione pubblica delle infrastrutture digitali.
La nuova legge lombarda e le critiche delle opposizioni
Il confronto si inserisce in un quadro normativo appena cambiato. Dal 20 giugno è in vigore la legge regionale 3 giugno 2026, numero 11, “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati”, approvata dal Consiglio regionale il 26 maggio con i voti della maggioranza. La Lombardia è stata la prima Regione italiana a dotarsi di una disciplina organica specifica per la realizzazione, l’ampliamento e il monitoraggio dei data center.
La legge indica come prioritaria la collocazione degli impianti nelle aree industriali dismesse e negli ambiti di rigenerazione urbana. Tra gli obiettivi dichiarati ci sono la riduzione del consumo di suolo, la tutela delle risorse idriche, l’uso di fonti energetiche a basso impatto carbonico e il recupero del calore prodotto dai sistemi di raffreddamento, anche attraverso reti di teleriscaldamento. Vengono inoltre previste procedure autorizzative coordinate, uno sportello regionale e misure premiali per i progetti che rispettano i criteri ambientali indicati.
Sul piano urbanistico, i centri con una potenza richiesta superiore a 5 megawatt vengono classificati come insediamenti produttivi. Per quelli superiori a 10 megawatt è prevista una valutazione di rilevanza sovracomunale, mentre per gli impianti oltre i 50 megawatt il coordinamento passa direttamente alla Regione. Nei casi in cui venga occupato suolo agricolo, il contributo di costruzione viene aumentato del 50 per cento, fino al 75 per cento nelle aree comprese nei parchi regionali.
Proprio questi meccanismi sono stati contestati dalle opposizioni, che hanno votato contro il provvedimento. Il Partito democratico, pur avendo presentato una propria proposta di legge poi abbinata a quella della Giunta, ha sostenuto che il testo finale non introduca un vero divieto di edificazione sui terreni agricoli e nelle aree verdi, ma si limiti a rendere economicamente più onerosi questi interventi. Secondo i consiglieri dem, mancherebbero quindi “vincoli stringenti” capaci di garantire una tutela effettiva del suolo, dei parchi e delle zone agricole. Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto invece di fermare o rinviare la legge, denunciando il rischio che le decisioni vengano sottratte ai Comuni e che le procedure accelerate favoriscano soprattutto gli operatori privati. Critiche analoghe sono arrivate da Patto Civico e Possibile.
I progetti in Lombardia
La protesta arriva mentre la Lombardia continua a essere uno dei principali poli italiani per lo sviluppo dei data center, grazie alla vicinanza con Milano e alla disponibilità di reti elettriche e infrastrutture di telecomunicazione. Al margine esterno della fitta conurbazione del Nord Milano, Cesate rientra nei territori interessati dalla rapida espansione dei data center lungo l’asse nord-ovest dell’area metropolitana milanese, dove diversi progetti stanno suscitando interrogativi sul futuro utilizzo del territorio, sul fabbisogno energetico e sulla pianificazione urbanistica.

A Bollate il progetto di un nuovo data center a Cassina Nuova ha acceso un lungo confronto. Legambiente Lombardia aveva presentato ricorso al Tar contro l’intervento, contestando il consumo di circa dodici ettari di aree verdi e sostenendo che strutture di questo tipo dovrebbero essere collocate prioritariamente su aree industriali dismesse. Il ricorso è stato successivamente ritirato dopo un accordo che ha previsto compensazioni ambientali, tra cui l’ampliamento del Parco delle Groane, ma il dibattito resta aperto.
Poco distante da Cassina Nuova c’è l’intervento a Paderno Dugnano.
Tra i progetti più rilevanti c’è poi quello previsto a Magenta, nell’area dell’ex Novaceta, dove è in corso la procedura di Valutazione di impatto ambientale per un grande campus destinato ai data center. Il progetto interessa circa 13 ettari e prevede la realizzazione di cinque edifici dedicati ai server.
Se in questo caso positivo è l’utilizzo di un’area dismessa, comitati e residenti della cittadina denunciano i problemi legati agli altri aspetti ambientali e di consumo di suolo.

Un dibattito che supera i confini italiani e che è anche politico
Le contestazioni ai data center non sono un fenomeno esclusivamente lombardo. Negli Stati Uniti, dove la corsa alle infrastrutture per l’intelligenza artificiale procede a ritmi elevatissimi, numerose comunità locali si sono opposte a nuovi impianti per il timore dell’aumento dei consumi elettrici, dell’utilizzo delle risorse idriche, del rumore e dell’impatto sul territorio. In diversi Stati i progetti sono stati rallentati o bloccati dalle proteste dei residenti.
Situazioni analoghe si registrano anche in Europa. L’Irlanda è spesso indicata come uno dei casi simbolo: secondo un rapporto richiamato dalle Nazioni Unite, i data center assorbono già oltre un quinto dell’energia elettrica nazionale, alimentando un intenso confronto pubblico sulla sostenibilità del settore. Anche nel Regno Unito, nei Paesi Bassi e in Cile sono aumentate le contestazioni e i ricorsi contro nuovi insediamenti, tanto che un recente rapporto della London School of Economics segnala una crescita delle cause legali legate agli impatti climatici, energetici e idrici dei data center.

La crescita della domanda di potenza di calcolo legata all’intelligenza artificiale sta infatti spingendo governi e amministrazioni locali a cercare un equilibrio tra sviluppo economico e sostenibilità ambientale, mentre nei territori interessati si moltiplicano le richieste di maggiore trasparenza, pianificazione e partecipazione alle decisioni.
Prese una ad una, le contestazioni a singoli impianti possono apparire come un fenomeno “Nimby” (“non nel mio cortile”, contestazione egoistica), ma nell’alleanza tra comitati e voci critiche emerge anche un dato politico: la lotta ai data center rappresenta una richiesta di riequilibrare i rapporti tra gli interessi delle grandi società, che dall’Ai traggono enormi profitti, e i diritti delle comunità su cui ricadono gli aspetti negativi.










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