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“Quando ho visto un mio studente dietro le sbarre mi si è stretto il cuore”. Maria Greco racconta il suo impegno in carcere a Varese

Dalla carenza di spazi e personale alle difficoltà del reinserimento lavorativo e abitativo: la testimonianza della presidente dell'Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire impegnata da anni accanto alle persone detenute

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Una struttura vecchia e sovraffollata, spazi insufficienti per le attività, ma anche volontari che ogni settimana entrano in carcere per ascoltare, organizzare laboratori e offrire un collegamento con il mondo esterno. Maria Greco, presidente dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire, è stata ospite di Orlando Mastrillo a Soci All Time su Radio Materia per raccontare la realtà della casa circondariale di Varese e il lavoro dell’associazione. Greco conosce il carcere quasi per caso. Insegnante all’istituto Newton, entra per la prima volta nella struttura varesina per sostituire una collega impegnata in un progetto sulla legalità.

L’impatto è forte

Le chiavi, le porte che si chiudono una dopo l’altra, le sbarre alle finestre le provocano inizialmente una sensazione di soffocamento. Poi l’incontro con i detenuti cambia completamente la prospettiva. «Quando sono tornata a casa ho detto a mio marito che, se un giorno avessi fatto volontariato, lo avrei fatto in carcere – racconta Maria Greco, presidente dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire -. Mi ha risposto: “Sei matta?”». A colpirla sono soprattutto la fragilità e l’incertezza delle persone incontrate, molto diverse dall’immagine che si era costruita prima di entrare. Intorno al 2015 Greco entra nell’associazione e alcuni anni più tardi ne diventa presidente.

L’incontro in carcere con un suo ex studente

Tra gli episodi che più le sono rimasti impressi c’è quello di un ragazzo che conosceva molto bene. Camminando nel corridoio del carcere, Greco si trova davanti un suo ex alunno, appena diciottenne, finito in carcere per spaccio. Il giovane presenta successivamente una “domandina”, la richiesta utilizzata dai detenuti per accedere alle attività, per partecipare al laboratorio del cappellano e avere così la possibilità di parlare con la sua ex insegnante. Da quell’incontro arriva anche un messaggio che il ragazzo chiede a Greco di riportare agli studenti rimasti a scuola: non credere all’illusione che tanto «non ti prendono mai».

Una “finestra di libertà” dentro il carcere

L’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire opera da circa vent’anni ed è formata da volontari. Il loro compito non è quello degli agenti di polizia penitenziaria, ma offrire ascolto, attività e una presenza esterna che non parta dal giudizio sulla persona. Per i detenuti, spiega Greco, l’incontro con i volontari può diventare una piccola «finestra di libertà». Le attività sono diverse. Ci sono laboratori manuali e artistici, dalla pittura alla costruzione di modellini in legno con materiali compatibili con le regole di sicurezza del carcere. Vengono organizzati corsi di chitarra e incontri di catechesi in collaborazione con il cappellano.

L’associazione gestisce inoltre un servizio guardaroba e distribuisce prodotti per l’igiene personale. In alcuni casi il sostegno riguarda necessità ancora più immediate: tra i detenuti ci sono giovani e stranieri che arrivano senza denaro e senza una rete familiare vicina, per i quali anche poter telefonare a casa può diventare un problema.

Sovraffollamento e spazi: le difficoltà del carcere di Varese

Il racconto di Maria Greco mette però in evidenza anche numerosi problemi della struttura varesina. Secondo quanto riferito dalla presidente durante la trasmissione, il carcere si trova ad affrontare una situazione di sovraffollamento, insieme alla vetustà degli edifici e degli impianti. Greco descrive celle con più detenuti, servizi igienici inadeguati e docce per le quali gli interventi di manutenzione possono richiedere tempi molto lunghi. Anche gli spazi destinati alle attività rappresentano un problema. La cappella, racconta Greco, è inutilizzabile da anni a causa di una crepa e la messa domenicale viene quindi celebrata nella sala colloqui. Ci sarebbero poi ambienti che potrebbero ospitare nuove attività, ma che non possono essere utilizzati anche per le difficoltà organizzative e la carenza di personale necessario a garantire la sorveglianza.

Il lavoro dei volontari e quello della polizia penitenziaria

La mancanza di personale della polizia penitenziaria, sottolinea Greco, ha conseguenze anche sulle possibilità di organizzare laboratori e iniziative. Ogni spostamento all’interno del carcere richiede infatti procedure e personale. Aumentare le attività significa quindi aumentare anche le necessità sul fronte della sorveglianza, in una struttura che già deve fare i conti con organici limitati. A cambiare, secondo l’esperienza raccontata dalla presidente, è anche la popolazione detenuta. L’associazione incontra giovani stranieri privi di una rete familiare sul territorio, persone con dipendenze e detenuti con fragilità psicologiche e psichiatriche. Situazioni differenti che rendono ancora più complesso costruire percorsi individuali.

La difficoltà più grande può cominciare quando si esce

C’è poi tutto ciò che accade oltre il cancello. Il reinserimento, soprattutto per chi non ha una famiglia, una casa o un lavoro, è uno dei nodi sui quali l’associazione vorrebbe intervenire maggiormente.  Tra le esperienze di lavoro esterno citate durante la trasmissione ci sono quelle realizzate con il Comune di Varese attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento penitenziario, con detenuti impegnati nella manutenzione del verde e di spazi comunali. Resta però la difficoltà di trovare aziende disponibili a offrire opportunità e di costruire una rete che accompagni le persone una volta terminata la pena. Per chi esce senza una casa e senza qualcuno ad aspettarlo, la libertà rischia infatti di coincidere con l’inizio di una nuova situazione di precarietà.

Il progetto: appartamenti per chi ricomincia dopo il carcere

Da qui nasce uno degli obiettivi per il futuro dell’Associazione Assistenti Carcerari San Vittore Martire: trovare una sede stabile e, soprattutto, riuscire a creare appartamenti di prima accoglienza. L’idea è offrire un alloggio temporaneo a chi termina la pena senza avere una casa o risorse economiche sufficienti, accompagnando il ritorno alla vita fuori dal carcere. Un progetto che completa idealmente il lavoro svolto dai volontari all’interno della casa circondariale: non soltanto creare occasioni di socialità durante la detenzione, ma provare a costruire le condizioni perché, una volta fuori, sia possibile trovare un punto dal quale ricominciare.

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Pubblicato il 24 Settembre 2026
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