Trecento metri sotto al ghiaccio
La tremenda storia di Bohumil Modrý e del suo compagno di squadra Augustin Bubník, monumenti dell'hockey cecoslovacco puniti da un regime che, attraverso loro, volle colpire tutto il popolo
(d. f.) Secondo appuntamento di questa stagione con “Alla Balaustra”, la rubrica ideata e scritta da Marco Giannatiempo, curata dalla redazione sportiva di V2 Media/ VareseNews e dedicata alla cultura e alle storie dell’hockey su ghiaccio. In questa puntata torniamo oltre la “Cortina di ferro”, in Cecoslovacchia per la tremenda storia di un monumento dello sport, colpito dalla (in)giustizia di Stato.
I 32 racconti delle prime due stagioni e il box con le puntate trasformate in podcast sono disponibili in fondo all’articolo.
Jáchymov, inverno 1952. L’acqua scorre lenta sulla roccia scura, quasi flemmatica ma inesorabile. Fredda, color ruggine, trecento metri sottoterra: acqua che sa di ferro, di chiodo arrugginito, con un sentore di zolfo. Il dorso della roccia su cui scivola riflette la luce fioca della lampada al carburo, che emana un inconfondibile odore d’aglio, acre, che sa di marcio. Laggiù non c’è giorno e non c’è notte. Il tempo è scandito da una pendola immaginaria: sono i colpi, quasi cadenzati, degli attrezzi che battono contro le pareti dei cunicoli.
Pareti di pechblenda, così la chiamano: minerale d’uranio. Migliaia di uomini, come formiche, lo strappano alle viscere della terra perché venga spedito a Est sui vagoni piombati e diventi qualcosa che un giorno farà paura al mondo. Per quel lavoro il governo comunista usa le mani dei nemici del popolo. L’uomo più alto, spalle larghe e mani grandi, picchia la mazza sul cuneo. Al colpo si stacca dalla roccia un frammento di una dozzina di centimetri che schizza via; d’istinto, con un movimento lesto del braccio, lui lo blocca al volo e lo stringe nel pugno. Accade tutto in un istante, un gesto plastico quanto naturale.
L’altro, più giovane, sorride e continua a spalare. Ha 24 anni, ma ne dimostra almeno il doppio. Tomáš osserva la scena da poco lontano. È appena arrivato: ex impiegato delle poste di Brno, è finito lì per una lettera spedita al cugino sbagliato, che lo ha denunciato per il contenuto sovversivo della missiva. Ha ancora la faccia pallida di chi è sceso da poco. Si avvicina ai due con cautela. «Scusa…» sussurra «ma tu sei Modrý?» «Lo ero. Ora sono solo un numero, e non quello della mia maglia» risponde l’uomo alto, senza smettere di picchiare.
«Sei Bohumil Modrý. Il portiere! Ho seguito tutte le Olimpiadi di St. Moritz. Sei stato incredibile, e quella partita con il Canada… Mio figlio ha il tuo poster in camera»
Il giovane con la pala ride. È una risata breve, che finisce in un colpo di tosse.
«E tu sei Bubník» continua l’impiegato, voltandosi verso di lui commosso.
«Augustin Bubník. Ma che ci fate qui?»
Il caposquadra urla qualcosa dal fondo del cunicolo. L’impiegato torna in fretta al suo carrello, ma si gira ancora una volta.
«Bohumil, mio figlio ha ancora il tuo poster sopra il letto…»
Modrý si asciuga il sudore e lo guarda.
«Digli di staccarlo» risponde. «Prima che vengano a prendere anche lui».
Bohumil Modrý nasce a Praga nel 1916. Studia da ingegnere, e in effetti è da sempre un uomo di calcoli e di misure. Cresce al liceo di Smíchov tra libri e atletica leggera, ottimo mezzofondista. Sul ghiaccio arriva quasi per caso, passando dalla porta della pallamano a quella dell’hockey. Se ne innamora subito ed emerge grazie a un talento innato tra i pali: senso della posizione e velocità sono le sue doti distintive. Dalla scuola ai club è un crescendo naturale, che lo porta fino al titolo mondiale con la Cecoslovacchia nel 1947. L’anno dopo, alle Olimpiadi di St. Moritz, para davvero tutto: la sua squadra chiude il torneo senza una sola sconfitta e, grazie a una sua prestazione magistrale, non perde nemmeno lo scontro decisivo con il Canada. Finisce 0-0, ma il regolamento assegna l’oro alle foglie d’acero per una differenza reti migliore di due soli gol. Intanto a Praga i comunisti prendono il potere, e in poco tempo tutto cambia.
L’11 marzo 1950 la nazionale cecoslovacca è all’aeroporto di Praga, pronta a volare a Londra per difendere il titolo. Il volo non parte. Si parla di visti negati ai giornalisti, ma è solo una scusa: il partito ha deciso che i campioni del mondo non usciranno dal Paese. Alcuni giocatori hanno parenti all’estero, ex compagni già emigrati: troppe tentazioni di non tornare. Meglio non rischiare. Due giorni dopo, il 13 marzo, una parte della squadra si ritrova in una delle birrerie più note del centro, la U Herclíků. Bevono parecchio. Sono arrabbiati come può esserlo solo chi si è allenato un anno intero per qualcosa che gli viene sottratto ingiustamente. Qualcuno alza la voce e dice cosa pensa del governo. Nel locale, come ovunque in città, ci sono orecchie pronte a riferire tutto alla StB, la polizia segreta di Stato. Arrivano gli arresti: prima quelli della birreria, poi gli altri. Il 31 marzo prendono anche Modrý, il più famoso, il più rispettato, l’uomo che aveva fermato il Canada: una sorta di eroe nazionale. Lo fanno per una regola semplice: se vuoi spaventare un Paese intero, colpisci il suo monumento.
Il processo si tiene a Praga all’inizio di ottobre del 1950, a porte chiuse. L’accusa è enorme: alto tradimento, spionaggio e un complotto per fuggire in Occidente con l’intera squadra. Bubník racconterà anni dopo che gli avvocati li avevano preparati al peggio: per lui e per Modrý si prospettava la pena di morte. Del resto, pochi mesi prima, a giugno, il regime aveva impiccato Milada Horáková nel cortile del carcere di Pankrác: una figura scomoda per il partito. La forca per i giocatori non arriva. Si aprono però le porte del carcere di Bory, a Plzeň: una sessantina d’anni di condanna in tutto, sommando le pene di tutti. Poi, nell’estate del 1951, la discesa all’inferno, nelle miniere di uranio di Jáchymov, a estrarre materiale radioattivo senza alcuna protezione. Una tazza d’acqua al giorno, un tozzo di pane e una quota minima di uranio da estrarre ogni ventiquattr’ore.
Nel 1955 arriva l’amnistia del presidente Zápotocký. Modrý può finalmente uscire, anche se una parte di lui resterà per sempre in fondo a quel tunnel. Non tornerà più a giocare. Scriverà libri sull’hockey, sulla tecnica dei portieri, su come si sta tra i pali senza paura, e insegnerà a una generazione di giovani portieri cecoslovacchi il mestiere che a lui è costato tutto, anzi troppo. Le radiazioni, infatti, lo consumano lentamente, come quell’acqua che scorreva sulle pareti. Bohumil Modrý muore a Praga il 21 luglio 1963, a 46 anni. Bubník è più giovane, più fortunato, o forse soltanto più testardo. Sopravvive e torna sul ghiaccio, poi in panchina. Allena, gira il mondo e racconta la sua storia. Lo Stato chiederà scusa solo dopo il 1989, quando non sarà rimasto quasi più nessuno a cui chiederla. Qualche anno più tardi Modrý entrerà nella Hall of Fame dell’IIHF.
Uno scrittore austriaco, Josef Haslinger, racconterà la sua storia in un romanzo intitolato semplicemente Jáchymov, perché quel nome basta. Probabilmente, se Bohumil Modrý non fosse stato uno dei migliori portieri al mondo, in quell’inferno non sarebbe mai entrato. Ma serviva un esempio, e lui era l’esempio perfetto. A lui e a tutti i compagni ingiustamente accusati è dedicata una targa d’ottone, fissata all’altezza del numero 28 di via Pštrossova, a Praga. L’impiegato di Brno, no, non è mai esistito. Ma da qualche parte, in quegli anni, un bambino ha avuto davvero il poster di Modrý attaccato sopra il letto, fino al giorno in cui qualcuno gli avrà detto di staccarlo.
ALLA BALAUSTRA – Leggi le puntate precedenti
IL PODCAST – “Dalla Balaustra” è anche un podcast trasmesso su Radio Materia e disponibile sulle principali piattaforme di ascolto. Nel box sottostante trovate tutte le puntate pubblicate fino a ora.






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