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Sulle tracce di Liliana Segre sul Sentiero del silenzio

Inaugurato il sentiero che 80 anni fa portò la senatrice a vita a varcare la frontiera passando attraverso i boschi. Un percorso che termina con una installazione che riproduce la dogana con le orme degli ebrei e le valigie della famiglia Segre

Un tratto di “ramina” con un cancello di legno che segna il punto di confine tra l’Italia e la Svizzera è il punto di arrivo del Sentiero del silenzio. Luoghi incantevoli, dentro un fitto bosco con un percorso che da Viggiù porta ad Arzo in Canton Ticino. Oggi a rendere tutto più suggestivo è arrivata la neve che ha accompagnato dall’inizio alla fine le oltre cento persone arrivate per un evento denso di emozione.

Ottanta anni fa esatti, l’8 dicembre 1943, la piccola Liliana Segre con suo papà Alberto e due cugini percorsero quello stesso sentiero per cercare la salvezza in Svizzera. Salirono in una giornata di pioggia che aveva reso il tracciato pieno di fango. Faceva freddo e nell’aria c’era la tragedia che da lì a poco sarebbe diventata realtà. Quell’estremo tentativo di fuggire alla furia fascista e nazista di catturare tutti gli ebrei per portarli nei campi di concentramento per la soluzione finale, fallì di fronte alla solerzia della polizia elvetica che ricacciò indietro quella bambina e la sua famiglia.

L’INAUGURAZIONE DEL SENTIERO DEL SILENZIO

Sentiero del silenzio

Ottanta anni dopo, grazie all’impegno dei volontari di AMO – Amici del Monte Orsa e delle amministrazioni comunali di Clivio, Saltrio e Viggiù, quel sentiero torna ad essere praticabile. I tre sindaci hanno accolto le tantissime persone arrivate da ogni luogo della provincia e oltre per un simbolico taglio del nastro. Emanuela Quintiglio sindaca di Viggiù da dove inizia il percorso ha messo in evidenza il bisogno di non dimenticare, di fare memoria. Concetti ripresi poi dai colleghi Maurizio Zanuso, primo cittadino di Saltrio e Giuseppe Galli di Clivio.

IL SENTIERO DEL SILENZIO

Sentiero del silenzio

Il percorso è lungo quattro chilometri. È segnalato con piccoli cartelli che riportano un barcode per conoscere la storia dei luoghi e degli avvenimenti. “Un percorso – come si può leggere sul sito uffciale – dedicato a coloro che hanno attraversato il confine italo-svizzero durante la 2° guerra mondiale per fuggire dalle persecuzioni naziste e fasciste. Partenza da Piazza Albinola a Viggiù 480mslm e arrivo al Colle Oro a Saltrio 750mslm con un dislivello positivo di 310m in circa 1h40′ in cui sarà possibile ripercorrere la “via delle Aquile randagie” e vivere emozioni a contatto con la natura e la storia.

L’INSTALLAZIONE CON LA PORTA, LA RAMINA E LE VALIGE DELLA FAMIGLIA SEGRE

Sentiero del silenzio

Al Colle Oro, dopo aver oltrepassato la grande panchina in cima a un belvedere, si trova l’installazione che riproduce le orme degli ebrei, la porta di ingresso per la Svizzera e le valige della famiglia Segre. Una breve cerimonia che ha visto una grande partecipazione emotiva da parte dei presenti. Dopo aver ascoltato un brano di Liliana Segre letto da Nicoletta Realini degli Amici del monte Orsa che ricorda proprio quel drammatico giorno dell’8 dicembre 1943, è stato sollevato il telo che nascondeva le valigie. L’artista Andrea Gosetti ha messo poi in scena una toccante performance. Dopo di lui i sindaci di Saltrio e Clivio e l’assessore del comune di Mendrisio in rappresentanza della Svizzera. E per chiudere il figlio di Liliana Segre, Alberto Belli Paci e don Serafino arrivati da Milano per partecipare all’evento di inaugurazione.

LA BANALITA’ DEL MALE NELLE PAROLE DI ALBERTO BELLI PACI

“Ho fatto fatica a sentir parlare intorno a me. Vorrei essere solo, non perché non voglio nessuno, ma perché mia madre sentiva il campanello e voleva che ci fosse Alberto, che era suo padre. Si chiamava come mi chiamo io, ma io sono una persona normale. Qui c’era il dolore, c’era la gioia, una gioia camuffata da salvezza che poi diventa disperazione. Alberto, l’altro pensa nella sua mente di uomo buona alla salvezza della sua bambina. Fa male pensare a quel padre angosciato che non ha più una speranza e ha dovuto lasciare tutto convinto che avranno pietà di sua figlia. Il padre di mio nonno aveva il morbo di Parkinson e i fascisti lo picchiavano perché stesse fermo, poi lo caricarono su un treno merci e portato ad Auschwitz dopo una settimana di viaggio. Una volta arrivato lì fu subito gasato. Che bisogno c’era di fargli fare quel viaggio? Nessuno. In questo ambito il discorso della banalità del male è basilare. Qui l’invisibile diventa visibile. Io non sono superiore, sono solo una persona normale”.

Marco Giovannelli
marco@varesenews.it
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Pubblicato il 08 Dicembre 2023
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