Com’è cambiata l’affluenza alle elezioni amministrative negli ultimi 30 anni a Legnano?
In attesa di sapere quanti legnanesi voteranno per scegliere il sindaco e rinnovare il consiglio comunale, LegnanoNews ha analizzato i dati sull'affluenza forniti dall'archivio storico del Ministero dell'Interno
Com’è cambiata l’affluenza alle urne delle elezioni amministrative negli ultimi 30 anni a Legnano? Dal 1993, l’anno “spartiacque” in cui è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco, Legnano ha votato sette volte per scegliere il primo cittadino, con una percentuale di votanti scivolata progressivamente verso il basso fino all’inversione di tendenza registrata nel 2020, nella tornata elettorale slittata all’autunno per la pandemia. In attesa di sapere quanti legnanesi voteranno domenica 24 e lunedì 25 maggio per scegliere il sindaco e rinnovare il consiglio comunale, per provare a tracciare la parabola dell’astensionismo negli ultimi tre decenni LegnanoNews ha analizzato i dati sull’affluenza forniti dall’archivio storico del Ministero dell’Interno.
Dal 1993 al 2026, trent’anni alle urne
C’era una volta il 1993. Siamo negli anni di Tangentopoli, della fine della Prima Repubblica, e in quella tornata elettorale debutta della legge sulle elezioni dirette dei sindaci. A Legnano, in quell’autunno in cui viene eletto sindaco Marco Turri, e la città alla vota in massa: l’affluenza supera l’87% al primo turno, al ballottaggio si sfiora il 76%. Da lì in poi l’emorragia di votanti sarà costante in città.
Perché i numeri si abbassino bastano quattro anni. Arriviamo al 1997, e nell’elezione che consegna per la prima volta la fascia tricolore a Maurizio Cozzi al primo turno i votanti sono poco meno del 76%, percentuale che scende al 56% e poco più al ballottaggio. Al ballottaggio Legnano non tornerà più per 15 anni: nel 2002, infatti, Maurizio Cozzi viene rieletto al primo turno, ma i votanti scendono ancora e superano di poco il 70%; anche a Lorenzo Vitali, cinque anni dopo, basta il primo turno per la fascia tricolore, ma l’affluenza nel 2007 scende un altro gradino e si ferma alle soglie del 69%.
Nel 2012 le urne premiano Alberto Centinaio, ma serve il ballottaggio: già al primo turno i votanti sono quasi il 10% in meno rispetto a cinque anni prima, una manciata più del 59%, e al secondo turno l’affluenza crolla sotto il 49%. Nel 2017, anno dell’elezione a sindaco di Gianbattista Fratus, al primo turno a votare è poco più del 52% degli elettori, percentuale che scende al 42% al ballottaggio.
Il colpo di coda arriva sei anni fa, nel 2020, quando alle urne i cittadini vanno con la mascherina in viso e il disinfettante in tasca: al primo turno vota il 61,5% degli aventi diritto, mentre a consegnare la fascia tricolore a Lorenzo Radice al ballottaggio con Carolina Toia – entrambi sono in corsa anche per queste amministrative – sarà il 47,5% del corpo elettorale.
C’è un dato che fa riflettere più di tutti, ed è la tenuta dei ballottaggi. Se nel 1993 il secondo turno soffre di una fisiologica perdita di pezzi ma “regge”, dal 2012 in poi la quota di chi sceglie il sindaco al secondo turno crolla stabilmente sotto la metà degli aventi diritto.
Il primo banco di prova del prossimo sindaco
I numeri del Viminale dicono che la disaffezione non è una questione passeggera o legata a una singola tornata elettorale, ma un processo ormai quasi strutturale. Il primo banco di prova per chi siederà sulla poltrona più alta di Palazzo Malinverni nei prossimi cinque anni, quindi, è già qui: prima ancora di convincerli a tracciare la X sul proprio nome, bisognerà riaccendere l’interesse dei – tanti – legnanesi che hanno smesso di considerare il voto una priorità.









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