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Omicidio Ravasio, la difesa chiede l’assoluzione per Adilma Pereira Carneiro

L'ultima parola, dopo l'arringa dei suoi legali, se l'è presa la stessa Adilma Pereira Carneiro, adombrando presunte irregolarità nelle indagini e «manipolazione mediatica» a suo danno

tribunale busto arsizio

Ha chiesto l’assoluzione la difesa di Adilma Pereira Carneiro, la compagna di Fabio Ravasio che, in base alla ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stata la regista dell’omicidio dell’uomo, orchestrato in modo da far credere che fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago.

Davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), i difensori della donna, a processo insieme ad altri sette imputati per il delitto, hanno stigmatizzato le «enormi contraddizioni» nella ricostruzione formulata dalla Procura, che per i legali di Pereira Carneiro sarebbe fondata in larga misura su «prove indiziarie o tacitamente fragili» e su dichiarazioni dei coimputati segnate a loro volta da «contraddizioni, divergenze sui ruoli e sulle presenze soprattutto sulla fase preparatoria».

Per la difesa la pubblica accusa durante il processo non avrebbe «chiarito il movente dell’omicidio». Secondo i legali della donna, infatti, non reggerebbe l’ipotesi del movente economico, visto che Adilma Pereira Carneiro non avrebbe potuto incassare né il premio dell’assicurazione sulla vita che aveva sottoscritto Ravasio, né il risarcimento legato all’incidente, non essendone legalmente erede. Gli avvocati hanno inoltre “bollato” come «suggestivi» ma non sufficienti a provare la premeditazione di un omicidio i riferimenti alla magia nera e ai rituali praticati dall’imputata: «Questi elementi hanno valore suggestivo, indiziario – hanno sottolineato i legali, gli avvocati Mattia Fontanesi e Denise Pedrali -, ma non costituiscono prova della premeditazione. Il punto decisivo del processo è la tenuta probatoria al di là di ogni ragionevole dubbio, e proprio su questo terreno la tesi del pubblico ministero mostra i punti di maggiore fragilità».

I suoi legali si sono soffermati a lungo anche sulle dichiarazioni dei coimputati, in particolare su quelle del figlio della donna, Igor Benedito, e del suo ex amante Massimo Ferretti, e hanno contestato l’appellativo di “mantide” con cui in questi mesi è stata ribattezzata la donna. L’ultima parola, però, se l’è presa la stessa Adilma Pereira Carneiro, adombrando – non per la prima volta – la scomparsa di un secondo telefono riconducibile a Fabio Ravasio, denunciando la fuga di immagini sue e dei figli sulla stampa e tornando a più riprese sul ruolo di Massimo Ferretti (l’unico che «avrebbe avuto interesse» all’omicidio) e su presunte irregolarità nelle indagini. Parole che hanno strappato al pubblico ministero l’affermazione che «la calunnia non è accettabile».

La donna, peraltro, ha anche ribadito di non sapere nemmeno quale fosse lo stipendio del compagno e di non aver avuto bisogno del suo denaro («Mi bastava quello che avevo») , oltre a parlare di «manipolazione mediatica» a suo danno. «Dopo un anno e dieci mesi, ancora non capisco nemmeno io tante cose – ha ribadito la donna rivolgendosi ancora una volta alla Corte per le sue spontanee dichiarazioni -. Dopo tutto quello che ho subito qui dentro, chiedo alla Corte di fare luce su quello che è successo e ho pagato in prima persona». A valle delle sue dichiarazioni, la Corte d’Assise ha disposto la trasmissione degli atti di udienza alla Procura della Repubblica.

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 15 Giugno 2026
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