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Omicidio Ravasio, la difesa chiede l’assoluzione per Lavezzo: “Mai dato il segnale del passaggio di Fabio”

La difesa ha "sparato a zero" sulla ricostruzione del delitto degli inquirenti chiedendo l'assoluzione per il "genero" della "mantide", accusata di essere la regista dell'omicidio

tribunale busto arsizio

Un «presunto palo» sul quale si sono concentrati «sforzi investigativi continui e ripetuti, persino più consistenti di quelli dedicati ai promotori e agli esecutori materiali». La difesa di Fabio Lavezzo, tra gli otto imputati a processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, 52enne di Parabiago ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga, ha “sparato a zero” sulla ricostruzione del delitto formulata dagli inquirenti chiedendo l’assoluzione per il “genero” della “mantide”, la donna accusata di essere la regista del reato.

Davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), i legali dell’uomo, gli avvocati Giulia Dosso e Simone Rigamonti, hanno parlato di un processo di «natura fortemente indiziaria e di un quadro di «frammentarietà probatoria» nel quale Lavezzo sarebbe stato «destinatario di una serie di indagini integrative e suppletive della cui completa e totale qualità ci si permette francamente di dubitare». La difesa, inoltre, ha parlato di una «modalità di svolgimento di indagini suppletive da parte dell’organo inquirente» che «ha ampiamente compromesso e compresso l’esercizio del diritto di difesa».

Per la difesa non sarebbe possibile parlare di premeditazione a carico di Fabio Lavezzo: al momento dell’«unico vero e proprio incontro preparatorio», ovvero quello del giorno precedente all’omicidio, l’uomo era infatti  impegnato in un trasloco, a pochi giorni dal rientro dalle ferie che avrebbe di fatto impedito la partecipazione anche alle altre «occasioni di incontro». L’imputato, peraltro, secondo i suoi legali avrebbe accettato di fare il palo «con esitazione», un’esitazione che poche ore dopo si sarebbe «espressa nella desistenza dal proposito criminoso». Lavezzo, infatti, secondo la ricostruzione prospettata dalla difesa, non avrebbe mai «dato il segnale» del passaggio di Ravasio, spostandosi dal luogo in cui si era inizialmente appostato e dirigendosi a Casorezzo.

Come avevano fatto a più riprese anche durante il dibattimento, i legali di Lavezzo hanno insistito molto sulle celle telefoniche agganciate dallo smartphone dell’imputato nei minuti cruciali del 9 agosto, quelli dell’investimento, ovvero quelle di Ossona, Busto Garolfo e Arluno, ritenute «compatibili» con la sua presenza a Casorezzo, e hanno messo in discussione i dati registrati dal targa system rispetto ai passaggi del furgone guidato dall’uomo. La difesa, inoltre, ha insistito sul bug informatico che avrebbe portato alla cancellazione dei dati relativi alla geolocalizzazione del telefono dell’uomo.

Gli avvocati di Lavezzo hanno peraltro anche preso metaforicamente a picconate le testimonianze del fratello di Fabio Oliva e della sua compagna, che davanti alla Corte d’Assise avevano riferito di aver incrociato quel 9 agosto, in prossimità del cimitero di Casorezzo, un furgone bianco in uno spiazzo a bordo strada con il cofano aperto, intorno al quale si muoveva un persona «ben piazzata, senza capelli, con un tatuaggio sul polpaccio», che avrebbero superato senza necessità di spostarsi nella corsia opposta di marcia.

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 18 Maggio 2026
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