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Morte delle sorelle Agrati, il consulente della difesa: «Scena manomessa e indagini carenti»

Torna in aula il processo che vede Giuseppe Agrati imputato per la morte delle sorelle con i consulenti della Procura e della difesa sul banco dei testi

incendio cerro maggiore giuseppe agrati

Punti di innesco, propagazione, cause. Torna in aula il processo che vede Giuseppe Agrati imputato per il duplice omicidio delle sorelle Carla e Maria, morte nell’incendio che avvolse l’abitazione di famiglia nella notte tra il 12 e il 13 aprile 2015, e passa al setaccio le dinamiche del rogo che ormai quasi sei anni fa tolse la vita alle due donne. Sul banco dei testimoni i consulenti scelti dalla Procura generale di Milano e dalla difesa di Agrati per ricostruire passo dopo passo la sequenza degli eventi di quella tragica notte: Roberto Felicetti, professore associato del Politecnico di Milano, e Arnaldo Bagnato, esperto in fire investigations e iscritto all’albo dei consulenti del Tribunale di Milano.

Avvalendosi delle ricostruzioni realizzate attraverso l’impiego di software ad hoc e prendendo come punto di partenza quanto emerso dalle indagini tra sommarie informazioni testimoniali e relazioni dei vigili del fuoco e della polizia scientifica, Felicetti, su incarico della Procura, ricostruendo la «sequenza più probabile degli eventi» ha individuato il primo piano, quello dove si trovavano le camere da letto, come il punto da dove i fatti di quella tragica notte hanno preso avvio. Il primo, ma non l’unico innesco dell’incendio: potrebbero essere tre, infatti, secondo il consulente, i punti dai quali sono divampate le fiamme, con l’innesco all’altezza dell’ingresso principale dell’abitazione e un altro «ininfluente» sulla dinamica dell’incendio nei pressi dell’entrata che dava sul cortile interno.

La ricostruzione, che «si concilia male» con la versione fornita dall’imputato, ha tenuto conto anche di alcune anomalie saltate all’occhio del consulente. Come la discontinuità tra le tracce dell’incendio al piano terra e quelle al primo piano. E come un’ammaccatura su una ghiera di uno dei contatori all’ingresso del civico 33 di via Roma, compatibile con quella che potrebbe aver lasciato una chiave a pappagallo come quella che nelle immagini dell’epoca si vede in una cassetta degli attrezzi rinvenuta in cantina, anche se «non si può dire che la chiave sia stata usata per smontare la ghiera» dal momento che anche un contatore nuovo avrebbe potuto «portare i segni dell’uso della chiave». E il paragone tra la condizioni dei due appendiabiti posizionati nelle vicinanze degli ingressi, elemento che ha portato ad ipotizzare l’esistenza di un terzo punto di innesco dell’incendio. Contro l’eventualità che l’incendio sia stato appiccato dall’esterno, invece, per il consulente peserebbe la mancanza di qualsiasi tipo di segno all’esterno dell’abitazione.

Fortemente critico rispetto alla ricostruzione del consulente della Procura l’esperto ingaggiato dai legali di Giuseppe Agrati, che ha puntato il dito non solo contro i risultati ottenuti attraverso l’utilizzo del software ma anche contro diverse «alterazioni della scena» e «carenze nelle indagini» che l’hanno portato a parlare di una «zona compromessa dove tutti hanno messo le mani» proprio in corrispondenza dell’innesco dell’incendio nella zona del pianoterra dove si trovavano i contatori, i cui raccordi si sono rotti con conseguente fuoriuscita di gas che ha bruciato per almeno 30 minuti. Bagnato, in particolare, ha sottolineato l’assenza di sostanze acceleranti sia nella zona dei contatori che nella camera dove dormivano le vittime, la presenza di un moncone di cavo elettrico laddove erano posizionati i contatori appartenente proprio all’alimentazione di uno dei dispositivi, la mancanza di segni sulla ghiera che possano far pensare ad una manomissione e alcuni gradini «devastati» della scala che darebbero continuità alla tracce del fuoco al piano terra con quelle al primo piano.

Non solo: contro l’ipotesi dell’innesco intenzionale dell’incendio pesano anche la presenza di via di fuga (accanto al bagno dove è stato rinvenuto il cadavere di Carla Agrati, che nel locale è entrata mentre l’incendio era già in corso e aveva avuto anche il tempo di indossare le ciabatte, c’era la camera dell’imputato, la cui porta era aperta, dalla quale si sarebbe facilmente potuto raggiungere il terrazzo) e il mantenimento dell’abitazione al civico 33 di via Roma così com’era per quattro anni, durante i quali l’imputato non ha mai avviato alcun tipo di lavoro di ripristino.

Saranno ancora i consulenti a provare a dipanare l’intricata matassa che ruota intorno alla morte delle sorelle Agrati durante la prossima udienza, quando il pubblico ministero esaminerà a sua volta il consulente della difesa e anche il secondo esperto ingaggiato dai legali di Agrati, Pierangelo Adinolfi, sarà chiamato a rispondere della ricostruzione fornita insieme al collega.

di leda.mocchetti@legnanonews.com
Pubblicato il 06 Aprile 2021
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