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Stiamo vivendo un “clima da panico morale”: cosa ci dicono i messaggi d’allarme circolati tra i ragazzi

Perché ci fidiamo di ciò che ci inoltra un amico, quando la paura rischia di cercare un nemico e che cosa lascia in chi la vive. Ne parlano il sociologo Sebastiano Citroni, professore all’Università dell’Insubria, e la psicologa Federica Basile

Generico 19 Oct 2026

Ora c’è una conferma ufficiale. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, riunito oggi in Prefettura, ha definito notizie false i messaggi che lunedì sera hanno raggiunto i telefoni degli studenti del Varesotto e anche dell’Alto Milanese. La Polizia Postale sta lavorando per risalire a chi li ha diffusi.

Resta però una domanda: perché tanti ragazzi, e tanti adulti, li hanno creduti e inoltrati? Dopo aver chiesto alla pedagogista Barbara Boggio e all’avvocata Marisa Marraffino come possono intervenire famiglie e scuole, nell’ambito del progetto Connessioni fragili abbiamo provato a capire il fenomeno con due sguardi diversi: quello della psicologa Federica Basile, su ciò che accade nella testa di chi riceve questi messaggi, e quello del sociologo e professore dell’Insubria Sebastiano Citroni, sul clima collettivo in cui si sono diffusi.

Perché ci crediamo: la fiducia passa dalla persona al messaggio

Il primo punto, per Basile, è che non si tratta di un comportamento tipico solo dei ragazzi: «È qualcosa che facciamo anche noi adulti». Quando un’informazione segnala una minaccia alla nostra sicurezza, le diamo subito importanza. Al centro c’è la paura, un’emozione che ha una funzione adattiva, perché ci orienta a riconoscere il pericolo e a proteggerci. E in condizioni di incertezza, spiega, è più facile affidarsi a valutazioni veloci e intuitive che a un’analisi attenta di quanto sia attendibile ciò che leggiamo.

Conta poi chi ci manda il messaggio. Se arriva da un amico o da un coetaneo, lo riteniamo più credibile, anche quando quella persona non è la fonte originale e l’ha soltanto ricevuto a sua volta. Avviene, dice la psicologa, «una sorta di trasferimento della fiducia dalla relazione al contenuto». A questo, soprattutto in adolescenza, si aggiunge l’influenza del gruppo: quando molti condividono lo stesso allarme, «la ripetizione viene interpretata come una conferma», anche senza prove. E il clima di tensione di questi giorni, dopo gli scontri di Milano, ha reso quei messaggi ancora più plausibili.

Chi inoltra, però, non sempre crede a quello che inoltra. «Avviso gli altri anche senza verificare, perché temo di sottovalutare un possibile rischio», spiega Basile. È spesso un tentativo di proteggere gli altri, che però finisce per amplificare la percezione collettiva del pericolo.

Un clima di panico morale

Su questo sfondo si inserisce la lettura di Citroni, professore associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università dell’Insubria. «C’è da registrare una sorta di clima da panico morale in questi giorni, anche a Milano», osserva. Lunedì, nel centro della città, diversi negozi e istituzioni culturali hanno chiuso in anticipo sull’onda di voci su nuovi disordini, che poi non ci sono stati. Lo stesso giorno, anche l’Istituto comprensivo Via dei Salici di Legnano è stato coinvolto nell’allarme bomba arrivato via mail ad almeno 50 scuole italiane: un falso allarme, che ha richiesto evacuazioni e ore di controlli.

Secondo il sociologo, il rapporto con i social è passato in pochi giorni da un estremo all’altro. Prima degli scontri, gli inviti a scendere in piazza circolati online sono stati sottovalutati. Dopo, complici le immagini molto forti delle devastazioni, sono stati sopravvalutati messaggi di fonte del tutto incerta. In entrambi i casi, spiega, «non ci rendiamo conto che queste tecnologie digitali non sono neutrali»: rendono facili alcune azioni e alimentano «un clima di paura e sfiducia generalizzato, rispetto al quale il singolo si sente un po’ impotente».

Nella catena, per Citroni, si mescolano almeno tre spinte. La più diffusa è quella di chi rilancia i messaggi in buona fede, senza verificarne la fonte. Poi c’è la goliardia, lo scherzo di cattivo gusto. Infine c’è chi «cavalca l’onda» per trarne vantaggio, anche in termini di consenso politico. «In ogni caso, si alimenta una valanga che nessuno può davvero poi controllare».

Quando la paura cerca un colpevole

Che i messaggi abbiano preso la forma della minaccia di violenze sessuali e dei “maranza” non è un caso. «Ci dice molto – spiega Citroni -. La paura e la sfiducia nell’altro sono la modalità prevalente di relazionarsi alla collettività». È una leva già attiva e facile da riattivare: non nasce dai social, ma i social la alimentano.

Può una paura così trasformarsi in violenza reale? Per Basile non è un passaggio automatico, e la diffusione della paura va distinta dai comportamenti aggressivi. Ma la circolazione ripetuta di questi messaggi può costruire una percezione condivisa di minaccia: la preoccupazione diventa centrale nella giornata, si fa più attenzione a ciò che sembra confermarla e si leggono come pericolose anche situazioni ambigue. Nel gruppo questo rafforza il senso di appartenenza, e il gruppo può diventare il luogo in cui ci si chiede che cosa fare.

Il rischio maggiore, secondo la psicologa, nasce quando la minaccia viene associata a un presunto responsabile e cresce l’idea che bisogna reagire nei suoi confronti. Per questo, più della quantità di messaggi, invita a guardare al loro contenuto e a come cambia: il segnale da cogliere è il passaggio dal «ho paura, resto a casa» all’individuazione di un colpevole e agli inviti a intervenire. È lì che la paura rischia di diventare una giustificazione per comportamenti ostili verso gli altri.

Anche Citroni invita a non fermarsi alle contrapposizioni tra italiani e stranieri, tra “maranza” e non, tra manifestanti buoni e cattivi. Le violenze vanno gestite come questione di ordine pubblico, ma poi bisogna chiedersi da dove nasce quella rabbia e perché sia bastato così poco per accenderla. Chi lavora nelle periferie, ricorda, lo dice da tempo: molti giovani vedono da vicino opportunità e benessere che restano loro preclusi, e la frustrazione nasce anche da lì.

Cosa resta ai ragazzi

Anche quando un allarme si rivela infondato, qualcosa resta. «L’informazione può anche rivelarsi falsa – spiega Basile – ma la paura che ha suscitato può essere stata vissuta in modo vero, in modo intenso». L’esposizione ripetuta a messaggi che descrivono aggressioni e violenze può aumentare la preoccupazione e lo stato di allerta, rendere più difficile concentrarsi, alterare il sonno o l’alimentazione.

La reazione più comune è l’evitamento: non andare in un luogo, rinunciare a un’attività abituale per sentirsi protetti. Negli adolescenti, poi, la sicurezza personale è legata a quella del gruppo: se vedo i miei amici spaventati o li vedo cambiare abitudini, la sensazione di pericolo resta alta. Per chi ha già vissuto molestie o aggressioni, messaggi che parlano di violenze sessuali possono riattivare paure e insicurezze del passato.

La psicologa invita però a non trasformare tutto in trauma. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di emozioni transitorie e di reazioni comprensibili a un contesto percepito come minaccioso, la cui intensità dipende anche da fattori personali. «Io starei molto sul non patologizzare quello che sta succedendo», dice. E aggiunge: «Non confondiamo la paura con l’aggressività e non attribuiamo necessariamente ai ragazzi meccanismi irrazionali. C’è sempre un senso dietro a quello che succede».

Il ruolo degli adulti e delle istituzioni

Smentire le notizie false è importante, ma da solo non basta a far scendere subito la tensione. Per Basile serve soprattutto la presenza di adulti di riferimento capaci di accogliere le preoccupazioni dei ragazzi senza minimizzarle: gli adolescenti, spiega, hanno bisogno di ascolto e di dialogo per recuperare la percezione di sicurezza e per essere guidati verso una lettura più realistica di quello che accade.

Citroni insiste sul ruolo delle fonti ufficiali. Un messaggio della scuola non equivale a uno che gira in una chat di studenti, ma anche tra i suoi studenti universitari vede la fatica di distinguere le due cose. Serve un minimo di alfabetizzazione a questi strumenti, ma non si può scaricare tutta la responsabilità sui singoli: «Le istituzioni devono tornare a fare la loro parte», dando l’esempio e offrendo ai giovani spazi reali di protagonismo e di inclusione.

E serve uno sguardo diverso sui loro mondi digitali. «Bisogna entrare dentro quei mondi, capire come funzionano e cosa danno alle persone», conclude il sociologo. Perché lì i ragazzi trovano identità e senso che altrove faticano a trovare, e capirlo è il primo passo per proporre alternative più credibili.

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Pubblicato il 20 Ottobre 2026
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