Uno sbadiglio prima di nascere: Vittorio Gallese e la scienza della relazione
Una madre sbadiglia. Il feto risponde. Da una ricerca dell’Università di Parma nasce una domanda: diventiamo relazionali dopo la nascita o nasciamo già dentro una relazione? Conversazione con Vittorio Gallese, neuroscienziato, tra i protagonisti della scoperta dei neuroni specchi
C’è uno sbadiglio che non dice noia. Non dice stanchezza, sonno, distrazione. Dice relazione. È lo sbadiglio osservato in uno studio pubblicato su Current Biology da un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma. Il lavoro si intitola Prenatal behavioral contagion through maternal yawning and fetal resonance e porta tra le firme anche quella di Vittorio Gallese, neuroscienziato noto a livello internazionale per il contributo essenziale alla scoperta dei neuroni specchio e per i suoi studi sull’empatia, l’intersoggettività e il ruolo del corpo nella cognizione.
La scena è semplice: la madre sbadiglia e il feto, nel grembo, può rispondere con uno sbadiglio. Non vede il volto della madre. Non la imita come farebbe un bambino davanti a un adulto. Non ci sono ancora parole, educazione sociale, intenzione consapevole. Eppure qualcosa accade.
Un gesto del corpo materno trova una risonanza nel corpo del bambino non ancora nato. Da qui parte una domanda che riguarda tutti: l’essere umano diventa relazionale dopo la nascita, oppure nasce già dentro una relazione? Per Gallese, la risposta è insieme scientifica e radicalmente umana: la relazione non è un accessorio della vita. È una sua condizione originaria.
Professor Gallese, perché uno sbadiglio fetale è importante e non solo curioso?
«Perché il punto non è lo sbadiglio in sé. Il punto è che quello sbadiglio ci permette di osservare una forma molto precoce di risonanza tra madre e feto. Lo sbadiglio è un comportamento motorio antico, presente in molte specie e già osservabile prima della nascita. Finora lo sbadiglio fetale era stato interpretato soprattutto come un comportamento generato dall’interno, legato alla maturazione del sistema nervoso. Noi ci siamo chiesti un’altra cosa: può essere modulato anche da ciò che fa la madre?
Lo studio mostra che lo sbadiglio fetale aumenta selettivamente dopo lo sbadiglio materno, non semplicemente quando la madre apre e chiude la bocca o resta immobile. Questo suggerisce che già prima della nascita possa esistere una forma elementare di coordinazione, di risonanza corporea, tra madre e feto. Non significa che il feto “capisca” come capiamo noi adulti. Bisogna evitare interpretazioni troppo facili. Ma significa che il feto non è un organismo completamente isolato. È già dentro una relazione biologica che si traduce anche in comportamenti coordinati».
Quindi la relazione comincia prima della nascita?
«In un certo senso sì. Naturalmente dobbiamo essere precisi: non stiamo parlando della relazione come la intendiamo tra due adulti o anche tra un adulto e un bambino. Stiamo parlando di una relazione incarnata, corporea, fisiologica. Il feto vive dentro il corpo della madre. È immerso in un ambiente che respira, si muove, cambia, reagisce. La madre non è soltanto un contenitore biologico. È un mondo vivente con cui il feto entra in una forma di scambio. La cosa interessante è che questo scambio non riguarda solo nutrimento o protezione. Può riguardare anche il ritmo, il movimento, il corpo. Per questo lo sbadiglio è importante: perché ci mostra una possibile forma di allineamento prima ancora delle parole, prima ancora dello sguardo, prima ancora della socialità visibile».
Lei dice che l’essere umano nasce incompiuto. Che cosa significa?
«Significa che l’essere umano non nasce già finito. Quando la nostra specie è diventata bipede, il corpo è cambiato. Camminare su due gambe ha modificato il bacino, il parto, il canale della nascita. Nello stesso tempo, il cervello umano adulto diventava più grande e più complesso. La soluzione evolutiva non è stata far nascere un bambino con il cervello già completamente sviluppato. Sarebbe stato impossibile.
La soluzione è stata farlo nascere cerebralmente immaturo. Farlo nascere incompiuto. Alla nascita il cervello umano è solo una parte del cervello adulto. Una quota enorme dello sviluppo avviene dopo, fuori dall’utero. Ma non avviene nel vuoto. Avviene dentro una relazione. Avviene attraverso la voce, lo sguardo, il contatto, la cura, il ritmo, l’imitazione, la presenza, il riconoscimento.
Noi senza l’altro siamo morti. Se non c’è qualcuno che ci nutre, ci protegge, ci scalda, ci tiene in vita, non sopravviviamo. Molto più di altri mammiferi, compresi i primati più vicini a noi. Questa fragilità ha esercitato una pressione selettiva enorme: per noi è vitale farci capire dall’altro e capire l’altro».
Quindi la relazione non è solo un fatto affettivo?
«No. È anche un fatto biologico. Il neonato umano non è autonomo. Ha bisogno di qualcuno che lo tenga, lo nutra, lo protegga, gli parli, lo guardi. Ma questo non è soltanto un fatto sentimentale o morale. È una condizione dello sviluppo. Il cervello continua a maturare dentro un ambiente umano. Per questo la relazione non è un’aggiunta successiva, non è il lusso di quando tutto il resto è già stato sistemato. È una condizione della vita umana. Potremmo dirla così: non diventiamo relazionali dopo essere nati. Nasciamo e cresciamo perché siamo relazionali».
In questa visione il corpo è centrale. Perché?
«Perché noi non siamo menti astratte appoggiate sopra un corpo. Siamo corpi viventi. Il corpo non è il contrario della mente. È il luogo in cui ciò che chiamiamo mente prende forma. Io parlo spesso di cervello-corpo, perché parlare soltanto di cervello è riduttivo. Il cervello è dentro un corpo che respira, si muove, percepisce, soffre, desidera, si emoziona. Ed è dentro un contesto. Non pensiamo mai fuori dal contesto. Pensiamo sempre da un luogo, da una posizione, dentro una relazione.
Questo vale per l’empatia, per la percezione, per l’apprendimento, per il linguaggio, per l’arte, per la cura. Il corpo e le esperienze che ci genera non sono un disturbo della ragione. Corpo ed affettività sono una parte fondamentale del modo in cui conosciamo il mondo».
Che cosa cambia questa prospettiva nel modo in cui guardiamo alla cura?
«Cambia molto. Il rapporto tra medico e paziente non è soltanto una relazione tecnica. È una relazione di cura, ma anche una relazione di potere. Il medico sa di più. Decide di più. Interpreta. Usa parole che il paziente spesso non comprende. Sta in piedi mentre il paziente è sdraiato, fragile, preoccupato, dipendente da informazioni che non possiede. Quella relazione può diventare cura oppure dominio.
La differenza sta anche nella capacità di mettersi nella posizione dell’altro. Che cosa vede il paziente da lì? Che cosa capisce? Che cosa teme? Di che cosa ha bisogno per sentirsi meno solo? Che cosa significa aspettare una risposta quando si è vulnerabili? Per questo, quando faccio formazione ai medici, parto spesso da due immagini: il paziente che guarda il medico dal letto e il medico che guarda il paziente dall’alto. La prospettiva cambia tutto.
Ho spesso pensato che al sesto anno di medicina bisognerebbe rendere obbligatoria una notte di degenza: passare dall’altra parte. In queste cose l’esperienza vale più di dieci lezioni. Quando sei paziente, sei affamato di informazioni. Vuoi sapere che cosa sta succedendo. Vuoi sapere come sono andate le analisi, quando sarai dimesso, che cosa ti aspetta. Se l’altro ti fa capire “io sono il medico e tu devi fare il paziente”, ti senti svalutato, quasi violato nella tua dignità di essere umano. La scienza è necessaria. I protocolli sono necessari. I criteri diagnostici e terapeutici sono fondamentali. Ma noi non siamo protocolli. Siamo esseri umani che si emozionano, vanno in crisi, hanno paura, perdono lucidità, cercano parole, cercano qualcuno che non li riduca al loro sintomo».
Questo vale anche nella psicoterapia?
«Sì. La psicoterapia è un esempio molto interessante. Sono stati fatti confronti tra scuole diverse: cognitivo-comportamentale, psicoanalitica, freudiana, junghiana, sistemica, bioenergetica e molte altre. Naturalmente i metodi contano, la formazione conta, la tecnica conta. Ma molto spesso ciò che fa davvero la differenza è la persona del terapeuta, la sua capacità di esserci, di empatizzare col paziente.
Puoi conoscere perfettamente una tecnica e non essere capace di incontrare l’altro. Puoi avere strumenti sofisticati e non saper creare fiducia. La relazione terapeutica è un luogo in cui una persona può sentirsi vista, contenuta, riconosciuta, anche sfidata, ma dentro un rapporto che rende possibile il cambiamento. Tutto ciò richiede una relazione empatica. Questo non vale solo nella terapia. Vale nella scuola, nella medicina, nel lavoro, nella famiglia. Le relazioni possono farci crescere oppure possono spegnerci».
In un’epoca di intelligenza artificiale, tutto questo diventa più o meno importante?
«Diventa ancora più importante. Io non sono contro la tecnologia. Sarebbe assurdo. L’essere umano è sempre stato tecnologico. Dal fuoco in poi abbiamo costruito strumenti per compensare la nostra fragilità. Abbiamo fatto della nostra debolezza una forza. Il problema non è usare la tecnologia. Il problema è usarla passivamente fino a farsene usare e modellare.
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento potentissimo. Può aiutarci a imparare, a lavorare meglio, a organizzare informazioni, ad articolare meglio nuove ipotesi. Ma può anche produrre risposte plausibili e false. Può farci credere di sapere quando non sappiamo. Il rischio è la plausibilità. Una risposta ben scritta, ben costruita, ci sembra vera. Ma può non esserlo. Spesso non lo è.
Ci sono già esempi di citazioni bibliografiche inventate, perfette nella forma e inesistenti nella realtà. E in medicina c’è anche il tema del possibile indebolimento delle competenze quando si delega troppo allo strumento. Per questo serve una pedagogia digitale. Non basta introdurre strumenti. Bisogna educare le persone a usarli, a verificare, a dubitare, a controllare, a non delegare il giudizio.
La tecnologia deve stare al nostro servizio, non noi al servizio della tecnologia. Se ci trasformiamo in monadi davanti a uno schermo, perdiamo qualcosa di essenziale. Il corpo conta. La presenza conta. Lo sguardo conta. La voce conta. La distanza conta. Il silenzio conta. Naturalmente dobbiamo usare la tecnologia. Ma dobbiamo usarla senza dimenticare che le persone bisogna prima di tutto incontrarle».
Se dovesse spiegare al grande pubblico il significato di questo studio in una frase?
«Direi questo: prima ancora di parlare, prima ancora di guardarci negli occhi, prima ancora di sapere chi siamo, siamo già dentro una relazione. Lo sbadiglio fetale non va trasformato in una favola. È un dato scientifico, circoscritto, da interpretare con prudenza.
Ma è anche una finestra su qualcosa di molto profondo: l’essere umano non comincia come individuo chiuso che poi, eventualmente, incontra gli altri. L’essere umano si forma nell’incontro. La prima tecnologia dello sviluppo umano non è artificiale. È un altro essere umano».






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