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Dopo le tensioni a Legnano gli studenti si dividono sulla violenza della protesta

Dopo gli scontri registrati a Milano nel fine settimana del 17 e 18 ottobre, tra gli studenti di Legnano emergono posizioni diverse sulle forme della protesta

sciopero legnano

Chi ne ha approfittato per saltare un giorno di scuola, chi ha partecipato alla manifestazione con un po’ di timore, nella speranza di non assistere a nuovi episodi di violenza, e chi, invece, è stato fermato prima di poter compiere azioni pericolose. Il secondo giorno di sciopero studentesco davanti agli istituti Bernocchi e Dell’Acqua di Legnano si è svolto senza gravi disordini nella fase iniziale. Le forze dell’ordine erano già schierate prima dell’inizio delle lezioni per evitare il ripetersi delle tensioni di venerdì scorso, anche alla luce degli scenari di guerriglia urbana che hanno caratterizzato il corteo di Milano.

I motivi della protesta restano gli stessi: richiamare l’attenzione sulle condizioni strutturali degli edifici scolastici, sul caro trasporti e sul costo dei libri di testo. Gli studenti chiedono anche una scuola più inclusiva. Davanti al Bernocchi è stato esposto un cartello con la scritta: «L’unico tetto che vogliamo è quello che non ci crolla in testa», un riferimento al limite alla presenza di alunni stranieri nelle classi proposto dal Governo Meloni, contrapposto alla richiesta di edifici scolastici sicuri.

Tra le voci raccolte davanti all’istituto Dell’Acqua, quelle di un gruppo di studentesse dell’indirizzo AFM (Amministrazione, Finanza e Marketing), che ha posto l’accento sulle difficoltà economiche e sulle incertezze legate al futuro. A preoccupare è soprattutto il carovita: «Abbiamo paura di non riuscire a trovare un lavoro che ci permetta di mantenerci economicamente». Accanto a questo emerge anche il tema delle pensioni e delle prospettive economiche delle nuove generazioni. «Oggi siamo qui a protestare per questo – spiegano le ragazze – ma non siamo d’accordo con chi pensa di farsi sentire danneggiando i luoghi pubblici, come è successo a Milano».

Dello stesso parere due studentesse dell’Artistico, arrivate a scuola con un po’ di paura: «Dopo quello che è successo qui e a Milano non ci sentiamo sicure – raccontano –. Crediamo sia giusto manifestare, ma bisogna farlo pacificamente: ricorrere alla violenza è inutile. I danni provocati durante gli scontri dovranno essere riparati con soldi pubblici, risorse che potrebbero essere destinate alla scuola. Quest’anno, solo per fare un esempio, non andremo in gita per problemi di budget. Inoltre, gli atti di vandalismo rischiano di avere conseguenze che finiscono per allontanare l’attenzione dalle vere ragioni della protesta».

Alcune di queste tematiche vengono affrontate anche durante le lezioni, attraverso il confronto con i docenti: «Ne parliamo con il professore di chimica, ma non tutti gli insegnanti sono così aperti al dialogo. Ci sono professori che entrano in classe solo per spiegare, senza cogliere il disagio che alcuni ragazzi vivono, soprattutto in famiglia». Per quanto riguarda il loro istituto, le criticità strutturali interessano soprattutto la succursale di via Calini, dove le studentesse segnalano infiltrazioni e porte danneggiate.

Tra i ragazzi non manca, però, chi giustifica il ricorso alla violenza, ritenendolo l’unico modo per essere ascoltati e dare voce a una generazione che fatica a intravedere il proprio futuro. Raccogliere queste testimonianze e comprendere le ragioni di tali posizioni non è però semplice: chi le sostiene preferisce non esporsi pubblicamente e, durante i disordini, spesso nasconde il volto dietro maschere e passamontagna.

Dopo il raduno al parco di via Diaz, il corteo si è disperso e una cinquantina di ragazzi si sono ritrovati in largo Tosi, dove sono stati lanciati sassi e intonati cori contro gli agenti di polizia. La situazione si è quindi fatta più tesa rispetto alle prime ore della mattinata.

 

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Pubblicato il 19 Ottobre 2026
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