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Indagine su una catena di maxi store cinesi a Legnano: frode al fisco per milioni di euro e 13 indagati

L'indagine per bancarotta della Guardia di Finanza di Legnano ha scoperchiato un sistema fraudolento, ipotizzando anche l'associazione a delinquere. La Procura di Busto Arsizio ha chiesto gli arresti domiciliari per padre, madre e figlia

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Avrebbero venduto per anni capi d’abbigliamento e casalinghi senza pagare le tasse dovute, risultavano normali dipendenti al fisco ma avevano uno stile di vita da nababbi tra auto di lusso e  immobili. La Procura di Busto Arsizio insieme con la Guardia di Finanza di Legnano ha portato alla luce una maxi frode fiscale di cui sarebbe stata responsabile una famiglia di cinesi che intestava a prestanome catene di negozi noti nella città del Carroccio, evadendo le tasse grazie anche all’aiuto di un commercialista.

Questa l’ipotesi che sta alla base dell’indagine per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta patrimoniale, documentale e dolosa portata avanti dalla Guardia di Finanza di Legnano insieme al sostituto procuratore Ciro Caramore. Tredici le persone indagate al momento che avrebbero causato un danno erariale complessivo stimato in alcuni milioni di euro. I documenti fiscali che venivano prodotti erano falsi e poi venivano distrutti.

Il pm ha chiesto tre ordinanze di custodia cautelare in carcere per il nucleo familiare composto da padre, madre e figlia che sarebbero stati a capo del piccolo impero commerciale, anche se figuravano tutti come dipendenti. Per altri tre indagati il pubblico ministero ha chiesto gli arresti domiciliari, oltre a sei obblighi di dimora e all’interdizione temporanea dalla professione per un commercialista italiano che si sarebbe prestato a falsificare i bilanci.

Il ricorso a microspie ha permesso di smontare le false dichiarazioni raccolte nel corso delle indagini da alcune persone coinvolte nell’organizzazione. Ancora, è stato necessario ricostruire i flussi di denaro e il patrimonio accumulato negli anni e speso per auto di lusso e immobili fra cui una villa, sette appartamenti e una casa a Bologna.

L’indagine apre uno squarcio importante sul settore dei maxi store gestiti da famiglie di etnia cinese, proliferati negli ultimi 15 anni in tutto il territorio. Secondo gli inquirenti, infatti, questo modello di business inquina e distorce il mercato.

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Pubblicato il 20 Agosto 2026
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