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“Non è bastato lo sterminio dei curdi, l’orrore del Ruanda e la Shoah per imparare la lezione”

La riflessione critica su alcune dinamiche del mondo contemporaneo del nostro lettore Alessandro Mammone, diciottenne che coltiva da tempo una grande passione per il giornalismo

guerra iran

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione del nostro lettore Alessandro Mammone, diciottenne 18 anni che coltiva da tempo una grande passione per il giornalismo. Ha scritto un articolo sull’attuale situazione internazionale, in particolare sul clima di tensione globale segnato dal riaccendersi di diversi conflitti e dal tema delle cosiddette “esportazioni della democrazia”. «L’obiettivo del testo – spiega Mammone – è stimolare nei lettori una riflessione critica su alcune dinamiche del mondo contemporaneo». Di seguito il testo integrale augurando possa stimolare un dibattito.


La guerra è pace, la schiavitù è libertà, l’ignoranza è forza. All’apparenza possono sembrare degli ossimori senza alcun particolare significato, semplici giochi di parole buoni per un manifesto postmoderno, ma in realtà rappresentano il punto focale di una delle più grandi e celebri opere orwelliane: 1984.

Questo capolavoro è figlio di un’epoca profondamente malata, caratterizzata da proibizioni, censure, ma soprattutto repressioni delle libertà individuali. L’intenzione dell’autore era quella di mostrare gli orrori del suo presente tramite una distopia per far sì che potessero non essere mai più ripetuti, non quella di scrivere un manuale di istruzioni per i potenti del suo futuro.

È significativo notare che molti degli elementi agghiaccianti riportati da Orwell non sono solo “alla base” dei programmi politici di alcuni degli Stati più potenti nel mondo, ma ne rappresentano, per molti aspetti, una fotocopia spacciata per normalità.

Il primo aspetto che desidero analizzare è ciò che sta alla base della politica del Ministero della Verità orwelliano: il controllo dell’informazione. Nel dibattito pubblico attuale, il confine tra informazione e propaganda è sempre più sottile. Pratiche come il “fact-checking” o la “lotta alle fake news”, nate con intenti nobili, possono talvolta essere percepite o utilizzate come strumenti per orientare l’opinione pubblica in una direzione piuttosto che in un’altra.

Un caso concreto è stato l’annuncio andato in onda sui telegiornali RAI che preannunciava spazi dedicati alla posizione del governo in vista del referendum sulla magistratura. La conseguenza diretta è stata che gli esponenti dell’esecutivo hanno avuto la possibilità di intervenire in modo esteso durante le trasmissioni, una scelta editoriale che, a seconda dei punti di vista, può essere interpretata come un tentativo di riequilibrare l’informazione o, al contrario, come una trasformazione del servizio pubblico in uno strumento di comunicazione politica.

Il controllo delle informazioni è storicamente uno dei primi passi verso forme di autoritarismo (l’ignoranza è forza), e il ruolo della televisione di Stato resta, in questo senso, un tema centrale.

Il secondo aspetto in esame è la gestione delle politiche migratorie e di sicurezza, spesso attuate con misure che molti considerano una forma di repressione delle libertà. Il ricorso alla forza da parte dello Stato è sempre stato un tema dibattuto, dalle figure storiche più controverse fino ai regimi totalitari del Novecento.

Oggi un esempio tangibile di questo dibattito è rappresentato dalle politiche dell’agenzia ICE (Immigration and Customs Enforcement), istituita negli Stati Uniti e le cui operazioni sono state particolarmente accentuate durante la presidenza Trump. Questo organo ha il compito di applicare le leggi sull’immigrazione, talvolta con modalità che i critici definiscono violente e indiscriminate, portando alla deportazione di immigrati, inclusi minori e richiedenti asilo.

Circolano video di bambini allontanati con la forza, immagini che per molti richiamano scenari da “libertà è schiavitù”: l’idea, paradossale, che per garantire la sicurezza interna si debbano negare diritti fondamentali a chi cerca protezione.

Il terzo punto da analizzare è la retorica della guerra come strumento di pace. Volendo rifarci al giorno d’oggi, un esempio è rappresentato dai lanci missilistici ordinati dall’allora presidente Trump contro obiettivi in Iran, un’azione giustificata dall’amministrazione USA come “esportazione di democrazia” e necessario contrasto al terrorismo, in opposizione a un sistema politico, quello iraniano, considerato una teocrazia.

Per i suoi oppositori si è trattato invece di un atto di guerra ingiustificato che ha comportato la morte di un leader militare iraniano, Qassem Soleimani (la guerra è pace). Il paradosso di uccidere in nome della democrazia è un dilemma etico profondo, che Orwell stesso avrebbe probabilmente trovato inquietante.

Orwell ha sempre provato ad avvertirci. Tutto l’orrore che è stato compiuto nel passato non si sarebbe mai più dovuto ripetere, eppure l’uomo sembra spesso ripetere gli stessi errori.

Dal mio punto di vista, una delle dimostrazioni più drammatiche e contemporanee di tutto questo è il conflitto in corso nella Striscia di Gaza, con immagini di distruzione e morte che fanno il giro del mondo in tempo reale e che vengono lette in modi diametralmente opposti dalle parti in causa, oppure giustificate come inevitabili conseguenze di operazioni militari.

Non è bastato lo sterminio dei curdi, le violenze contro gli armeni, l’orrore del Ruanda e la Shoah per imparare una volta per tutte la lezione. L’umanità assiste all’ennesimo capitolo di questa lunga scia di sangue, dimostrando che il “mai più” rischia a volte di rimanere uno slogan buono per le commemorazioni ufficiali, ma difficile da attuare quando si scontrano interessi geopolitici contrapposti.

Basterebbe studiare la storia per rendersi conto che l’odio razziale, il nazionalismo esasperato e la disumanizzazione dell’altro sono un rischio da cui guardarsi. E invece, troppo spesso, si preferisce costruire muri, fisici e mentali, etichettare come “terroristi” intere popolazioni per giustificare azioni militari, raccontarsi che questa volta è diverso, che questa volta è “difesa” e non aggressione.

La storia non è una pessima maestra, come qualcuno ama ripetere; il vero problema è l’uomo, che si rivela a volte uno studente disattento.

Alessandro Mammone

Via Confalonieri, 5

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Valeria Arini
valeria.arini@legnanonews.com
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Pubblicato il 07 Marzo 2026
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