Economia
L’imprenditrice di Parabiago che esporta scarpe in Iran: “Preoccupati per il nostro cliente”
Abbiamo intervistato Lina Osto, titolare della Nebuloni Eugenio Srl, storico calzaturificio di Parabiago, sulla crisi in Medio Oriente e gli effetti sulle imprese. Il suo primo pensiero va a Efran: "Non sappiamo nemmeno dove di trovi. Chiede pace"
La crisi in Medio Oriente inizia già a far sentire i suoi effetti sull’economia italiana e gli imprenditori guardano con crescente preoccupazione a un’emergenza globale di cui non si conoscono né la durata né i possibili sviluppi. Le aziende più esposte sono quelle che esportano verso i Paesi al centro del conflitto, mentre a dominare è soprattutto il clima di incertezza.
Ne abbiamo parlato con Lina Osto, titolare della Nebuloni Eugenio Srl, storico calzaturificio di Parabiago specializzato in calzature da donna di fascia alta – lusso, che esporta in diversi mercati esteri e collabora anche con partner in Paesi oggi coinvolti nelle tensioni internazionali. Tra questi c’è un cliente iraniano che fa realizzare nel calzaturificio di Parabiago le scarpe disegnate dal proprio brand.

Al di là delle possibili conseguenze economiche, in questi giorni la preoccupazione dell’azienda è stata prima di tutto umana.
Lina Osto, come sta il suo cliente iraniano?
È difficile dirlo con certezza, perché per due giorni non siamo riusciti a contattarlo e ci ha risposto solo oggi. Noi gli avevamo scritto un messaggio di vicinanza dicendogli che avevamo seguito con grande preoccupazione le notizie dal Medio Oriente. Ci ha ringraziati «di cuore» per il messaggio premuroso e ci ha scritto che, in un momento così delicato e incerto, sentire il nostro sostegno è stato importante. Ha anche chiesto scusa per il ritardo, spiegando di essersi sentito sopraffatto e un po’ perso tra il flusso continuo di notizie e gli eventi di queste ore.
Poi ha scritto una frase che dice molto della situazione: spera sinceramente che la pace e la libertà prevalgano presto e che giorni più sereni siano all’orizzonte per tutti. Attende con ansia il momento in cui potremo riprendere la nostra collaborazione in sicurezza e fiducia. Noi non sappiamo nemmeno con certezza se in questo momento si trovi in Iran o altrove. La nostra preoccupazione – ci dice trattenendo le lacrime – è prima di tutto per lui e per la sua famiglia. Il legame, in aziende artigiane come la nostra, va oltre il lavoro.
Da quanto tempo collaborate con l’Iran?
Il rapporto con il cliente iraniano è nato negli ultimi anni. Si tratta di un imprenditore che distribuisce prodotti di lusso e che fa realizzare nel nostro calzaturificio alcune linee di scarpe del proprio marchio. Si tratta di una collaborazione solida e in crescita, che speriamo possa rimanere tale.
Avete anche altri rapporti commerciali in quell’area?
Sì, accanto a questo mercato lavoriamo anche con una giovane stilista del Qatar che segue direttamente la realizzazione dei campionari qui in Italia. In questo caso le notizie che abbiamo ricevuto sono più rassicuranti. Ci ha scritto che stanno tutti bene e al sicuro. Anche lì si respira tensione, ma spera che la situazione si calmi presto e possa tornare in Italia.
Export e mercati internazionali

La vostra azienda è una realtà storica del distretto calzaturiero di Parabiago. Come è cambiato nel tempo il vostro mercato?
All’inizio il nostro mercato era quasi esclusivamente lombardo, soprattutto Milano. Poi con il tempo il mercato italiano si è ridotto e abbiamo iniziato a lavorare sempre di più con l’estero.
Oggi quanto pesa l’export e quali sono i vostri mercati principali?
Oggi l’export rappresenta una parte importante della nostra attività. Il nostro mercato prevalente è in Asia, in particolare in Giappone. Lavoriamo anche in Europa e negli Stati Uniti e solo da qualche anno collaboriamo anche con realtà emergenti del Medio Oriente.
La produzione resta tutta in Italia?
Sì, la produzione resta completamente Made in Italy. Cerchiamo fornitori il più possibile vicini e italiani: concerie, tessuti, accessori. La nostra è una scarpa di fascia alta e scegliamo i materiali soprattutto in base alla qualità, non tanto al prezzo. Non è facile, ma facciamo il possibile con i nostri 13 dipendenti. Ci sono altri distretti calzaturieri, come quello delle Marche, che ricevono aiuti importanti dalla Regione; in Lombardia questo non accade. Quest’anno al Micam, la principale fiera della calzatura, eravamo l’unico calzaturificio di Parabiago presente.

La crisi in Medio Oriente sta già avendo ripercussioni sulla vostra attività? Quali sono le principali preoccupazioni per il futuro?
Per ora non abbiamo ancora effetti diretti sui conti dell’azienda, ma il clima generale è cambiato. La parola che sentiamo più spesso in questi giorni è “incertezza”. Quando c’è paura si riducono gli ordini e tutto il sistema si muove più lentamente. Non è solo una questione di singoli Paesi, ma di equilibrio globale. Questa incertezza crea sfiducia e inquietudine. Sensazioni che condivido con i miei colleghi: nel nostro settore i più preoccupati sono i terzisti. Qualcuno si sta portando avanti con gli ordini per la paura che i prezzi salgano, ma dall’altra parte non si hanno risposte: non ci si sa come muovere.
Naturalmente c’è anche il tema dei costi: energia, trasporti e materie prime sono elementi che possono risentire molto delle tensioni internazionali. Anche se nel nostro caso il costo più importante resta quello della manodopera, un aumento generalizzato dei costi può comunque incidere sull’intera filiera.
I consigli di Confartigianato alle imprese

Accanto alle preoccupazioni degli imprenditori, Confartigianato sta monitorando con attenzione gli effetti della crisi sui costi energetici e sulle filiere produttive. Tra i primi segnali registrati ci sono gli aumenti nei prezzi di riferimento dell’energia e del gas, con il rischio che l’instabilità internazionale favorisca anche fenomeni speculativi.
«In Italia, – spiega Giacomo Rossini, segretario generale di Confartigianato Alto Milanese, ospite in redazione insieme a Lina Osto – il fatto di avere una grossa fetta di importazione di gas da quelle zone sul lungo periodo ci espone maggiormente alle tensioni internazionali». Per questo l’auspicio è che il Governo vigili con attenzione anche sul rischio di fenomeni speculativi sui prezzi dell’energia.
L’associazione invita inoltre le imprese a muoversi con prudenza nella gestione dei contratti energetici. «Quello che raccomandiamo – spiegano – è di non farsi prendere dal panico e di non affidarsi subito a contratti a prezzo fisso: in una fase di picco dei prezzi significherebbe cristallizzare costi molto alti e non poter poi beneficiare di un’eventuale discesa del mercato. Meglio attendere l’evoluzione del mercato e valutare con attenzione eventuali nuove offerte».
L’obiettivo, spiegano dall’associazione, è evitare decisioni affrettate che potrebbero penalizzare le imprese nel medio periodo, in attesa di capire se l’attuale fase di tensione sui mercati energetici sarà temporanea o destinata a durare.
Export e costo dell’energia, la crisi in Medio Oriente preoccupa le aziende Lombarde
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