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“Quel figlio è esistito”: le storie di chi ha perso un bambino prima di poterlo crescere

Nel giorno dedicato al lutto prenatale e perinatale abbiamo chiesto ai genitori di raccontarci, in forma anonima, la loro esperienza. Sono arrivate 23 storie: le pubblichiamo qui

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Il 15 ottobre, Giornata internazionale del lutto prenatale e perinatale, abbiamo aperto uno spazio per i genitori che hanno perso un figlio durante la gravidanza o nei primi giorni di vita. Abbiamo fatto tre domande: che cosa desideri raccontare della tua storia, come hai vissuto l’assistenza ricevuta, se nelle relazioni con gli altri hai trovato lo spazio e l’ascolto di cui avevi bisogno.

Nella stessa giornata sono arrivate 23 risposte, da Varese e da molti comuni della provincia, e due da Milano. Alcune sono lunghe e dettagliate, altre stanno in una riga. Alcune parlano di perdite di vent’anni fa, altre di pochi mesi fa. Tra le persone che hanno scritto c’è chi ha perso il proprio bambino a poche settimane di gravidanza e chi all’ottavo mese. Qualcuno ha vissuto settimane in terapia intensiva neonatale, qualcuno ha attraversato la procreazione medicalmente assistita. Ci sono anche donne che hanno scelto di interrompere la gravidanza.

Nei racconti alcune cose tornano spesso. In molti casi l’assistenza medica è stata buona, a volte esemplare, ma il sostegno psicologico è mancato o è arrivato tardi, e spesso a pagarlo sono state le famiglie. Torna anche il dolore misurato in settimane di gravidanza («Eri ancora all’inizio») e il silenzio di chi sta intorno, che non sa cosa dire e allora non dice niente. Diverse persone raccontano di aver trovato davvero ascolto solo in chi aveva vissuto la stessa cosa. E torna la richiesta di essere riconosciuti come genitori, la stessa al centro del disegno di legge che vorrebbe permettere di iscrivere nei registri dello stato civile i bambini nati senza vita.

Pubblichiamo le storie unendo le tre risposte di ciascuno in un unico racconto.

«Ricky ha trovato la sua culla dolcissima nel mio cuore»

Da Lonate Pozzolo

Il 18 maggio 2021 il piccolo Ricky è nato in silenzio alla 35esima settimana, dopo una gravidanza fisiologica. In quella sala parto, nonostante la tragedia, l’unica luce era lui: ci ha fatto diventare mamma e papà di un bimbo speciale. L’ho abbracciato, l’ho coccolato e baciato, e quando era in braccio ero serena. Poi il baratro: devi ricostruire tutti i pezzetti della tua vita e di chi ti è vicino. Sembra che sia impossibile, ma piano piano ti rialzi. Ricky ha trovato la sua culla dolcissima nel mio cuore e da lì nessuno lo potrà mai portare via. Lo proteggerò, proteggerò qualsiasi istante di quello che è stato e di quello che sarà. Una mia paura era che potessi dimenticarlo nel tempo, ma è impossibile: ogni istante è chiaro e limpido nella mia memoria come quel 18 maggio 2021.

In pronto soccorso ostetrico la comunicazione della tragica notizia da parte del medico ginecologo di turno è stata pessima: nessuna accortezza, nessuna sensibilità. All’arrivo della ginecologa ostetrica tutto è cambiato, mi sono sentita accolta, mi ha consigliato il meglio per il parto. L’ostetrica della sala parto non potrò mai dimenticarla. Ha affrontato il parto con rispetto, delicatezza, sensibilità, ha preparato il mio piccolo come se fosse vivo e ci ha dato tutto il tempo necessario per stare con lui. Quella notte di turno c’era anche la ginecologa che mi ha seguito in gravidanza, che ha pianto e sorriso con noi. Ci è stata davvero vicina.

Purtroppo il lutto perinatale è ancora un tabù, per cui a volte gli altri erano in difficoltà. I famigliari e gli amici invece ci hanno dato un enorme sostegno e ancora oggi ricordano il nostro piccolo Ricky. A dei genitori che stanno vivendo questo momento posso soltanto dire di attraversare il dolore, prendersene cura, non avere paura di piangere e non avere sensi di colpa. Ricky, ti vogliamo tantissimo bene!

«Il cuoricino che avevamo visto battere era fermo»

Da Varese

Ho perso il mio primo bambino a 6 settimane, l’ho scoperto a 10. Ero convinta che andasse tutto bene, ero pronta a superare lo scoglio delle 12 settimane. E invece il cuoricino che avevamo visto battere era fermo. Due settimane dopo sarei partita per le vacanze con gli amici, pronta a dare la bella notizia.

Avevo perso il mio bambino da settimane e il mio corpo non reagiva. Mi hanno chiesto se volevo fare un aborto farmacologico in casa o un’isterosuzione. Ho immaginato di trovarmi in bagno, con assorbenti pieni di sangue, senza sapere bene dove fosse mio figlio, e di doverlo buttare nel cestino, o peggio nel water. Mi si è gelato il sangue. Ho chiesto l’isterosuzione e ne hanno programmata una d’urgenza, “così puoi andare in vacanza serena”. In quel momento il concetto di vacanza mi è sembrato vacuo, superficiale, indegno.

Le relazioni con gli altri sono state la parte più difficile. Delle amiche ero praticamente l’unica ad aver perso un bambino. Le altre o non hanno avuto figli o hanno avuto solo gravidanze serene. C’è stata vicinanza da alcune persone, ma più di educazione che di reale comprensione. Altre, anche persone molto vicine, si sono spaventate: il lutto fa paura, la tristezza fa paura, è meglio cercare leggerezza. Amiche strette non si sono fatte vedere per mesi. L’unica persona che ho sentito davvero vicina è stata mia sorella, che purtroppo aveva vissuto la stessa situazione tre volte.

«Non esiste un momento troppo presto per soffrire»

Da Azzate

Vorrei raccontare il dolore che ci si porta dentro dopo la perdita di un bambino, un dolore di cui ancora oggi si parla troppo poco e che spesso viene minimizzato. Nel mio caso ho vissuto due gravidanze interrotte, entrambe seguite da un raschiamento. Erano bambini desiderati, cercati e immaginati. Per qualcuno può sembrare una perdita avvenuta troppo presto, qualcosa che può capitare e che bisogna accettare e superare. Ma quando diventare mamma è un desiderio così grande, non esiste un momento troppo presto per soffrire. È un dolore che mi accompagna ancora oggi, ogni mattina e ogni sera. Ci sono ferite che non si vedono, ma che continuano a fare male anche quando la vita intorno a te va avanti.

L’assistenza che ho ricevuto è stata discreta, ma credo che ci siano aspetti importanti da migliorare. Capisco le difficoltà degli ospedali, l’organizzazione dei reparti e le tante necessità da gestire, ma penso che una donna che sta affrontando la perdita del proprio bambino abbia bisogno di un’attenzione particolare. Ricordo quanto possa essere doloroso trovarsi in un reparto in cui si sentono i pianti dei neonati o si incrociano mamme che spingono la culla con dentro il loro bambino. Sono immagini bellissime, ma in quel momento possono diventare una ferita ancora più profonda per chi ha appena perso il proprio. Credo che sarebbe importante prevedere, quando possibile, spazi dedicati o percorsi protetti per queste donne, in cui possano vivere il proprio dolore con maggiore riservatezza e delicatezza. Non si tratta di chiedere privilegi, ma semplicemente di ricevere un po’ di tatto in un momento in cui il cuore è già a pezzi.

Con gli altri, a volte ho trovato ascolto, altre volte no. Credo che la perdita di un bambino sia ancora oggi un argomento difficile da affrontare. Spesso le persone, anche senza cattive intenzioni, cercano di consolarti dicendo: «Può succedere», «Eri ancora all’inizio». Ma quelle parole, per chi ha desiderato tanto quel bambino, non cancellano il dolore. Non si dovrebbe stabilire quanto sia legittimo soffrire in base alle settimane di gravidanza. Per una mamma quel bambino esiste già nei suoi sogni, nelle sue speranze e nel futuro che aveva iniziato a immaginare.

E c’è un altro aspetto di cui si parla ancora troppo poco: il dolore dei papà. Si parla spesso delle mamme, ma raramente ci si ferma a pensare a quello che provano i padri, che magari soffrono in silenzio perché sentono di dover essere forti per sostenere la propria compagna. Sono convinta che anche loro, dentro, stiano malissimo.

Vorrei che si parlasse di più di queste perdite, che si imparasse ad ascoltare senza minimizzare e che nessuna coppia si sentisse sola. Perché perdere un bambino significa perdere anche un futuro immaginato insieme. E quel dolore merita rispetto, ascolto e comprensione, indipendentemente da quanto fosse lunga la gravidanza.

«Un fulmine a ciel sereno»

Da Bodio Lomnago

È stato un fulmine a ciel sereno. Sole 9 settimane, ma per una mamma è una nuova vita in grembo. È stato un dolore affievolito dalla presenza di un marito amorevole e di una figlia di 2 anni, alla quale non potevo far vedere la mia tristezza infinita. L’assistenza psicologica in ospedale è stata pari a zero, il nulla cosmico. Ho trovato sostegno nella fede e nella mia famiglia. E ho scoperto che molte altre donne avevano vissuto questa terribile esperienza: un’amara consolazione, ma che aiuta.

«Avevo paura di essere giudicata»

Da Varese

Ho scoperto di essere incinta ed ero felicissima. Poi, la sera del falò di Sant’Antonio, ho avuto piccole perdite. Siamo andati in ospedale, è stato chiamato il primario e durante l’ecografia ha detto: «Eccolo qui il vostro Spiderman!». Ci ha tranquillizzati perché, aveva detto, era attaccato bene, e avevamo anche sentito il cuoricino. Purtroppo dopo due giorni ho avuto un’emorragia e ho perso il mio piccolino. Ero alla decima settimana, ma il dolore è stato devastante.

Sono stata fortunata, ho sempre avuto a che fare con personale medico molto gentile. Con gli altri purtroppo non ho trovato lo spazio di cui avevo bisogno, ma non per colpa loro: mi sono tenuta il mio dolore dentro. Avevo paura di essere giudicata, avevo paura che non avrebbero capito il mio dolore, anche se ero incinta di poche settimane, e non volevo essere compatita.

«Rimango la sua mamma»

Da Arcisate

La mia prima gravidanza si è interrotta spontaneamente a circa 8 settimane. Desideravo tantissimo avere un bambino e, per quanto fosse stato spiazzante realizzare che sarebbe realmente arrivato, ho iniziato quasi subito a immaginarlo e a fare spazio per lui nella mia mente. Sono stata all’ospedale perché non stavo bene e sentivo che qualcosa non andava. Ho sentito il suo battito, sono stata dimessa e poche ore dopo è accaduto tutto. Ricordo ancora cosa ho mangiato quel giorno, il malore, la corsa in ambulanza, la notizia che “non si vede più niente”. Ricordo di aver buttato via i vestiti che indossavo. È un segno che rimane, qualcosa con cui si impara a convivere, ma rimane dentro. A distanza di 4 anni mi chiedo chi sarebbe stato e come sarebbe averlo qui ora. Rimango la sua mamma: l’ho custodito per tutto il tempo che ci è stato concesso insieme, anche se un tempo diverso da quello che ci si immagina pensando a un figlio.

È stato tutto molto doloroso, ma sia i medici sia le infermiere e le ostetriche dell’ospedale Del Ponte sono stati empatici, umani e di supporto. Ricordo un ginecologo, al quale sarò per sempre grata per avermi risposto che non avevo fatto niente di sbagliato o di male quando gli ho chiesto cosa avrei potuto fare di diverso. Ricordo l’infermiera che mi disse di cercare supporto. E poi una dottoressa, che mi strinse le mani dicendo di non perdere le speranze. L’ascolto l’ho trovato soprattutto nelle mamme che ci sono passate, anche se in modi diversi.

«Anche questo è un lutto»

Da Saltrio

Quando si parla di lutto prenatale e perinatale, il pensiero corre subito alla perdita di un bambino durante la gravidanza o subito dopo la nascita. Ma c’è una ferita altrettanto profonda che spessissimo resta nell’ombra: quella di chi attraversa il labirinto della procreazione medicalmente assistita. Affrontare l’infertilità significa imparare a vivere a un ritmo diverso rispetto al resto del mondo. La quotidianità smette di essere fatta di mesi o stagioni e si trasforma in una sequenza ininterrotta di visite, esami, scadenze, terapie e attese sospese. È la sensazione di fare ogni cosa “come si dovrebbe”, senza però avere alcuna garanzia di riuscita.

Nella PMA c’è un momento in cui tutto il mondo esterno sembra spegnersi: l’istante del transfer. Per la medicina si tratta di trasferire un ovulo fecondato, ma per una donna che desidera una maternità, da quel secondo esatto lì dentro c’è già un figlio. In quei giorni d’attesa non puoi fare a meno di iniziare a fare la mamma: immagini i suoi tratti, pensi al suo nome, sogni la vita insieme e gli parli in silenzio nel calore del tuo corpo. Per te non è un’ipotesi, è già una presenza.

Se poi quel percorso s’interrompe o arriva un risultato negativo, non si sta piangendo soltanto la fine di un tentativo medico. Si sta affrontando il lutto vero e proprio per un bambino che era già diventato reale nei pensieri, nel cuore e nelle speranze. La parte più dura è che attorno a te la vita continua normalmente: si va al lavoro, si sorride, si partecipa agli eventi di tutti i giorni, nascondendo un peso immenso che gli altri non riescono a vedere. In questa giornata vorrei solo ricordare che anche questo è un lutto. Basterebbe solo uno spazio per poter dire, senza vergogna, che quel figlio è esistito ed è stato amato fin dal primo istante. Io ho 3 angeli nel cielo, e uno invece ho avuto la fortuna di poterlo stringere a me.

«Come se fosse una colpa della madre»

Da Cadrezzate con Osmate

Mi resta il pensiero costante di chi sarebbero stati i miei due bimbi. L’assistenza è stata principalmente quella medica, professionale e impeccabile nel primo episodio. Non è stata empatica, psicologica, amichevole o commiserevole, né tra i sanitari né nella cerchia familiare. Con gli altri direi che non ho trovato spazio né ascolto, anche perché si insinuava un senso di incapacità, di imperfezione, come se fosse una naturale “colpa” della madre non essere stata in grado di portare avanti la gravidanza. Quindi ovviamente dell’argomento non ne parlavo.

«Mi hanno trattata come se fosse colpa mia»

Da Varese

29 anni fa ero incinta di due gemelle. Purtroppo, nonostante le ecografie, nessun medico si era accorto che fossero due. Al quinto mese di gravidanza la piccola Anna Maria è morta per cause naturali, ma non se ne sono accorti: per i due mesi successivi mi hanno curata per coliche renali e mi hanno rassicurata che tutto andava bene. Al settimo mese sono andata in ospedale con le contrazioni. Avevo un inizio di setticemia, e la piccola Ilaria, a contatto per due mesi con la sorellina morta, aveva danni che non le hanno permesso di vivere più di tre giorni.

L’assistenza è stata pessima: mi hanno trattata come se fosse colpa mia. Quando poi hanno capito che avevano sbagliato tutto, sono diventati gentili per non farmi sporgere denuncia (ma l’ho fatto ugualmente). Spazio e ascolto li ho trovati, ma non nel mio ex marito.

«Quando mi chiedono quanti figli ho, rispondo quattro»

Da Busto Arsizio

La mia Margherita cresceva dentro di me forte e vivace, ma durante l’ultimo trimestre ho fatto una visita di controllo e il battito non c’era più. La mia vita si è fermata lì, in quel momento è cambiato tutto. Ancora oggi vivo l’eco delle parole della dottoressa, fulmineo e severo: «Signora, non c’è il battito, mi deve dire se vuole l’induzione ora o preferisce domani mattina. Il liquido è messo ancora benino, se preferisce andare a casa e tornare domani per noi è uguale». Sono andata a casa, ho preso il pigiama e le ciabatte con la morte dentro e sono tornata per partorire. Tutto veloce, tutto così violento. L’immagine di me che, uscendo dall’ospedale, mi volto verso il reparto e piango per non avere con me la mia bambina è tutt’oggi straziante. Il senso di vuoto lo fotografo così, con quell’espressione mista di incredulità, disperazione e impotenza totale. Dopo l’autopsia mi hanno spiegato che non c’è stato un motivo scatenante: era sana e forte, ma evidentemente doveva andare così.

L’assistenza l’ho vissuta malissimo. Spero che in questi 17 anni le cose siano cambiate. Non ho ricevuto nessuna assistenza psicologica, e per quanto riguarda il parto, per loro ero una complicazione di una normale giornata di lavoro, sopraggiunta a fine turno. Ognuno reagisce a suo modo. Nel mio caso ero io a consolare gli altri: ho subito messo la maschera da supereroe per la mia famiglia, ma dentro ci sono voluti anni per iniziare a elaborare. L’elaborazione di tutto è lunga, ogni minuto di quei giorni sembrava durare ore, e richiede tempo e pazienza, cure e tanto amore. Oggi sono madre di tre figli, ma quando mi chiedono quanti figli ho, io rispondo quattro, perché Margherita da 17 anni vive con me e la mia famiglia ogni giorno. È la mia bambina, il mio angelo.

«Il lutto perinatale non si esaurisce nei giorni dell’ospedale»

Da Cairate

Ambra Sofia è nostra figlia. L’abbiamo attesa con tanto amore, in una gravidanza serena, sana e senza complicazioni. All’ottavo mese, durante un semplice controllo di routine, abbiamo scoperto che il suo cuoricino aveva smesso di battere. Da quel momento sono iniziati esami, domande, attese e la ricerca di una spiegazione. Io e mio marito vorremmo far arrivare a chi legge che il lutto perinatale non si esaurisce nei giorni dell’ospedale: resta nelle domande senza risposta e nei silenzi.

All’ospedale di Busto Arsizio noi e la nostra bambina abbiamo ricevuto un’assistenza esemplare, che in base alle testimonianze di altri non è sempre scontata. Allo stesso tempo, nelle settimane successive, nonostante il supporto psicologico ricevuto, la mancanza della nostra bambina, la mancanza di risposte sull’accaduto e il post parto sono stati nel complesso duri da affrontare.

Il lutto perinatale è un dolore che non si vede e spesso non ha parole condivise. Oggi ci sono luoghi in cui le famiglie trovano un posto in cui sentirsi riconosciute, ma spesso chi non ha vissuto una tragedia simile tende a negare o addirittura ad allontanarsi per paura. Crediamo sia importante rendere consapevoli i futuri genitori, senza creare allarmismi inutili ma con un’informazione genuina e certificata.

Da questa esperienza abbiamo fondato l’Associazione Ambra Sofia, per sostenere la ricerca e la prevenzione delle morti in utero, la formazione e i reparti materno-infantili, e per dare alle famiglie informazioni chiare e affidabili. Crediamo molto nel lavoro dei reparti materno-infantili e nel metterli in condizione di accompagnare le famiglie con strumenti, tempo e formazione adeguati. Stiamo costruendo una rete di professionisti a cui le famiglie possano rivolgersi e momenti di incontro aperti a tutti.

«Ancora in attesa di poter salutare il mio angioletto»

Da Varese

La mia bambina è nata a sei mesi di gestazione, priva di vita, all’ospedale Del Ponte di Varese, dopo una gravidanza travagliata. Ho partorito in reparto, dove ho trovato umanità e sorrisi anche dove di felicità ce n’era ben poca. Ho conosciuto l’associazione Difendere la vita con Maria, che cerca di dare una dignità a questi bimbi volati via troppo presto.

Trovo solo spiacevole che per poter dare una degna sepoltura ai nostri bambini si debba aspettare così tanto. Nella fattispecie, il saluto della mia bimba è stato posticipato di due mesi rispetto al periodo concordato: da fine agosto o inizio settembre siamo arrivati a fine ottobre. Mi trovo qui ancora in attesa di poter salutare il mio angioletto. È ottima la presenza di questa associazione sul territorio, ma questa attesa infinita è davvero logorante per noi genitori: per noi va avanti da cinque mesi. Spero che in futuro, per le altre mamme e gli altri papà, si possano restringere le tempistiche. E soprattutto spero si possa snellire la burocrazia che non ti permette di seppellire il tuo angioletto senza prima sbrigare un mucchio di pratiche e spendere un sacco di soldi, senza neanche vederne riconosciuta l’esistenza. Spesso il nostro dolore viene minimizzato, ma è un dolore grande e infinito.

«Zero sostegno pubblico, solo privato»

Da Gallarate

Vorrei raccontare la freddezza della diagnosi e i compromessi a cui bisogna scendere per ottenere dignità e ascolto. Vorrei raccontare la mancanza di un riconoscimento, sia come genitori sia dell’indennità di maternità e paternità quando il lutto avviene prima delle 28 settimane di gravidanza, e il vuoto che viene dopo. Zero sostegno pubblico, solo privato.

Ho vissuto male la fase della diagnosi, ma sono riuscita ad avere ricordi sereni di ciò che è avvenuto solo grazie a ciò che ci siamo costruiti intorno: un villaggio di professionisti e familiari in grado di sostenerci. Con gli altri ho trovato molto poco ascolto: è un tema con cui pochi vogliono confrontarsi. Ma siamo entrati in un gruppo di auto mutuo aiuto che è in grado di farci sentire ascoltati e capiti, laddove il mondo attorno vorrebbe mettere a tacere il lutto perinatale, perché è troppo difficile da affrontare.

«Si può amare infinitamente una persona che non si è mai conosciuta»

Da Varese

Il mio piccolo Elia è nato con un taglio cesareo d’urgenza a 26 settimane: 350 grammi di amore infinito per me e il suo papà. Durante tutta la gravidanza ha lottato come un leone per poter essere con noi, ma purtroppo così non è stato. Sapevamo che c’erano dei problemi e che la speranza di vita era bassa, ma la speranza si fa fatica a cancellarla. Ci ha insegnato che si può amare infinitamente una persona che non si è mai conosciuta. E quel giorno che l’abbiamo tenuto in braccio la prima volta, quando lui stava ormai già dormendo, abbiamo capito il vero significato dell’essere genitori. Un amore che ti sfinisce, ti travolge e ti fa sentire che non siamo padroni di nulla, tanto meno del nostro destino.

La sua mancanza mi ha mozzato il fiato per diverso tempo, anche se ero circondata da parenti e amici. Ma siamo egoisti: quando si sta male si è convinti che il proprio dolore sia superiore a quello degli altri. Solo il suo fratellino mi ha permesso di ricominciare a respirare, e ora chiedo a Elia di proteggerlo sempre, in ogni momento. Si ha sempre paura del giudizio degli altri. Stai male e sei tu che devi rassicurare gli altri, spesso i familiari.

«Non mi piace dire “non ce l’ha fatta”»

Da Magnago

Dopo una gravidanza difficile, in cui ogni momento era a rischio, mio figlio è nato prematuramente e in condizioni critiche. Abbiamo vissuto 7 settimane in terapia intensiva neonatale. Non mi piace dire “non ce l’ha fatta”, perché quel termine indica un fallimento e non voglio che la sua vita, seppur breve, sia legata a un fallimento. L’assistenza medica è stata abbastanza buona, quella emotiva molto meno. Gli altri non potevano capire: ho trovato sostegno in chi era nelle nostre stesse condizioni.

«Non mollare mai, in nome della Vita»

Da Sesto Calende

Desidero raccontare l’insegnamento che la mia bimba, Gilda, mi ha lasciato: qualsiasi cosa accada, si deve combattere e non mollare mai, per noi stessi, per chi ci sta accanto e, per chi ne ha la fortuna, per gli altri figli che ci sono o che verranno, in nome della Vita. Durante il mio percorso ho incontrato persone gentili e molto rispettose, ma dopo si potrebbe fornire un supporto maggiore. Nelle relazioni con gli altri ho trovato assolutamente lo spazio e l’ascolto di cui avevo bisogno. Sono molto fortunata!

«Nessuno mi ha detto che potevo dargli un nome»

Da Mornago

Vorrei raccontare la mancanza di un supporto psicologico immediato e di informazioni sulla possibilità di dare un nome e un luogo di riposo. L’assistenza l’ho vissuta male a livello psicologico, con un distacco assoluto da parte del personale infermieristico. Non ho trovato lo spazio e l’ascolto di cui avevo bisogno, se non dopo anni, con un percorso di psicoterapia privato.

«Nessuno osava parlarmi davvero di quello che era successo»

Da Milano

Vorrei raccontare lo smarrimento indicibile. In sala parto mi sono sentita guidata e sostenuta, appena fuori solo molto sola. Le persone cercavano di essermi vicine, ma nessuno osava parlarmi davvero di quello che era successo. Solo un amico sacerdote ha affrontato l’argomento, e col pensiero lo ringrazio ancora.

«Il mio Mattias, ancora oggi penso a lui»

Da Milano

Il dolore, il senso di vuoto e una perdita insostituibile. Non l’ho detto a nessuno, se non dopo anni: ho tenuto tutto per me. Era il mio bambino, il mio Mattias. Ancora oggi penso a lui, a cosa avrebbe scelto di fare, a come si sarebbe sistemato, a quanto mi manca. Quando sono riuscita a parlarne ho trovato ascolto. Ho raccontato tutto anche a mia figlia, che sa di avere un fratello maggiore in Paradiso.

«È importante parlarne»

Da Varese

Ho scelto di non portare avanti la mia gravidanza a 15 settimane a causa di una rara malattia genetica. È un dolore difficile da raccontare e da superare. Ho avuto assistenza dal primo momento fino all’ultimo, sia dal punto di vista medico sia da parte della mia famiglia: non mi sono mai sentita sola. Sono circondata da persone meravigliose, che hanno saputo ascoltare e accogliere il mio dolore come fosse il loro. È importante parlarne: forse noi dovremmo imparare a non farlo diventare un tabù.

«Non c’è giorno che non pensi a mio figlio mai nato»

Da Varese

A 20 anni sono rimasta incinta, ma ho dovuto interrompere la gravidanza per paura. Ancora oggi, a distanza di 24 anni, non c’è giorno che non pensi a mio figlio mai nato. L’assistenza ricevuta è stata discreta. Con gli altri ho trovato abbastanza ascolto, a parte una dottoressa del consultorio che ha cercato di spingermi a non abortire facendomi sentire in colpa.

«Poche persone sanno vedere il dolore altrui senza giudicare»

Da Varese

Ho deciso di abortire per proteggere il mio primo figlio da un padre terribile. Poi ho perso un altro bambino, tanto desiderato. Forse a livello medico l’assistenza è sufficiente, ma il supporto mentale e psicologico serio è sulle spalle della persona. Con gli altri non ho trovato molto ascolto. Entrambi i lutti generano incomprensione, confusione, polarizzazione religiosa o politica, e non destano la compassione e la vicinanza che meritano, perché poche sono le persone che, senza giudicare, sono in grado di vedere il dolore altrui e dare semplice vicinanza.

«Un abbraccio alle mamme e ai papà»

Da Gallarate

Vorrei dare un abbraccio alle mamme e ai papà che vivono tutto questo. Nel dolore ti rendi poco conto di ciò che accade in quel momento: ci pensi dopo. Intorno a me ho trovato spazio e ascolto.

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Pubblicato il 16 Ottobre 2026
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