Manu Chao al Rugby Sound: l’ultimo rivoluzionario fa ancora ballare chi sognava di cambiare il mondo
Il oncerto sold-out di Manu Chao ha chiuso l'edizione 2026 del Rugby Sound Festival
L’ultimo vero rivoluzionario della musica sale sul palco del Rugby Sound Festival e, nonostante l’età che avanza, registra il sold out facendo ballare l’Isola del Castello. Manu Chao chiude così l’edizione 2026 del festival legnanese con un concerto che è una grande festa.
Ad aprire la serata è Vito War, tra i pionieri della scena reggae italiana e storico conduttore di Reggae Radio Station su Radio Popolare, con un dj set che ha attraversato ska, dub, roots reggae e dancehall.
Poi arriva lui, l’ex leader dei Mano Negra. Venticinque anni dopo il G8 di Genova (la ricorrenza esatta è il 20 luglio ndr), quando le sue canzoni accompagnavano i movimenti no global, sale sul palco di Legnano, ricorda Carlo Giuliani, fa sventolare la bandiera della Palestina e urla «Palestina libera». È lo stesso Manu Chao di allora, quello che non ha mai smesso di prendere posizione e di dare voce agli ultimi. Il concerto è un susseguirsi di chitarre strimpellate, bonghi, fiati, influenze rock e reggae. Protagonisti i grandi classici della sua carriera: Mala Vida, Me Gustas Tú, Bongo Bong, Próxima Estación: Esperanza, fino ai brani dell’ultimo album Viva Tu.

Quando canta La Vida Tómbola, tutto il pubblico lo segue intonando il nome di Maradona, a cui è dedicata la canzone. «Se io fossi Maradona andrei in mondovisione per gridare alla Fifa che sono dei ladri, perché la vita è una tombola», canta Manu Chao.
L’Argentina sarà anche stata battuta in finale dalla Spagna, ma per Manu Chao le bandiere contano fino a un certo punto: siamo tutti clandestini, tutti liberi, tutti cittadini di un mondo senza confini, da esplorare incontrando storie e culture diverse. I suoi pezzi più celebri tornano, si allungano in lunghe jam, con la stessa base che si ripete (forse troppo) e basta un semplice “ehi, ehi, ehi” per far ripartire i salti sotto il palco, tra una canzone interrotta e l’altra. Il pubblico sembra non stufarsi mai e continua ad alzare le braccia e a seguirlo.
Basta poco per far ballare la generazione che venticinque anni fa aveva sogni rivoluzionari e pensava di poter cambiare il mondo. Si parlava di globalizzazione, ambiente, pace. Oggi il mondo è ancora più a soqquadro e quei movimenti sembrano essersi affievoliti proprio quando ci sarebbe più bisogno di prese di posizione e di movimenti alternativi. I ricordi non bastano.
Tra il pubblico ci sono anche i figli di quei cinquantenni che sono cresciuti con Manu Chao e che hanno fatto ascoltare ai propri ragazzi quelle che erano state le colonne sonore della loro giovinezza.
Il concerto si chiude con Clandestino. Manu Chao e la sua band non smettono di saltare sul palco, accompagnati dallo stesso “ehi, ehi, ehi” che ha scandito tutta la serata. Nessun grande effetto speciale, solo musica, energia e la voce di un artista che, dopo quasi trent’anni, continua a cantare le stesse battaglie. Ancora da vincere.













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