Scuola
Beatrice presenta il fumetto sull’autismo agli studenti di Legnano: “Non fatevi chiudere”
Beatrice Tassone – 21 anni, albina, autistica e ipovedente – disegnatrice di "Essere Bea" ha portato la sua testimonianza agli alunni delle scuole Mazzini a Legnano
«Non chiuderti, non chiudere e non farti chiudere». È l’invito che Beatrice Tassone – 21 anni, albina, autistica e ipovedente – ha rivolto agli alunni delle scuole Mazzini dell’Istituto di via dei Salicidi a Legnano, dove è intervenuta oggi, 15 aprile. L’artista ha portato la sua testimonianza insieme ai responsabili del progetto Coop Autism Friendly, alla prof referente del plesso Gaia Lombardi e alla referente per le attività contro il bullismo Elise Bozzani.
Beatrice è l’autrice dei disegni del fumetto “Essere Bea”, un progetto editoriale autobiografico ideato da Silvia Amodio, scritto da Marco Madoglio e pubblicato da Coop Editrice Consumatori. Un’opera in stile manga, omaggio alla cultura giapponese – grande passione dell’autrice – che racconta la crescita di una ragazza autistica, tra difficoltà, sogni e conquiste.

Il fumetto, patrocinato dal Comune di Monza e realizzato in collaborazione con Coop Lombardia, PizzAut, Alimenta l’Amore e Casa Surace, nasce con l’obiettivo di fare informazione e abbattere stereotipi sull’autismo. «Essere Bea nasce da un’idea di Silvia Amodio, una fotoreporter che lavora molto nel sociale. Io l’avevo conosciuta anni fa per un progetto legato all’albinismo. Sapendo della mia passione per il disegno, mi ha proposto di realizzare un fumetto sull’autismo», racconta la disegnatrice. Un progetto che prende vita proprio dalla sua esperienza personale: «Il fumetto si basa sulla mia vita: la protagonista sono io e racconta la mia crescita, da quando ero piccola fino ad oggi». Un racconto in cui trovano spazio anche le sue passioni, come quella per il Giappone – che ha visitato due volte – e soprattutto il percorso di consapevolezza e superamento delle difficoltà: «Vediamo la protagonista crescere e affrontare le difficoltà… e superarle grazie a tanta esperienza».
Determinante, nel percorso creativo, il lavoro di squadra: «Non l’ho realizzato da sola: Marco Madoglio mi ha aiutato nella scrittura. Io gli ho raccontato gli aneddoti della mia vita e lui li ha trasformati in una narrazione». Ma il cuore del progetto è il messaggio che Bea porta nelle scuole, dove il fumetto è diventato uno strumento di dialogo e sensibilizzazione: «Grazie a “Essere Bea” ho iniziato ad andare nelle scuole e raccontare la mia storia: questo ha permesso di creare molta consapevolezza sull’autismo. Il motto di “Essere Bea” sono le tre cose da non fare mai nella vita: non chiuderti, non chiudere e non farti chiudere», ribadisce. Un invito all’inclusione che nasce anche dall’esperienza diretta: «Questo fumetto è la rappresentazione di un’inclusione possibile. Grazie a questo progetto ho avuto anche l’opportunità di lavoro in Coop».
Durante l’incontro, Bea ha affrontato anche il tema del bullismo, molto sentito tra gli studenti: «Spesso si pensa che il bullismo sia solo tra ragazzi, ma a volte i veri bulli sono gli adulti», ha spiegato sottolineando come ignoranza e paura del diverso possano portare a forme di esclusione. Tra gli episodi raccontati, anche quello di una madre che da bambina non voleva che la figlia giocasse con lei: «La discriminazione non colpisce solo la persona, in quel caso anche la mia famiglia». Bea ha poi evidenziato come nel tempo sia cresciuta la consapevolezza sull’autismo, ma restino ancora molti stereotipi: «A volte mi dicono “non sembri autistica”. Questo succede perché non c’è ancora piena consapevolezza che esistono forme diverse di autismo. Io da piccola avevo molte difficoltà, ho frequentato una scuola speciale. Grazie al supporto della mia famiglia e dei terapisti sono però riuscita a migliorare».
Nonostante le difficoltà, Bea invita a guardare oltre la diagnosi: «Spesso si vede prima la diagnosi e non la persona. Ma noi non siamo disabili, abbiamo sogni, passioni e talenti». E anche nella quotidianità non manca l’ironia, soprattutto rispetto alla sua ipovisione: «Mi capita spesso di non riconoscere le persone. Però può essere utile quando incontri qualcuno che non vuoi salutare!», ha scherzato.
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