Infermieri allo stremo, sindacato NurSind: “Nell’ASST Ovest Milanese persi 77 infermieri in sei mesi”
A preoccupare maggiormente è l'introduzione delle cooperative private e di infermieri liberi professionisti soprattutto nelle Case e Ospedali di Comunità: «Senza infermieri la sanità pubblica non può esistere – affermano i sindacalisti
«Infermieri allo stremo, l’unica soluzione è scappare». Ad affermarlo il sindacato NurSind che in questi giorni è tornato a denunciare la crisi degli organici nell’ASST Ovest Milanese. I parlando di una crisi che, secondo il sindacato, sta mettendo a rischio la tenuta degli ospedali. A preoccupare maggiormente è l’introduzione delle cooperative private e di infermieri liberi professionisti soprattutto nelle Case e Ospedali di Comunità: «Senza infermieri la sanità pubblica non può esistere – affermano i sindacalisti –. Senza infermieri gli ospedali sono destinati a perdere la loro capacità di garantire un’assistenza sicura e di qualità. Di fatto gli infermieri scappano perché non vengono ascoltati e non hanno un contratto attrattivo, che non significa necessariamente un aumento economico, ma un sistema di welfare capace di valorizzare la professione».
Attraverso una nota accompagnata dal volantino intitolato “Infermieri allo stremo, unica soluzione scappare”, l’organizzazione sindacale segnala l’aumento di dimissioni e pensionamenti, la carenza di personale e il crescente ricorso a cooperative e liberi professionisti. «Chi ha scelto questa professione perché la ama non può più accettare di sacrificare la propria professionalità per inseguire obiettivi organizzativi che non tengono conto della realtà dei reparti» scrive il NurSind nella nota. Secondo il sindacato, lavorare come infermiere nell’ASST Ovest Milanese è diventato «sempre più difficile a causa di turni definiti massacranti, ritmi di lavoro elevati e di una cronica carenza di personale. Una situazione che sta mettendo sotto pressione chi ogni giorno garantisce l’assistenza ai cittadini». A testimoniare il disagio è anche il racconto di un infermiere che ha lasciato recentemente l’azienda. «Amavo il mio lavoro, ma questi numeri e questi ritmi non mi consentono più di svolgerlo come dovrebbe essere fatto. Tornavo a casa distrutto fisicamente e psicologicamente, con l’amarezza di non aver avuto il tempo e le energie per assistere i pazienti come meritavano. Mi sentivo completamente svuotato, apatico e demoralizzato. L’unica soluzione è stata lasciare l’azienda e cercare un altro modo per continuare a esercitare la professione che mi piace».
I numeri della crisi secondo il sindacato
Il NurSind sostiene che la situazione non riguardi episodi isolati. Tra le criticità segnalate ci sono «reparti che fino a pochi anni fa erano coperti da quattro infermieri e oggi operano con due professionisti, oltre ai continui spostamenti del personale tra reparti e presidi ospedalieri per far fronte alle esigenze organizzative – spiegano i sindacalisti NurSind -e. Poi c’è un incremento dello stress lavoro-correlato e dei casi di burnout, aggravato anche dal trasferimento di infermieri verso le nuove strutture territoriali senza un corrispondente rafforzamento degli organici ospedalieri. Segnaliamo poi che nei primi sei mesi del 2026 abbiamo registrato 48 pensionamenti e 29 dimissioni, per un totale di 77 infermieri in meno. Nei prossimi sei mesi ci aspettiamo numeri ancora più elevati sia per i pensionamenti sia per le dimissioni. Siamo ormai prossimi al default». A fronte di ciò il sindacato si chiede se non sarebbe stato possibile intervenire prima per evitare l’aggravarsi della situazione e la perdita di professionisti. «Ci chiediamo se non sarebbe stato più lungimirante investire nella fidelizzazione dei professionisti già presenti, evitando la fuga di competenze costruite in anni di esperienza. Era davvero inevitabile arrivare a questo punto? Era davvero impossibile intervenire prima che decine di infermieri scegliessero di lasciare l’azienda?».









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