L’abbraccio tra il cugino e i killer di Livatino e la giustizia riparativa: “La pena è anche rieducazione”
Le riflessioni di Eliana Morolli, presidente dell'Ordine degli Avvocati di Busto Arsizio, e dell'arcivescovo Delpini dopo l'incontro tra il cugino di Rosario Livatino e i suoi killer in Tribunale a Busto Arsizio
Riconoscere il danno, confrontarsi con chi lo ha provocato, provare a ricostruire ciò che il reato ha spezzato. È questa la prospettiva della giustizia riparativa, un modo diverso di intendere la giustizia, che accanto alla pena apre uno spazio alla consapevolezza e alla possibilità di ricucire i legami. Ed è proprio su questa prospettiva «originale e promettente» che si sono concentrate le riflessioni a margine dell’incontro di giovedì 29 ottobre in Tribunale a Busto Arsizio tra il cugino del giudice Rosario Livatino e due dei suoi killer.
«In un momento storico particolarmente difficile, in cui quotidianamente assistiamo ad atti di violenza, non solo violenza fisica, che non è mai giustificabile, ma anche verbale, che altrettanto non è accettabile, eventi come quello a cui abbiamo assistito oggi danno a tutti noi una scossa – ha sottolineato Eliana Morolli, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Busto Arsizio -. Ci riportano su un piano di umanità, ci fanno capire che la pena deve esserci, deve essere certa, ma deve essere anche rieducazione. Si deve pensare anche a quello che è il piano dell’umanità e non solo ad alzare i toni, ad alzare la voce senza risolvere quelli che sono effettivamente i problemi e senza dare un futuro a chi magari ha sbagliato, ma anche il il diritto di potersi migliorare nel tempo. Come società dobbiamo pensare anche a chi deve migliorarsi nel tempo, alla loro rieducazione, a come debbano essere correttamente inseriti nella società».
«La giustizia riparativa è un modo di intendere la giustizia molto originale e promettente – è stata invece la riflessione proposta dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini -. Ci dice che chi ha commesso un reato deve essere punito secondo la legge, ma anche che l’intenzione della punizione non è cancellarlo dalla convivenza civile, ma indurlo a prendere coscienza del male compiuto e ad interrogarsi su come ripararlo. L’incontro tra chi è stato vittima e chi è stato colpevole è uno delle cose più straordinarie che possano capitare ed è un aspetto promettente.
Che cos’è la giustizia riparativa
La giustizia riparativa è un percorso che affianca la giustizia penale tradizionale e punta al riconoscimento del danno subito dalla vittima, alla responsabilizzazione di chi ha commesso il reato e alla ricostruzione dei legami sociali compromessi. Introdotta in modo organico dalla riforma Cartabia del 2022, si basa «sull’incontro – diretto o indiretto – tra la vittima del reato e la persona indicata come autore dell’offesa, eventualmente con la partecipazione di altri soggetti appartenenti alla comunità», come spiega il Ministero della Giustizia.
La giustizia riparativa «non si sostituisce al processo penale né ne altera le garanzie, ma offre alle parti coinvolte dal reato un percorso parallelo, autonomo e volontario, fondato sul consenso, sulla partecipazione attiva e sull’intervento di un terzo imparziale: il mediatore esperto in programmi di giustizia riparativa».
Il programma può concludersi con un esito riparativo, che rappresenta la «manifestazione concreta del percorso svolto». L’esito può essere «simbolico, come dichiarazioni di scuse, impegni pubblici, accordi comportamentali o iniziative rivolte alla comunità», o «materiale, come risarcimenti, restituzioni o attività volte ad attenuare o eliminare le conseguenze dannose del reato». L’esito positivo «rileva ai fini processuali nei casi previsti dalla legge. Qualora non si raggiunga un esito riparativo, la partecipazione non produce effetti negativi per la persona sottoposta a procedimento penale, restando ferme le garanzie del giusto processo».









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