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Si era finto disabile per tornare a comandare a Rho, così il boss Bandiera aveva riportato la ‘ndrangheta

Il boss 74enne era uscito in anticipo dal carcere con falsi attestati di invalidità e subito aveva rimesso in piedi la l "locale" di Rho, smantellata nel 2010

L’indagine “Vico Raudo” condotta dalla Squadra Mobile di Milano (che ha portato a 49 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili a vario titolo dei reati associazione a delinquere di stampo mafioso) ha consentito di accertare come a Rho si fosse riorganizzato un gruppo criminale, denominato “Locale di Rho”. Realtà già individuata nell’ambito dell’indagine condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano nel 2010 – operazione “Infinito”. Il promotore sarebbe Gaetano Bandiera, un italiano di 74 anni già condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso che, una volta scontata la sua pena, ha nuovamente ricostituito, con la collaborazione dei membri della sua famiglia e di altri soggetti, la presenza dell’organizzazione mafiosa sul territorio. Gaetano Bandiera è stato affiliato alla locale di Rho fino al 2010. Il figlio Christian Bandiera era stato condannato nel 2010 a 16 anni di carcere per aver ucciso un uomo a seguito ad un litigio per donne all’interno di un pub di Rho.

La falsa invalidità per andare ai domiciliari e tornare a comandare

Dalle indagini svolte dalla Polizia di Stato è emerso come l’uomo, beneficiando della concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare, ottenuta grazie alla falsificazione di documenti attestanti una sua presunta invalidità che lo avrebbe portato a muoversi su una sedia a rotelle, aveva ripreso il pieno controllo del territorio di Rho attraverso una serie di intimidazioni e atti di natura estorsiva consistenti nel far appiccare incendi ad autovetture, esercitare violenze fisiche e minacce, assicurandosi altresì il controllo dello spaccio di sostanza stupefacente. Il quadro emerso nel corso delle numerosissime intercettazioni, dei servizi e degli appostamenti effettuati dagli agenti della 1^ Sezione Criminalità Organizzata della Squadra Mobile, è stato quello di una struttura mafiosa pervasiva, legata fortemente ai segni e ai simboli tipici dell’ndrangheta. Basti pensare che, in due circostanze, la Polizia di Stato ha documentato l’acquisto e il posizionamento di una testa di maiale davanti all’abitazione di uno degli indagati come avvertimento, sia per farlo desistere dalle richieste di mantenimento economico sia da possibili intenti di collaborazione con la giustizia.

Teste di maiale e di agnello per spaventare la possibilità di conferire le doti

In un’altra circostanza, è stata intercettata una conversazione in cui alcuni dei soggetti indagati, sempre per esercitare delle pressioni su un uomo e sul figlio considerati dei collaboratori delle forze dell’ordine, progettavano di far recapitare una testa di agnello mozzata con in bocca un biglietto in cui si avvertiva che la prossima testa sarebbe stata quella del figlio: messaggi mafiosi a cui si aggiungevano minacce e violenze anche solo per non aver portato rispetto agli esponenti dell’organizzazione. Sono stati anche intercettati dialoghi in cui è emersa la struttura gerarchica della locale con l’indicazione delle doti di alcuni degli esponenti, tra cui il possesso della dote superiore della “Santa” del 74enne grazie alla quale egli poteva conferire “doti” agli affiliati, tra i quali il figlio, nonché, secondo i rituali dell’ndrangheta, comporre la cosiddetta “Copiata” per battezzare e conferire la dote di “Picciotto” a un altro soggetto.

La “tassa” sullo spaccio

Tra le attività criminali poste in essere dall’organizzazione vi erano le estorsioni anche in danno di persone legate alla criminalità: sono state documentate, infatti, diversi episodi estorsivi effettuati in danno di soggetti dediti allo spaccio di sostanze stupefacenti a cui l’organizzazione guidata dal 74enne chiedeva delle somme di denaro mediante violenza e minaccia. Una sorta di tassa sullo spaccio.

Due gruppi alleati nel nome del traffico di stupefacenti

Dall’attività investigativa è emerso che sul territorio di Rho, oltre alla struttura territoriale di ‘ndrangheta, era presente un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti composta da due gruppi, uno formato dagli stessi appartenenti alla “Locale di Rho”, l’altro da altri soggetti tratti anch’essi in arresto questa mattina. I due gruppi criminali, agguerriti e senza scrupoli, operavano in alleanza secondo le seguenti modalità: quello riferibile al 74enne si riforniva in via esclusiva dall’altro gruppo che, a sua volta, riceveva dal primo garanzie circa l’esclusività della piazza di spaccio e la risoluzione di problemi in ragione della sua matrice mafiosa.

Elevato tenore di vita ma col reddito di cittadinanza

I numerosi servizi di osservazione e pedinamento svolti dagli agenti della Squadra Mobile milanese, con il supporto delle intercettazioni audio e video, hanno consentito di individuare altri soggetti che acquistavano la cocaina dal sodalizio per farne, a loro volta, autonomo commercio al dettaglio. I proventi derivanti dalla vendita della sostanza stupefacente garantivano agli associati di beneficiare di un elevato tenore di vita non giustificato dai redditi dichiarati tanto che il nucleo familiare del 74enne risultava addirittura beneficiario del “reddito di cittadinanza”.

Il ruolo apicale di una donna

Tra i 49 raggiunti dall’ordinanza ci sono 5 donne. Una di queste – ha spiegato il sostituto procuratore Alesssandra Cerreti – c’era anche una donna che aveva un ruolo definito di braccio destro di Cristian Bandiera e alla quale il figlio del boss aveva appaltato alcune “attività” illecite: «Si è dimostrata spregiudicata come gli uomini» – ha commentato.

Maxi operazione contro la ‘ndrangheta a Rho e zona: 49 arresti

Redazione
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Pubblicato il 22 Novembre 2022
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