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Fatima Haidari a Legnano: “Non sarò libera finché le donne afghane saranno prigioniere”

Dalla vita tra le montagne dell’Afghanistan alla fuga dopo il ritorno dei talebani: oggi l'attivista studia alla Bocconi e racconta agli studenti la resistenza delle donne afghane. L'incontro con gli studenti legnanesi

Generico 09 Mar 2026

«Ho dovuto lasciare il mio Paese: in Italia posso continuare il mio lavoro e aiutare le sorelle rimaste lì. Sono più utile qui, per me e per loro. Siamo tutti connessi e dobbiamo prenderci cura gli uni degli altri. Io sono in salvo, ma non sarò mai veramente libera finché le donne afghane saranno prigioniere». Con queste parole Fatima Haidari, giovane attivista afghana, ha introdotto l’incontro con gli studenti degli istituti superiori Istituto Galileo Galilei, Istituto Bernocchi e Istituto Dell’Acqua di Legnano, nell’ambito del progetto “Fatima Haidari – Il coraggio e la resistenza delle donne afghane”, organizzato dall’associazione Liceali Sempre e da Soroptimist International Ticino Olona.

Il coraggio di Fatima

Nata in un piccolo villaggio della provincia di Ghor, Fatima racconta che a sette anni viveva come pastorella tra le montagne mentre frequentava la scuola elementare. «Il giorno più bello della mia vita – ricorda – è stato quando l’Unicef mi ha dato fogli e penne: prima scrivevo sulla sabbia, perché come donna non potevo avere il materiale scolastico». Successivamente la sua famiglia si trasferisce a Herat. Qui è costretta a interrompere gli studi per tre anni: la famiglia non può permettersi di pagarli e, con sette figli, la priorità viene data ai maschi. Insieme alla madre decide allora di produrre oggetti di artigianato da vendere per raccogliere il denaro necessario a tornare a scuola.

Dopo tre anni riesce finalmente a iscriversi alle scuole superiori. Studia anche inglese, che insegna alle amiche per guadagnare i soldi necessari a continuare gli studi fino al diploma. Con alcune compagne fonda anche un’organizzazione dedicata all’empowerment femminile e si iscrive all’università, dove studia Giornalismo e Comunicazione di massa. In quegli anni conduce Winner Women, un programma radiofonico trasmesso da una stazione locale in cui racconta storie di coraggio e la condizione delle donne afghane.

«L’obiettivo – spiega – era far sentire alle donne la voce di altre donne che avevano deciso di inseguire la libertà».Per mantenersi collabora con il Jesuit Refugee Service e lavora come guida turistica. Nel gennaio 2020 diventa la prima guida turistica donna dell’Afghanistan, ottenendo grande visibilità internazionale. Proprio questa notorietà, amplificata anche da media come CNN, la espone però a gravi rischi. «In quanto hazara e prima tour operator donna, sono un bersaglio facile per i talebani», racconta.

Generico 09 Mar 2026

La fuga

Le minacce la costringono a lasciare Herat e a rifugiarsi a Kabul. Quando il 15 agosto 2021 i talebani riconquistano la capitale durante la caduta di Kabul (Fall of Kabul), il suo nome compare in una lista di evacuazione. «Raggiungere l’aeroporto è stato un inferno», ricorda. «Dopo una settimana di attese, pestaggi e fughe dai miliziani sono riuscita a salire su un volo militare diretto in Italia». La fuga è resa possibile grazie all’aiuto del suo tour operator e di alcuni amici, tra cui Filippo Tenti. Insieme ad altre 25 donne riesce a lasciare il Paese dopo giorni segnati da paura e incertezza.

Il peso della libertà

Oggi vive in provincia di Milano e studia Politica internazionale e Governo all’Università Bocconi grazie a una borsa di studio. Appartenente alla comunità hazara, minoranza sciita da sempre perseguitata dai fondamentalisti, Fatima Haidari è diventata un simbolo di coraggio e resistenza per molte donne che sognano la libertà.«So di essere molto fortunata. Posso studiare mentre alle mie concittadine è vietato farlo. Ma il mio Paese mi manca».

Essere rifugiata, spiega, significa «vivere in uno stato di sospensione». La nostalgia per la famiglia e la preoccupazione per le amiche rimaste in Afghanistan sono pensieri costanti. «Mi raccontano cose terribili. Capisco perché molti siano costretti a rivolgersi ai trafficanti per partire. Spero che la comunità internazionale ascolti il loro grido e apra corridoi umanitari o vie legali per viaggiare». A concludere l’incontro sono state le parole di Giuseppe Tenti, padre di Filippo, che ha invitato gli studenti a «viaggiare per conoscere».

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Pubblicato il 10 Marzo 2026
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