Quando la mafia non spara. La ‘ndrangheta che c’è ma non si vede a Legnano
Presentata a Palazzo Leone da Perego la ricerca dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano su legalità e presenza mafiosa a Legnano
La ‘ndrangheta a Legnano non è un’ombra lontana, né un ricordo del passato: è una presenza che cambia forma, si mimetizza, si allea. Non spara, non fa rumore, ma investe, costruisce relazioni, si rigenera. È questa l’immagine che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano, al centro, insieme all’inchiesta Hydra, dell’incontro di mercoledì 25 febbraio a Palazzo Leone da Perego, in una sala Pagani da sold out. Nonostante la Champions League, nonostante il Festival di Sanremo.
«Questo incontro non è un’iniziativa sporadica, ma fa parte di un percorso che ormai da qualche anno come presidio territoriale di Libera stiamo portando avanti in collaborazione con l’amministrazione comunale, con la rete delle associazioni che fanno parte di Libera e con gli istituti scolastici del territorio – ha sottolineato il referente del presidio di Legnano di Libera Gian Piero Colombo in apertura dell’incontro -. Il punto di partenza è stato un contributo che è stato erogato al Comune di Legnano qualche anno fa dal fondo statale istituito in favore degli amministratori locali che hanno subito episodi di intimidazione connessi alle loro funzioni istituzionali: grazie a questi fondi, abbiamo iniziato avviato “Passi di legalità”, un programma condiviso di azioni e di interventi per promuovere la legalità sul territorio. Per noi di Libera questo percorso assume un significato particolare perché è uno dei cento passi verso il 21 marzo, Giornata del ricordo e dell’impegno in memoria delle vittime innocenti delle mafie».
«Questa serata è molto importante perché ci aiuta, come amministratori, a non sentirci soli – ha aggiunto il sindaco di Legnano Lorenzo Radice -. In questi anni di amministrazione ricordo tre o quattro firme che non è stato facile mettere: una è stata sicuramente la costituzione di parte civile del Comune di Legnano nel processo Hydra. Ma come amministratore in quel momento non mi sono sentito solo, perché sapevo che quella firma non la stava mettendo solo il Comune, ma la stavamo mettendo tutti. Ci prendiamo tutti la corresponsabilità di lavorare sul territorio per mettere delle barriere, per creare degli anticorpi e per essere più attenti».
Cosa dice la ricerca dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata
La ricerca presentata mercoledì 25 febbraio, conclusa lo scorso anno, indaga. «Legnano e il Legnanese a livello di presenza mafiosa sono una zona di confine tra il Milanese e il Varesotto, che storicamente rispetto ad altre aree della Lombardia ha visto una presenza di criminalità mafiosa siciliana più radicata e stabile – ha spiegato Ilaria Meli, ricercatrice del Dipartimento CROSS dell’Università degli Studi di Milano che si è occupata della ricerca -. Tant’è vero che il primo incontro di mafia che sappiamo essersi svolto a Legnano è un incontro tra boss di Cosa Nostra negli anni ’70, un periodo in cui la Lombardia non era minimamente avveduta rispetto a quello che stava accadendo ed anzi pensava che la questione criminale mafiosa fosse marginale nel nostro contesto locale e riguardasse tutt’al più chi proveniva da quei territori».
La ricerca traccia le origini della locale Legnano – Lonate Pozzolo, la cui esistenza è certificata dalla sentenze a partire dai primi anni Duemila ma che «diverse dichiarazioni di collaboratori o di affiliati intercettati permettono di far risalire […] agli anni Ottanta». E si sofferma a lungo sulla figura di Vincenzo Rispoli, che fin dalla sua fondazione ne è sempre stato il «capo» ed «è considerato uno dei boss più influenti nel contesto lombardo, per via delle proprie parentele, di nascita o acquisite». Indagine su indagine, la ricerca ricostruisce le sorti di una locale «particolarmente resiliente alle indagini», tra battute di arresto mentre i suoi membri scontano le condanne e ricostituzioni.

Dallo studio emergono però anche una «scarsissima attenzione mediatica» alla ‘ndrangheta e la capacità della criminalità organizzata di «sfruttare i fatti contingenti». «Legnano è un grande comune dove è facile mimetizzarsi – ha spiegato Meli -. Per sparare ci sono contesti che più favorevoli, ma è un comune dove investire, perché qui l’investimento rimane più sotto traccia e ci sono anche stati forti flussi migratori dalla Calabria, e i clan di ‘ndrangheta si insediano in maniera più invisibile dove esistono comunità di conterranei». Non solo: la ricerca mette in luce anche la capacità della ‘ndrangheta di «adattare le sue strategie», riuscendo tutto sommato a farsi considerare come «un fatto passato», tanto che dalla maggior parte delle interviste effettuate dal’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano il fatto che l’inchiesta Hydra riguardi la ‘ndrangheta di Legnano si staglia come un fatto «non conosciuto».
«L’ndrangheta è in grado di rispondere ad una domanda ed è su queste domande che bisogna intervenire – ha sottolineato Meli -. Nelle indagini che hanno colpito il Legnanese è stata indagata poco la presenza di quella che possiamo chiamare l’area grigia, ovvero di tutti quei mondi che non sono parte integrante della ‘ndrangheta, ma che con la ‘ndrangheta fanno begli affari in maniera consapevole. Non si tratta degli indifferenti, ma dei collusi, dei corrotti, di quelle connivenze che permettono alla ‘ndrangheta di ricostituirsi ogni volta. La ‘ndrangheta non è morta, si adatta e cambia forma, e noi dobbiamo essere capaci di continuare a vederla. Le indagini ci raccontano bene che la ‘ndrangheta cambia, ma l’esercizio del potere è sempre lo stesso perché rimane fondamentalmente gattopardesca, è sempre la stessa organizzazione che utilizza strategie che si adattano ai contesti. Noi dobbiamo essere capaci di vederla anche quando non spara: è lì che dobbiamo essere sentinelle molto più sensibili, molto più attente, capaci di pensare che l’invisibilità la avvantaggia anche nei momenti in cui l’emergenza non sembra sussistere».
L’inchiesta Hydra
Al centro dell’incontro non solo lo studio realizzato dal Dipartimento CROSS della Statale, ma anche l’inchiesta Hydra. «Hydra non ha il merito di svelare novità incredibili come hanno fatto inchieste del passato che hanno permesso di capire che qualcosa della struttura di questa mafia così chiusa, così capace di autotutela – ha spiegato Pietro Basile, referente provinciale di Libera -. Fa un atti di necessario coraggio e ridefinisce le vicende che si intersecano di mafia, ‘ndrangheta e camorra, le risorse e le conoscenze criminali condivise nei territori come una sistematica alleanza tra le tre grandi mafie. Al di là della conseguenze giudiziare, Hydra ci spiega l’evoluzione delle mafie».
«Questa inchiesta ci svela che le mafie hanno avuto la sottigliezza di comprendere che ognuna di loro rappresenta un brand criminale molto riconoscibile e di continuare ad essere sé stesse ma con la cassa di risonanza che l’alleanza crea, una sperimentazione che non nasce qui per come sono maturate queste esperienze criminali in Lombardia, ma che ha radici più profonde – ha aggiunto Basile -. Lo testimonia il fatto che nell’inchiesta si dimostra che le tre “case madri” hanno benedetto l’alleanza che si è strutturata sul territorio. A rendere possibile l’esperimento qui in Lombardia sono elementi che altrove non hanno la stessa rilevanza, come il dinamismo economico e un tessuto produttivo che va dalle piccole alle grandi aziende, in cui è facile non solo mimetizzarsi, ma anche trovare risorse».
«Bisogna recuperare la capacità di elaborare grammatiche e sintassi per sconfiggere questa macchina – ha concluso il referente provinciale di Libera -. Non sono i giudici che possono farlo, non fino in fondo, anche perché agiscono quando il reato si è consumato: sono le attività di prevenzione, l’attenzione nel comprendere quello che ci sta attorno che fanno la differenza. Non ci sono valigette, non ci sono consigli d’amministrazione, non ci sono uffici patinati sullo skyline di Milano: le mafie non sono lì perché sarebbero vistose, sono nell’officina, nella bar, nella ditta di costruzioni a cui magari ci si rivolge abitualmente, nei negozi di abbigliamento o di qualsiasi altro tipo. È lì che il denaro delle mafie viene riversato, e l’inchiesta Hydra ce le racconta molto chiaramente».










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