Trent’anni fa la legge sul riutilizzo del beni confiscati alle mafie. La mappa nel Legnanese
A 30 anni dall'approvazione in Parlamento la legge sul riutilizzo dei beni confiscati alle mafie continua a raccontare una storia: il patrimonio accumulato dalle mafie può diventare una risorsa per la comunità
Una villa confiscata alla ’ndrangheta diventata centro antiviolenza a Legnano. Un locale sottratto alla criminalità organizzata trasformato in osteria sociale a Rescaldina. E a Castellanza un laboratorio artigianale nato nella proprietà di un narcotrafficante. Sono alcune delle storie che raccontano cosa è successo nel Legnanese ai beni sottratti alla criminalità organizzata trent’anni dopo l’approvazione della legge 109 del 7 marzo 1996, che consente il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati. Trent’anni dopo quei beni continuano a raccontare una storia: il patrimonio accumulato dalle mafie può diventare una risorsa per la comunità.
La normativa per i beni confiscati
Il percorso per arrivare alla disciplina attuale del riutilizzo sociale dei beni sequestrati e confiscati alle mafie parte nel 1982 con la legge Rognoni-La Torre, che ha introdotto nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei beni come strumento di contrasto al potere delle mafie, prevista nel nostro ordinamento anche in assenza di una condanna penale definitiva attraverso le cosiddette misure di prevenzione patrimoniali: la legge fu approvata il 13 settembre 1982 dopo l’omicidio del deputato del PCI e segretario del partito in Sicilia, Pio La Torre, e l’attentato al prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
L’idea di restituire alla comunità le ricchezze accumulate illecitamente dalle mafie nasce negli anni ’90 con una campagna avviata da Libera nell’anno di fondazione, ovvero il 1995, con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme, affiancata dalla proposta di legge promossa da alcuni deputati, tra cui l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il 7 marzo 1996, poi, la commissione giustizia dà il via libera alla legge 109, che ha ormai superato il quarto di secolo di vita. Quelle norme oggi fanno parte del codice antimafia, che nel 2011 ha riordinato le leggi in materia e ha definito meglio il ruolo dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, nata nel 2010 come ente pubblico autonomo vigilato dal Ministro dell’Interno. Nel 2017, peraltro sono state introdotte diverse modifiche significative nella normativa antimafia, soprattutto in relazione ai beni confiscati.
La procedura di sequestro, confisca e destinazione dei beni
Il primo step dell’iter per arrivare al riutilizzo del bene è il sequestro, che viene disposto dal tribunale quando il valore dei beni risulta sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o all’attività economica svolta o quando ci siano indizi sufficienti a far ritenere che i beni derivino da attività illecite o ne rappresentino il riutilizzo. Con il provvedimento di sequestro viene nominato anche un amministratore giudiziario, che dovrà custodire, conservare ed amministrare i beni e dare conto del suo operato.
La fase successiva è quella della confisca di primo grado, provvedimento non ancora definitivo che può essere impugnato prima in appello e poi in Cassazione. Quando il bene viene definitivamente confiscato dalla magistratura, entra a far parte del patrimonio dello Stato e la gestione passa all’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
I beni immobili possono poi essere trasferiti agli enti locali, che potranno gestirli direttamente o assegnarli in concessione, a titolo gratuito, ad associazioni del Terzo Settore. Le aziende rimangono invece nel patrimonio dello Stato: l’ANBSC le può destinare all’affitto, alla vendita e anche alla liquidazione, quando le altre due strade non siano praticabili, o proseguire l’attività con i lavoratori e cooperative.
Beni in gestione e beni destinati
I beni sottoposti a confisca vengono classificati in due categorie: beni in gestione e beni destinati. Alla prima categoria appartengono tutti quei beni che per varie ragioni – vuoi l’iter giudiziario ancora in corso, vuoi che esistono criticità che bloccano le procedure – non sono ancora stati trasferiti ad altre amministrazioni dello Stato o agli enti locali e sono quindi ancora sotto la gestione dell’ANBSC stessa.
I beni destinati, invece, sono beni per i quali le procedure sono ormai giunte al termine ed è quindi stato possibile procedere alla destinazione, sia per finalità istituzionali sia per finalità sociali. Senza dimenticare, però, che ciò non significa necessariamente che questi beni siano stati anche riutilizzati.
I beni confiscati nel Legnanese
Per mappare la situazione nel Legnanese LegnanoNews ha analizzato i dati messi a disposizione dalla Piattaforma Unica delle Destinazioni, il portale realizzato dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata per rendere «più trasparente e condiviso il processo di destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata». La piattaforma mette a disposizione i dati relativi alle aziende e agli immobili, tanto destinati quanto in amministrazione, con l’avvertenza che «in considerazione delle attività di re-ingegnerizzazione del processo di destinazione e contestuale rinnovo della piattaforma infoweb, al momento i dati relativi alle destinazioni dei beni potrebbero essere sottostimati».
In base ai dati riportati alla data di venerdì 6 marzo nei Comuni del Legnanese risultavano tre immobili in amministrazione a Cerro Maggiore, quattro a Legnano, tre a Nerviano e sette a San Vittore Olona, e due aziende in amministrazione a Legnano, relative al settore alloggi e ristorazione. Tre, invece, le aziende destinate: una srl attiva nel settore delle costruzioni a Legnano e una srl e una sas del settore alloggi e ristorazione a Rescaldina.
Più lunga la lista degli immobili destinati. E non sorprende in un territorio dove l’ombra della criminalità organizzata continua ad allungarsi nonostante il susseguirsi di inchieste che instancabilmente provano a recidere i tentacoli delle organizzazioni criminali. Tanto che gli unici comuni dove il portale non segnala la presenza di beni destinati sono Busto Garolfo, Canegrate, Cerro Maggiore e San Giorgio su Legnano.
Per visualizzare la distribuzione di questi beni sul territorio, LegnanoNews ha realizzato una mappa che parte dal dato numerico fornito dalla Piattaforma Unica delle Destinazioni, con la precisazione che per ogni immobile si fa riferimento alla singola particella catastale. Non tutti gli immobili considerati sono stati assegnati ai Comuni, e purtroppo anche tra quelli assegnati agli enti locali non tutti sono stati già effettivamente riutilizzati: nel nostro territorio come su scala nazionale, infatti procedure lunghe, problemi burocratici e costi di ristrutturazione spesso rallentano il riutilizzo.
Le storie di rinascita
Se non tutti i beni sottratti alle mafie nel Legnanese sono rinati ad una nuova vita, i buoni esempi nel nostro territorio non mancano. A Legnano, ad esempio, la villa dove abitava uno dei capi della Locale di Milano si è trasformata in un centro antiviolenza. Sequestrata nel 2010 e confiscata definitivamente nel 2014 al boss Cosimo Barranca, un anno dopo la villa è stata assegnata al Comune di Legnano e Palazzo Malinverni ha scelto di metterla a disposizione della Rete antiviolenza Ticino Olona per la realizzazione di una struttura di accoglienza per donne vittime di violenza.
A Rescaldina, invece, sulle ceneri dell’ex Re Nove, locale sequestrato e poi confiscato alla ‘ndrangheta al timone del quale, attraverso una serie di prestanome, c’erano esponenti della locale di Mariano Comense, è nata un’osteria sociale. Nel 2011 l’immobile è stato destinato al Comune di Rescaldina, che ha puntato sul progetto “Tutto il gusto della legalità” per farlo rinascere; negli anni l’osteria ha dovuto fare i conti con le difficoltà di portare avanti con tutti i crismi e i carismi un’attività di ristorazione e con la pandemia, ma il locale non ha mai smesso di battersi per la legalità in un territorio dove, nonostante inchieste, arresti e condanne, l’ombra delle mafie continua ad allungarsi.
Poi c’è “Il Parallelo” di Castellanza, progetto che ha trasformato la proprietà di un boss del narcotraffico in un’opportunità di lavoro per giovani, rifugiati politici e persone fragili. Lo stabile di via Montello era stato sequestrato ad Antonino Zacco nel 2003 su decreto del Tribunale, diventato irrevocabile nel 2007. Zacco, soprannominato “il sommelier”, era un narcotrafficante arrestato nel 1990 in seguito all’inchiesta “Operazione Duomo Connection”, coordinata dai giudici Ilda Boccassini e Giovanni Falcone e condotta da Sergio De Caprio, meglio conosciuto come Ultimo. L’immobile nel 2011 è stato assegnato al Comune e dal 2017 ospita il laboratorio artigianale “Il Parallelo”.
A Dairago la seconda vita della villa al civico 4 di via Roma sequestrata ad alcune famiglie del campo nomadi di via Chiesa Rossa è arrivata grazie alla Casa delle Associazioni di Dairago. La villa era stata sequestrata nel 2009: il decreto di sequestro era diventato definitivo nel giugno del 2011, e a febbraio 2013 l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata l’aveva assegnata al Comune di Dairago, che ne ha fatto la Casa delle Associazioni.









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