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Chi narra, non governa, domina. Cosa lega Bossi a Peter Thiel e a Larijani

Bossi, Thiel, Larijani: tre mondi opposti e la stessa ossessione del potere come narrazione Tre incontri immaginati tra tre uomini che più diversi non potrebbero essere

Generico 16 Mar 2026

Tre incontri immaginati tra tre uomini che più diversi non potrebbero essere. Eppure.

A Gemonio l’aria sa di cemento, lago, acqua e menta, polenta e salame. Umberto Bossi arriva per primo, in un nugolo di fumo del suo Garibaldi, il sigaro toscano prediletto. Attorno ci sono i segni di un mondo che non vuole chiedere permesso: i bicchieri pesanti, il dialetto che stringe il territorio nella formula di Roma ladrona, il coltello che affonda nel formaggio, il maiale, il fuoco, il rancore fiscale trasformato in epopea con la voce roca. Qui il potere non ha bisogno di astrarsi: mangia, impreca, nomina il Nord, e così inventa la Padania.

A San Francisco, invece, il potere quasi non tocca terra. Peter Thiel li accoglie in una casa di vetro e silenzio, sopra una collina da cui la baia sembra già un plastico del futuro. I tavoli sono nudi, gli schermi ovunque, le luci algide, il vino scelto con precisione algoritmica. Si parla sottovoce di fine della democrazia, di intelligenza artificiale, di immortalità, di Anticristo, di governi che verranno. Qui il potere mangia con la dieta Paleo: niente cibi processati, mentre calcola meglio di un algoritmo, prevede il prossimo Hitler, investe in bitcoin, e soprattutto pretende di dominare il destino degli altri, a casa loro.

A Teheran, infine, tutto si fa più spesso: i tappeti, le ombre, il tè nero, il pistacchio, i libri allineati, il peso della storia appoggiato ai muri. Ali Larijani, il filosofo in uniforme, ascolta con quella calma che hanno solo gli uomini abituati a pensare e a ordinare nello stesso gesto. Fuori c’è la città dei martiri, delle antenne, dei bazar e dei droni; dentro si cita Kant mentre si misura la distanza di un missile e la tenuta di un regime. Qui il potere non si limita a comandare: si giustifica, si arma di filosofia e scorre nel sangue sacro per generazioni, sopra pozzi di oro nero.

Tre stanze. Tre liturgie. Tre mondi incompatibili. Eppure la stessa intuizione: il potere, per durare, non basta che vinca. Deve raccontare chi siamo, chi è il nemico, e perché la storia dovrebbe andare proprio dalla sua parte.

Nelle stesse ore in cui l’Italia saluta Umberto Bossi, morto a Varese il 19 marzo a 84 anni, torna a galla una verità più grande della cronaca: il potere non vive di sola amministrazione. Ha bisogno di racconto. Ha bisogno di parole che trasformino interessi in destino, paure in identità, forza in legittimità. Bossi, da questo punto di vista, è stato uno dei più grandi costruttori di visione del mondo della politica italiana: non ha solo fondato un partito, ha inventato una geografia emotiva, un popolo prima ancora che un programma, un mito prima ancora che una piattaforma.

Per questo il suo nome, apparentemente lontanissimo da quelli di Peter Thiel o di Ali Larijani, può stare nello stesso ragionamento senza forzature. Non perché i tre uomini si somiglino. Non si somigliano quasi in nulla. Ma perché tutti e tre, in forme radicalmente diverse, ci mostrano che il comando, da solo, non basta. Per durare, per mobilitare, per orientare società intere, deve diventare narrazione.

Thiel è il caso più sconcertante dell’Occidente contemporaneo. Cofondatore di Palantir e figura centrale della tecno-destra americana, in questi giorni è stato a Roma per una serie di incontri riservati incentrati anche sulla figura dell’Anticristo. Reuters e il Financial Times hanno descritto questi appuntamenti come conferenze chiuse in cui la riflessione teologica si intreccia con il timore di un potere globale giustificato dall’emergenza, dal rischio nucleare, climatico o legato all’intelligenza artificiale. Secondo il resoconto di Ilario Lombardo su La Stampa, Thiel arriva a indicare in Xi Jinping la figura che più si avvicina all’Anticristo, fino a evocare il parallelo con Hitler. Ovviamente Donald Trump è presentato come la figura necessaria per contrastare l’Anticristo.

Dall’altra parte c’era Ali Larijani, una delle figure più potenti dell’apparato iraniano, confermato ucciso in un raid israeliano nei giorni scorsi. Un grande regista del potere iraniano, con un dottorato in filosofia, e tre libri su Kant. Ed è questo che colpisce: anche dentro un sistema teocratico-militare, anche nel cuore di un apparato che si misura con intelligence, deterrenza, repressione e guerra, torna la filosofia. Torna il bisogno di interpretare il potere, non soltanto di esercitarlo.

A questo punto Bossi non appare più come un’aggiunta laterale. Diventa la prova italiana, e forse la più comprensibile per noi, di una legge più generale. Il Senatùr non era un teorico dell’Anticristo né un autore di studi kantiani. Ma aveva capito una cosa essenziale: per spostare davvero la storia non basta avere una rivendicazione. Bisogna darle un nome, una lingua, una simbologia, una liturgia. La Padania, che la si ami o la si detesti, è stata precisamente questo: un’operazione di immaginazione politica capace di trasformare territori reali in un racconto mobilitante. E infatti la sua forza non stava solo nei contenuti, ma nel lessico “celodurista” (“Mai mulà, tegn dür”), nelle parole d’ordine (“Prima il Nord”), nell’aver dato a una parte del Paese la sensazione di essere non una periferia fiscale, ma un soggetto storico che si riconosceva nel rito dell’ampolla, l’acqua prelevata sul Monviso alla sorgente del Po. «Questa acqua pura e spumeggiante ha fatto la pianura padana – diceva Bossi-. I nostri avi ritenevano che l’acqua fosse Dio, immanente a tutte le cose. Noi la porteremo a Venezia e la libereremo nella laguna, così libereremo anche noi».

Questo è il punto che spesso sfugge alle élite contemporanee, soprattutto europee: il potere non si regge soltanto su regole, competenze, indici di bilancio, dossier, direttive. Tutto questo è indispensabile. Ma non accende nulla. Non mette in moto energie profonde. Non crea appartenenza. Non suscita sacrificio. Il vocabolario è fatto di acronimi come MES, ETS, CSRD, GDPR, non di slogan che incendiano il cuore dei popoli (“Green Deal”?). E infatti il controcanto del nostro tempo è quasi brutale nella sua chiarezza: Xi Jinping e Donald Trump, pur da versanti opposti, dispongono ancora di una narrazione motivante del potere; l’élite dell’Unione Europea molto meno. L’Europa dice “decarbonizziamo il futuro” (Green Deal); Trump dice “riprendiamoci la forza” (MAGA, Make America Great Again). Il primo è un piano. Il secondo è un pugno. E in politica, troppo spesso, il pugno buca il piano.

La Cina di Xi continua a proporsi come una traiettoria storica lunga: modernizzazione, autosufficienza tecnologica, sicurezza nazionale, ringiovanimento della nazione, sviluppo come destino. Dietro questo racconto si intravede il drago: non solo forza, ma antichità, continuità, missione civilizzatrice. Trump, all’opposto, usa una grammatica più istintiva e teatrale: frontiere, forza, ordine, ritorno della prosperità, rivincita nazionale. I nomi delle operazioni militari sono l’apice della sceneggiatura: Martello di Mezzanotte (Iran 2025), Furia Epica (Iran 2026). Il suo immaginario è quello del gladiatore: arena, acclamazione, nemico svilito, potenza in scena. L’Europa, invece, prova a reagire ma parla ancora soprattutto il linguaggio della correzione: competitività, resilienza, autonomia strategica, mercato unico, difesa. Il suo simbolo è il tecnocrate: la cartella piena di dossier, il tavolo di Bruxelles, un Mario Draghi diluito in forma amministrativa. È una lingua seria, necessaria, perfino più matura di molte retoriche muscolari. Ma resta una lingua che convince più la testa dell’immaginazione. È un discorso di manutenzione alta del sistema, non ancora un racconto capace di incendiare il desiderio politico. Trump parla dalla torre di controllo di un impero, la UE sembra il coro di un seminario.

Ed è qui che il triangolo Bossi-Thiel-Larijani smette di essere un gioco intellettuale e diventa una chiave per leggere il presente. Il primo ha inventato un “noi” territoriale. Il secondo prova a dare alla tecnologia una escatologia. Il terzo incarnava un apparato che non separava mai sicurezza e visione del mondo e delle relazioni di sangue e fede. Tre figure diversissime. Tre sistemi incompatibili. Eppure un’unica lezione: chi aspira a governare a lungo non si limita mai a organizzare il potere. Cerca sempre di raccontare che cosa sia il bene, dove stia il male, quale paura vada nominata, quale futuro meriti obbedienza.

Forse è proprio questa la domanda che lascia la morte di Bossi, e che rende meno esotico di quanto sembri il passaggio da Varese a Roma, da Roma a Teheran, da Teheran a Washington o a Pechino. Non quali idee avessero in comune questi uomini. Non ne avevano quasi nessuna. Ma quale intuizione condividessero. E l’intuizione è questa: le società non si muovono davvero per amministrazione. Si muovono quando qualcuno riesce a trasformare il potere in racconto.

Il problema, allora, non è solo chi abbia più forza. Il problema è chi abbia ancora abbastanza lingua per renderla desiderabile. Questo è forse il tratto più fragile del nostro tempo: anche quando siamo chiamati a pronunciarci su passaggi costituzionali reali (“voto si, voto no, voto?”), continuiamo troppo spesso a disperdere attenzione ed energia in un’infinità di cose importanti, ma non sovrane. Pettiniamo le bambole, mentre altrove si forgiano i racconti che poi governano davvero i popoli.

Foto di Giuseppe Geneletti: La scultura del leone a Villa Puricelli, Bodio Lomnago

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Pubblicato il 21 Marzo 2026
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