Il reporter di guerra Luca Steinmann incontra gli studenti del Bernocchi
Ospite venerdì presso l’Istituto legnanese, il giornalista e analista geopolitico ha parlato del suo lavoro e della sua esperienza personale in territori di conflitto ai ragazzi delle classi 4^ e 5^
Venerdì 13 febbraio gli studenti delle classi 5^ e 4^ dell’ISIS Bernocchi di Legnano hanno partecipato a un incontro con Luca Steinmann, reporter di guerra e analista geopolitico, ospite in Istituto per parlare ai ragazzi del suo lavoro e dell’esperienza vissuta in territori di conflitto.
Steinmann ha spiegato innanzitutto come abbia maturato la scelta della sua professione: appassionato fin dalle superiori di scienze politiche, mentre lavorava in un centro per migranti ha iniziato a capire che voleva affrontare il tema dei conflitti e indagarlo dal vivo, per raccontare il forte legame tra guerre e migrazioni.
Ha poi parlato della sua esperienza in Siria e del suo lavoro sul conflitto russo-ucraino, condotto al fianco delle milizie russe e in particolare del gruppo Wagner, che ha seguito nelle operazioni di conquista di una cittadina del Donbass. Il racconto ha dato occasione a una significativa riflessione su uno degli aspetti più difficili della professione di reporter di guerra: la necessità, come giornalista, di mantenere un’imparzialità.
«Per me lavorare sul lato russo del conflitto è stato un insegnamento straordinario», ha affermato. «Rispetto alla posizione dei media per cui lavoro, mi trovavo dalla parte del nemico», con l’arduo compito quindi di trovare una distanza critica adeguata a dare un resoconto non viziato da prese di posizione. «Quando sei lì, devi creare un rapporto con questi soldati: da loro dipende la tua sicurezza. Allo stesso tempo, con il tuo lavoro e le informazioni che condividi puoi mettere a rischio la loro vita. Devo avere la loro fiducia, ma deve essere chiaro che non sono un influencer, un propagandista della loro parte. È importante che anche il lettore capisca che io non sono filorusso. Credo che l’unica chiave sia la credibilità, l’autorevolezza. Non posso promettere ai russi che racconterò quello che piace a loro, né posso promettere ai miei lettori che quello che racconterò sarà la verità assoluta. Posso però promettere di fare un lavoro onesto, seppur con i suoi limiti. Il fatto di essere percepiti come onesti è la risorsa più straordinaria che si possa avere».
Il compito diventa tanto più difficile in quanto, come in ogni relazione umana, entra in gioco l’empatia. «Io sono sempre molto critico verso chi racconta di un esercito composto da tagliagole contrapposto a un esercito di persone per bene che lottano per la libertà. Non è mai così. In Russia ho trovato persone di tutti i tipi: dietro ogni soldato c’è un essere umano. Con loro vivi a stretto contatto ogni giorno e si crea una comunicazione umana che è assolutamente lecita», ha proseguito Steinmann. «Quando sopravvivi insieme, però, devi interrogarti: ho la distanza necessaria per fare il giornalista o sono troppo coinvolto con la parte in questione? Molti hanno iniziato come giornalisti e sono diventati attivisti: è legittimo, ma è un altro lavoro».
La scelta di cosa raccontare è sempre una pesante responsabilità. «Da un lato ci sono le limitazioni imposte. Se ti permettono una testimonianza solo parziale, facendoti vedere cose che sono anche vere ma solo da una prospettiva, ti stanno facendo lavorare per la propaganda. Dall’altro lato c’è l’autocensura: cosa faccio di certe informazioni? Le pubblico o non le pubblico? Ai miei contatti sul posto cosa può accadere? Io stesso ho delle conseguenze: sono stato espulso da più Paesi a causa del mio lavoro».
«Non mi è mai capitato di pensare che sarei morto mentre ero sul campo, anche se ci sono andato vicino», ha detto ancora. «Il fatto è che io ho la fortuna di non appartenere a quelle zone, a quei territori. Appartengo a questo luogo, i miei affetti sono qua. Lì io faccio un lavoro e sono concentrato sul lavoro, sono un osservatore. Le persone che vivono là non hanno questo lusso. In ogni momento rischiano di perdere la casa, i loro familiari, i loro cari. Quando torni e ti metti a scrivere è come se ti vedessi dall’alto, lì in mezzo: in quel momento ti rendi conto di aver corso un pericolo. La scelta di questo tipo di lavoro deve essere una scelta di vita».
A chi gli chiede se abbia mai impugnato un’arma, Steinmann risponde con un categorico no. «In guerra i giornalisti vengono uccisi con la scusa di far parte di una determinata propaganda. Impugnare un’arma significherebbe diventare un obiettivo legittimo, e i giornalisti non lo sono».









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