Quando il parquet diventa un ring verbale, Coach Elisir: “Una sconfitta sportiva passa, certe parole no”
Tra minacce di morte e body shaming, lo sport giovanile sta perdendo la sua bussola educativa. Ne parliamo con Arianna Elisir, coach dello SL Basket Garbagnate, che lancia un allarme chiaro e chiama in causa il mondo adulto
C’è un confine sottile ma fondamentale che separa l’agonismo dalla violenza. Nei campionati giovanili di basket, in particolare nell’Under 18, quel confine sembra sempre più spesso superato. Minacce, insulti, body shaming: parole che risuonano nei palazzetti e che non possono più essere liquidate come “ragazzate”. Un fenomeno complesso perché sono forme di violenza verbale che normalizzano l’odio, disumanizzano l’avversario e abbassano progressivamente la soglia di ciò che viene considerato accettabile. Ne parliamo con Arianna Elisir, coach dello SL Basket Garbagnate, che lancia un allarme chiaro e chiama in causa il mondo degli adulti. Di fatto quando un palazzetto tollera minacce di morte o derisioni legate al corpo, manda un messaggio chiaro: vincere conta più del rispetto, e l’altro non merita tutela. È per questo che come sottolinea Elisir ci si trova davanti a un problema educativo, sociale e culturale. Nel contempo non bisogna mai dimenticare che per sua natura lo sport insegna regole, rispetto, autocontrollo, gestione del conflitto e del limite.
Le parole restano
«Sempre più spesso assistiamo a episodi che nulla hanno a che fare con lo sport. Frasi come “ci vediamo fuori e ti ammazzo” urlate tra coetanei durante una partita non sono provocazioni innocue: sono segnali gravissimi – spiega la coach -. Non possiamo far finta di niente, soprattutto alla luce dei fatti di cronaca che vedono ragazzi accoltellati o uccisi per motivi futili. Quelle tragedie non nascono dal nulla, ma da una cultura della violenza che inizia proprio dal linguaggio». Secondo l’allenatrice, le parole non sono mai neutre: «Creano immaginari, abitudini, normalità. Se un ragazzo impara che può minacciare di morte un avversario senza conseguenze, interiorizza l’idea che l’altro non sia una persona ma un nemico. Il campo diventa una zona franca dove tutto è permesso. È un messaggio devastante». Accanto alle minacce fisiche, Elisir sottolinea un altro fenomeno sempre più diffuso: il body shaming. «Dare del “ciccione” a un avversario per destabilizzarlo è bullismo puro. Non è tattica, non è agonismo. È violenza psicologica. Parliamo di ragazzi in piena adolescenza, un’età in cui l’immagine di sé è fragile. Quelle ferite restano e possono trasformarsi in insicurezza, rabbia o ritiro sociale. Una sconfitta sportiva passa, certe parole no».
Genitori, un tifo esagerato
Il punto centrale, però, resta la responsabilità degli adulti. «Allenatori, dirigenti, genitori. Un allenatore che sente un proprio giocatore minacciare o insultare e non lo richiama, non lo toglie dal campo o non ferma il gioco, diventa parte del problema. Lo stesso vale per i genitori sugli spalti che giustificano tutto in nome della vittoria o della “foga agonistica”. La foga non è una scusa per disumanizzare l’altro». Anche le istituzioni sportive, secondo la coach, devono fare un passo deciso. «Le sanzioni dopo, le multe, i comunicati non bastano. Serve tolleranza zero sul campo. Un ragazzo che minaccia di morte un coetaneo non dovrebbe finire la partita. Il messaggio deve essere immediato e chiaro: certe cose non si fanno. Mai». La riflessione finale va oltre il basket. «Dobbiamo chiederci che tipo di cittadini stiamo crescendo. Se permettiamo che la violenza verbale e la discriminazione diventino normali in palestra, non possiamo stupirci quando esplodono fuori. Lo sport deve essere uno strumento educativo, non un amplificatore di tossicità sociale. È tempo che gli adulti tornino a fare gli educatori, prima che l’ennesimo “ci vediamo fuori” diventi un’altra notizia di cronaca nera».
Un problema diffuso
Il comportamento spesso fuori luogo di alcuni genitori che assistono alle partite giovanili non è solo sui campi da Basket. Si tratta di un fenomeno che tocca un po’ tutti gli sport. In generale gli adulti incapaci di contenersi, finiscono per esasperare le situazioni e offrire ai ragazzi un esempio profondamente negativo. A darci un altro parere a riguardo era stato Stefano Zambon presidente Sezione Arbitri di Legnano in cui è tesserato il giovanissimo ufficiale di gara che era stato preso di mira dai genitoridurante la partita Under 17 tra Legnarello e Accademia BMV. Resta quindi importante riuscire a lavorare per ottenere un clima sereno, indispensabile per la crescita dei giovani e per la tutela dei valori educativi dello sport.
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