Nuove tensioni in Etiopia, il dottor Del Bene rimanda la missione umanitaria a Mekelle
La partenza della missione umanitaria, sostenuta della Fondazione Rancilio di Parabiago, era prevista per sabato 28 febbraio. Ma la situazione in Etiopia è tornata critica
Il progetto chirurgico in Tigray resta pronto a ripartire non appena le condizioni di sicurezza lo consentiranno. Ad annunciarlo è il dottor Massimo Del Bene noto chirurgo della mano e fondatore della Fondazione War Children Hospital ETS di Legnano che oggi, 26 febbraio, che ci ha spiegato la motivazione di questo posticipo improvviso.
La partenza della missione umanitaria, sostenuta della Fondazione Rancilio di Parabiago, era prevista per sabato 28 febbraio. E il dottor Del Bene era pronto a raggiungere Mekelle, capitale del Tigray dove avrebbe operato all’ospedale militare insieme a un’équipe di specialisti italiani, tra cui il collega Pietro Ortensi. In programma anche interventi all’ospedale di Hewo, a Quiha, vicino alla città. Solo che la situazione in Etiopia è tornata critica e alla luce delle indicazioni dell’Ambasciata italiana, che invita a evitare l’area per ragioni di sicurezza, il medico spiega: «Sottolineo: la missione è stata rinviata, non annullata – afferma il luminare di Legnano -. Gli interventi chirurgici erano destinati in particolare a giovani soldati rimasti feriti nel conflitto che dal 2020 ha devastato il nord dell’Etiopia, lasciando dietro di sé ospedali distrutti, carenza di personale sanitario e migliaia di persone con traumi complessi mai adeguatamente trattati. Ed ora chissà. Il progetto resta dunque pronto a riprendere non appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno».
Ci sono situazioni critiche e conflitti che occupano le prime pagine per mesi e altri che scivolano ai margini del racconto globale, come se la distanza geografica ne attenuasse la gravità, o forse proprio per il fatto che si svolge in Africa. A parità di vittime e distruzione, non tutti i conflitti sembrano ricevere lo stesso spazio, la stessa empatia, la stessa urgenza politica. E forse è proprio questa normalizzazione dell’orrore a rappresentare una delle forme più profonde di disuguaglianza e bruttura umana.
Una guerra poco raccontata
Il conflitto scoppiato nel novembre 2020 tra il governo federale etiope e le forze del TPLF (Fronte di liberazione del popolo del Tigray) ha provocato una delle crisi umanitarie più gravi e meno raccontate degli ultimi anni. Secondo ricercatori dell’Università di Gand, le vittime civili sarebbero oltre 300mila. Milioni gli sfollati interni, con il sistema sanitario regionale portato al collasso. Dopo l’accordo di Pretoria del novembre 2022, che aveva formalmente posto fine a due anni di guerra, la situazione sembrava avviata verso una fragile stabilizzazione. Oggi però le tensioni tra Addis Abeba, il Tigray e l’Eritrea stanno nuovamente crescendo. Le aree di particolare cautela restano il Western Tigray e le zone prossime al confine con l’Eritrea, in particolare intorno alla città di Adigrat, considerate ad alto rischio.
Secondo analisi internazionali, l’alleanza che aveva portato alla sconfitta delle forze tigrine si è progressivamente sgretolata. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha espresso l’intenzione di garantire al Paese un accesso sovrano al mare, posizione che Asmara interpreta come una minaccia. Parallelamente, Addis Abeba accusa l’Eritrea di occupare porzioni di territorio etiope e di sostenere gruppi armati ostili. All’interno del Tigray si sono inoltre registrate tensioni politiche e scontri armati, con episodi nel distretto di Tselemti tra forze tigrine e milizie della regione Amhara e interventi dell’esercito federale.










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