Il sensore del legnanese Riccardo Monti in aiuto dei ragazzi ustionati a Crans-Montana
Riccardo Monti un ingegnere biomedico ha realizzato un sensore che permette ai pazienti impossibilitati delle Terapie Intensive di comunicare. Tra questi ci sono i giovani ustionati a Crans-Montana
In situazioni in cui parlare, muovere le mani o anche solo farsi capire sembra impossibile, un sensore di movimento progettato nella start-up Dico Technologies Srl sta restituendo voce a chi non ne ha più. La storia che vi stiamo raccontando è quella di Riccardo Monti un ingegnere biomedico sviluppatore Full Stack esperto di tecnologie digitali e soluzioni innovative med-tech. Il lavoro del 31enne di Legnano sta oggi permettendo ai giovani pazienti gravemente ustionati a Crans Montana di esprimersi mentre si trovano allettati nelle terapie Intensive di Milano. Riccardo attraverso questa start -up è tra le persone che hanno trasformato un’idea nata in ambito universitario da un’esperienza di vita, in un dispositivo che con il suo software è capace di far comunicare in maniera temporanea o permanente.
Riccardo, com’è nata Dico Technologies e qual è il tuo ruolo?
Dico Technologies nasce nel 2021 da un’idea del professor Giacomo Bellani, primario di terapia intensiva a Trento e attualmente co-fondatore della start up. Tutto è partito da un’esperienza personale: sua madre è rimasta ricoverata a lungo in terapia intensiva e parlare con lei era estremamente difficile. Da qui è nata l’idea di creare un dispositivo che permettesse ai pazienti di farsi capire anche senza poter usare le mani. Io mi sono laureato al Politecnico di Milano con una tesi basata proprio sullo studio di fattibilità di questo dispositivo. Sono stato il primo a trasformare l’idea del prof Bellani in un progetto concreto. Terminata la tesi, ho iniziato subito a lavorare nella start-up e me ne occupo tuttora: principalmente dello sviluppo software, dell’installazione e del continuo miglioramento del sistema. In questa piccola realtà siamo in otto persone. Lo studio è antecedente alla pandemia. Il Covid però ha complicato tutto e allo stesso tempo ha messo in luce quanto la mancanza di comunicazione nelle terapie intensive fosse un problema enorme. Questo ci ha spinto a proseguire con ancora più convinzione.

In cosa consiste il dispositivo?
Abbiamo sviluppato un sensore di movimento che può essere indossato su qualsiasi parte del corpo: testa, braccio, piede, dove il paziente riesce a muoversi. Il paziente ripete un’azione e, tramite un’app, riesce a selezionare parole, frasi o richieste sullo schermo. Non è scontato che un paziente possa usare dispositivi touch: molti non riescono a muovere le mani, ed è proprio lì che il nostro sistema fa la differenza. Forse non tutti sanno che in molti reparti la comunicazione è ancora affidata a cartelli di cartone. Perchè l’installazione di sistemi Tracker è costosa e complicata. Nel settore ospedaliero rappresentiamo una novità assoluta. Il nostro obiettivo è far sì che questo strumento entri nella quotidianità ospedaliera e venga inserito in protocolli ufficiali. È un sistema semplice e immediato per tutti tanto che stiamo registrando richieste anche da privati, soprattutto dalle famiglie che hanno pazienti affetti da SLA. Proprio perchè i dispositivi di comunicazione tramite movimento degli occhi sono molto costosi e complessi e vengono usati solo quando il paziente non riesce più a muoversi. C’è invece una lunga fase precedente, in cui il paziente potrebbe esprimersi ma non ha strumenti e anche qui entra in gioco il nostro sensore, semplice e immediato.
Raccontaci dell’esperienza Crans-Montana
Durante lo studio clinico al Niguarda stavamo installando quattro dispositivi e formando il personale infermieristico, quando sono arrivati i primi feriti del disastro di Crans-Montana: ragazzi con ustioni gravi, svegli ma completamente bendati. Uno di loro aveva le mani ustionate e non poteva usare un tablet. Abbiamo installato il nostro sensore e ha iniziato subito ad usarlo. È riuscito a formare frasi complesse, prima con gli infermieri e poi con i genitori. Ha chiesto cose semplicissime: latte di cocco, barrette, un crodino. Richieste normali, ma fondamentali per ritrovare serenità in un momento drammatico. Da questa sperimentazione siamo arrivati a installare il dispositivo su altri ragazzi al Niguarda e ora anche al Policlinico, per un caso più complesso. Un’azione resa possibile anche grazie alla volontà dell’assessore regionale Guido Bertolaso: il dispositivo è stato portato al Policlinico venerdì 23 gennaio.

Perché la comunicazione è così centrale?
Un paziente che non riesce a farsi capire vive una sensazione di “corpo gabbia”. Si agita, non viene compreso e spesso viene sedato: si crea un circolo vizioso che allunga la degenza. Migliorare questo aspetto aiuta non solo il paziente, ma anche il percorso di guarigione e il sistema sanitario. Attualmente abbiamo avviato uno studio clinico con l’Università Bicocca. Siamo presenti nelle terapie intensive del San Gerardo di Monza e del Niguarda di Milano. Raccogliamo dati per valutare l’impatto sul paziente: comunicare significa spesso essere meno sedati, avere meno complicanze e ridurre il rischio di stress post-traumatico, che senza comunicazione può essere paragonabile a quello dei militari di guerra. Un caso a Tolmezzo ci ha colpiti molto: un paziente agitato perché non riusciva a fare una domanda semplice. Dopo l’installazione del sensore si è calmato ed è stato dimesso un giorno prima.
Dal punto di vista umano, cosa significa questo lavoro?
È entusiasmante. Vedere un paziente relazionarsi con famigliari o infermieri e dire “sono felice di poter comunicare” è qualcosa che ti resta dentro. Non tutti vogliono subito parlare: all’inizio spesso c’è rabbia. Serve costruire un rapporto di fiducia con il personale ospedaliero e il dispositivo, ma poi vedi il paziente rilassarsi, cambiare. Comunicare tiene il paziente attivo, lo stimola cognitivamente e fa anche riabilitazione motoria. I parametri vitali migliorano perché il paziente si focalizza su qualcosa. Le infermiere spesso si emozionano: l’impatto umano è molto forte e sempre positivo.
Quali sono i prossimi obiettivi?
Vogliamo renderci più visibili e fare in modo che il dispositivo entri in una gara ospedaliera, così da essere utilizzato stabilmente e inserito nei protocolli.
Il dispositivo è in costante miglioramento: grazie alle esperienze sul campo capiamo, insieme agli infermieri, quali sono i bisogni primari dei pazienti. Stiamo arricchendo il sistema con attività di intrattenimento e giochi, la possibilità di caricare media portati dai familiari e nuove modalità di interazione.
Tenere la mente impegnata dà speranza, aiuta a concentrarsi e supporta i processi di guarigione: la testa, anche in questi momenti, è fondamentale. 









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