Lotte femministe e coraggio, a Busto Arsizio Vichy Franzinetti tinge di rosa il Gagarin
Al Circolo Gagarin di Busto Arsizio pienone per una serata con Vicky Franzinetti, per parlare di lotte femministe. Successo per la rassegna organizzata a sei mani con il Quadrifoglio e Laboratorio Lapsus
Per una sera una via di Busto Arsizio ha smesso di essere nel 2026.
Come per magia, chi si trovava in via Galvani al civico 2 bis si è ritrovato fra le strade, nei cortei, nei consultori, in locali dove le lotte femministe degli anni Settanta hanno preso forma.
A guidare questo salto temporale non è stato uno scienziato dai capelli bianchi di nome Emmett Brown alla guida di una DeLorean, ma una 72enne che indossava un basco in pelliccia, una sciarpa di seta e aveva negli occhi lo stesso ardore di quei formidabili anni (cit.).
La signora si chiama Vicky Franzinetti e ha alle spalle anni di militanza e impegno. Un bagaglio di esperienze e ricordi che ha generosamente condiviso con il pubblico che ha affollato la sala concerti del circolo Arci bustocco.
Militante nel movimento studentesco e in Lotta Continua, co-fondatrice della Casa delle donne di Torino e dell’Associazione per la Salute delle Donne “S.Tosi”, Franzinetti ha preso parte attivamente al movimento femminista di Torino e si è impegnata nell’attività di coordinamento dei consultori di Torino e nel coordinamento europeo per l’aborto.
Ne ha viste di cose, in quegli anni che hanno rappresentato uno spartiacque per la società civile italiana.
Soprattutto però – ed emergeva in ogni frase pronunciata– ha sentito nelle vene l’adrenalina della battaglia, quella per gli ideali in cui si crede davvero, quella che può cambiare davvero le cose. «Abbiamo lottato, ma ci siamo anche tanto divertite» ha confidato, mostrando quanto l’ardore dell’impegno sappia regalare emozioni.

E le cose – le leggi, la mentalità delle persone – si sono trasformate davvero, in una Italia che solo tardivamente ha ottenuto quei diritti basilari per le donne e la società stessa.
Franzinetti li ha elencati, con precisione e senza voler saltare alcun passaggio, perché ogni step è stato fondamentale.
Da Franca Viola -prima donna in Italia a rifiutare pubblicamente un matrimonio riparatore nel 1966 – all’abolizione dell’adulterio solo al femminile nel 1968. Continuando con il diritto di famiglia del 1975 e la conseguente possibilità per le donne di ereditare beni e disporre di somme di denaro, la parità lavorativa del 1977, fino alla legge sull’aborto del 1978, quella sulla violenza sessuale del 1996, fino alle quote rosa previste nel CdA nel 2011, le prime leggi sul femminicidi del 2013 e la possibilità di attribuire il proprio cognome ai figli, giusto per fare qualche esempio.
Su ogni passaggio legislativo la relatrice si è soffermata, spiegando ad un pubblico eterogeneo per età e genere, gli abissi del pensiero che relegava la donna ad una posizione di subordine, senza tralasciare le contraddizioni della politica del tempo.

Forte la narrazione di cosa avvenisse nei consultori. Franzinetti non ha scelto la versione “soft” del racconto e il silenzio che accoglieva la sua testimonianza si è fatto ancora più crudo. Eppure è proprio da ogni arnese di ferro utilizzato nel ventre di una donna negli anni in cui l’aborto era illegale, che occorre partire per non dimenticare cosa è stato. In ogni battaglia, in cui le attiviste si sono impegnate, organizzandosi e urlando a pieni polmoni per le strade e nelle coscienze.
«Quella degli anni Settanta è stata la seconda ondata di femminismo, dopo la prima – a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento – che ha mobilitato le suffragette, ad esempio, per il diritto di voto. Noi volevamo essere noi stesse – ha scandito a chiare lettere Vichy Franzinetti – senza doverci preoccupare delle conseguenze delle nostre scelte su ciò che indossavamo o sulle decisioni che assumevamo sulle nostre vite. Qui e Ora, per i diritti, per ciascuna donna».
Tanti i volti di donne, coetanee dell’ospite, annuivano consapevoli. Le più giovani parevano prendere appunti con la mente.
«Queste sono state battaglie importanti, vinte con la mobilitazione e con il voto – ha ricordato una donna seduta fra le prime file – noi eravamo al vostro fianco: abbiamo dato il nostro contributo votando perché le cose cambiassero. Ma adesso, cosa sta succedendo? Si sta tornando indietro nella tutela dei diritti, ad esempio sull’aborto. E vogliamo parlare della legge sul consenso, naufragata in Parlamento?». Franzinetti annuiva, con lo spirito combattivo di cinquant’anni fa.
L’attualità non poteva davvero restare fuori. E così, lo sguardo a questa Italia del 2026 ha concluso una serata ricca di rilessioni e “perché?”.

Il Circolo Gagarin, in collaborazione con l’associazione Quadrifoglio e Laboratorio Lapsus ha offerto spunti di riflessione che sicuramente daranno da pensare.
Nichy Franzinetti, nel suo dialogo con Zeno Gaiaschi , ha fatto il resto: rendere consapevoli donne e uomini di quanto importante sia stato e sia impegnarsi, ogni giorno, per i diritti.
E forse per questo, al termine dell’incontro, in tante hanno voluto fermarsi e dirle “grazie”, strappando a quegli anni cruciali una lezione da trasportare nell’Oggi.
Un appuntamento importante della rassegna “Le cicatrici della democrazia“, che tornerà il prossimo 2 aprile con un nuovo atteso appuntamento.







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