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Benedito “soggiogato”, Ferretti “cambiato”. In aula i testimoni delle difese al processo Ravasio

Lunedì 9 febbraio in aula, davanti alla Corte d'Assise di Busto Arsizio, hanno sfilato i testimoni chiamati dalle difese di Igor Benedito e di Massimo Ferretti

tribunale busto arsizio

Igor Benedito «soggiogato» dalla madre Adilma Pereira Carneiro, Massimo Ferretti «molto cambiato» negli ultimi mesi prima della morte di Fabio Ravasio, sempre «nervoso» quando la donna non era nei paraggi. C’è ancora una volta, anche se indirettamente, la ex compagna della vittima, la cosiddetta “mantide” di Parabiago, al centro del processo per l’omicidio del 52enne, ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato orchestrato in modo da far credere che l’uomo fosse stato investito da un pirata della strada poi datosi alla fuga lungo la provinciale tra Busto Garolfo e Parabiago.

Lunedì 9 febbraio in aula, davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio presieduta da Giuseppe Fazio (a latere Marco Montanari), hanno sfilato prima i testimoni chiamati dalla difesa di Igor Benedito, al volante dell’auto che ha investito Ravasio un anno e mezzo fa, e poi da quella di Massimo Ferretti, che all’epoca aveva una relazione – negata dalla donna durante il suo esame – con la “mantide”.

Ancora una volta durante l’udienza si è parlato della perizia psichiatrica a cui è stato sottoposto il figlio di Adilma Pereira Carneiro nel corso del processo, con la consulente di parte che ha ricostruito il passato e le difficoltà vissute dal ragazzo fin dalla tenera età e ha parlato di un disturbo di personalità, di «una condizione di gravissima fragilità in cui la relazione strutturale con le figure primarie è molto compromessa» e di «dinamiche di assoggettazione, sottomissione e manipolazione». Quanto basta, secondo la professionista, per delineare un quadro in cui «la capacità intellettiva non è posta in dubbio», ma quella volitiva sì, soprattutto sull’onda della minaccia, riferita dal ragazzo, di essere privato della possibilità di frequentare i fratelli più piccoli.

La difesa di Massimo Ferretti, invece, un teste dopo l’altro, si è concentrata sull’immagine di un uomo «pericoloso» che «faceva paura a tutti» tratteggiata da Adilma Pereira Carneiro durante il suo esame, ribadendo come il locale non fosse stato in precedenza attenzionato per consumo e spaccio di sostanze stupefacenti né ci fossero state chiusure legate alle frequentazioni. Diversi testi, incalzati dalla legale che assiste l’imputato, hanno parlato di un Ferretti «molto cambiato, anche nel modo di gestire il bar», in qualche modo «disinteressato all’attività che gli dava da vivere», con il locale che spesso, negli ultimi mesi prima della morte di Fabio Ravasio, risultava carente di rifornimenti o rimaneva chiuso la sera o nei weekend anche senza preavviso.

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Leda Mocchetti
leda.mocchetti@legnanonews.com
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Pubblicato il 09 Febbraio 2026
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