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Combattere la mafia partendo dal proprio quartiere. Silvia Gissi porta l’esempio di Peppino Impastato ai Provinciali

Nel podcast condotto da Mario Spiniello, l’educatrice racconta l’impegno dell’associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli tra doposcuola, servizi gratuiti, memoria e attività rivolte ai giovani

silvia gissi provinciali podcast


Silvia Gissi, educatrice e fondatrice dell’associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli di Milano, è la protagonista della nuova puntata di Provinciali, il podcast condotto da Mario Spiniello nello studio di Radio Materia (puoi ascoltarlo ogni giorno alle 15,15 qui). Al centro dell’intervista c’è l’antimafia quotidiana: un impegno costruito attraverso l’educazione, i servizi gratuiti, la memoria e la capacità di creare comunità nei quartieri.

La sua esperienza nasce dall’incontro con alcune figure simbolo della lotta alla criminalità organizzata, tra cui Salvatore Borsellino. Da quel percorso è maturata la scelta di fondare, il 7 giugno 2018, un’associazione dedicata a Peppino Impastato e Adriana Castelli, entrambi diventati punti di riferimento per un’attività che prova a parlare soprattutto alle nuove generazioni.

L’antimafia costruita nei quartieri

Per Silvia Gissi, contrastare le mafie non significa soltanto ricordare le vittime o partecipare alle manifestazioni pubbliche. L’antimafia può partire anche dai gesti più semplici, dalla cura delle relazioni e dalla costruzione di alternative concrete per chi vive situazioni di isolamento o fragilità. Un esempio è la Casa della Legalità, uno spazio nel quale vengono proposti gratuitamente doposcuola, corsi di lingua italiana per cittadini stranieri, lezioni di inglese, attività di cucito e momenti dedicati all’uso consapevole della tecnologia.

Il sostegno allo studio può aiutare a prevenire l’abbandono scolastico e la demotivazione. I corsi di italiano possono invece favorire l’inserimento delle persone nel tessuto sociale, mentre l’assistenza digitale agli anziani diventa uno strumento per ridurre il rischio di truffe e raggiri.  «L’obiettivo è mettere le proprie capacità a disposizione degli altri e trasformarle in una risorsa per tutta la comunità» – racconta Silvia Gissi, educatrice e fondatrice dell’associazione.

Dall’onestà quotidiana al consumo responsabile

Nel corso dell’intervista emerge anche una riflessione sulla cosiddetta cultura della furbizia, spesso considerata una qualità ma capace, secondo Gissi, di rendere più deboli le regole condivise. Fare antimafia nel quotidiano può quindi significare chiedere lo scontrino, pagare un lavoro con regolare fattura, rifiutare raccomandazioni e favoritismi o non accettare piccoli compromessi che danneggiano la collettività.

Sono comportamenti apparentemente lontani dalle grandi inchieste giudiziarie, ma che contribuiscono a costruire un contesto sociale nel quale illegalità, evasione e prepotenza trovano meno spazio. «L’onestà individuale non è un gesto isolato. Quando diventa una scelta collettiva può produrre un cambiamento culturale profondo» – prosegue  Silvia Gissi.

Anche le scelte di consumo possono avere un peso. Durante il dialogo viene ricordata l’importanza di osservare ciò che accade nel proprio quartiere e di prestare attenzione a situazioni poco chiare, senza però sostituirsi alle autorità competenti. Tra gli esempi citati ci sono attività commerciali che sembrano non avere una clientela sufficiente per sostenersi, prezzi molto lontani da quelli di mercato e locali nei quali il gioco d’azzardo diventa una presenza dominante. Non si tratta di formulare accuse, ma di sviluppare consapevolezza e, davanti a elementi concreti, rivolgersi alle istituzioni.

Peppino Impastato, un esempio vicino ai giovani

Il rapporto con Peppino Impastato è centrale nell’identità dell’associazione. La sua figura viene proposta come quella di un giovane capace di rompere con il contesto familiare e sociale nel quale era cresciuto, scegliendo di opporsi apertamente alla mafia. Proprio il fatto di non essere stato un magistrato o un appartenente alle forze dell’ordine rende la sua storia particolarmente vicina ai ragazzi. Impastato dimostra che anche un cittadino comune può scegliere da che parte stare e mettere le proprie capacità al servizio della comunità.

L’associazione guarda anche al suo modo di comunicare. Attraverso Radio Aut, la satira e l’ironia, Impastato riuscì a colpire il potere mafioso ridicolizzandone i protagonisti e rompendo il clima di paura che li circondava. Quella stessa attenzione ai linguaggi viene riproposta oggi attraverso mostre a fumetti, podcast e percorsi educativi pensati per affrontare i temi della legalità senza trasformarli in una lezione distante dalla vita degli studenti.

Il museo antimafia in un bene confiscato

Tra le attività dell’associazione c’è anche la gestione di un museo antimafia ospitato in un bene confiscato. Al suo interno sono conservati materiali e documenti legati alla storia di Peppino Impastato e alla lunga ricerca della verità sulla sua morte. Per anni l’omicidio di Impastato venne presentato come un attentato fallito o un suicidio. La tenacia della madre Felicia, del fratello Giovanni, dei compagni e di chi continuò a chiedere giustizia permise di ricostruire quanto realmente accaduto. Il museo diventa così un luogo di memoria, ma anche uno strumento per comprendere i depistaggi, la delegittimazione delle vittime e quella che Gissi definisce una vera e propria «macchina del fango».

Le mafie in Lombardia e la necessità di restare vigili

La parte conclusiva dell’intervista è dedicata alla presenza della criminalità organizzata nel Nord Italia. Una presenza che non sempre si manifesta attraverso episodi violenti visibili, ma che può inserirsi nell’economia, nei servizi, negli appalti e nelle relazioni sociali. Secondo Gissi, proprio questa capacità di agire in modo silenzioso rende necessario mantenere alta l’attenzione. La risposta non può essere affidata soltanto a magistratura e forze dell’ordine, ma richiede anche cittadini informati, associazioni presenti nei quartieri e una rete sociale capace di non lasciare sole le persone più fragili. L’antimafia dal basso parte quindi dalla scuola, dai luoghi di aggregazione e dalla disponibilità a condividere tempo e competenze. Un lavoro quotidiano che non produce sempre risultati immediatamente visibili, ma che può rendere una comunità più solida e meno permeabile alla criminalità organizzata.

 

 

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Pubblicato il 22 Luglio 2026
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