Legnano
La memoria dei deportati Tosi ai tempi dell’ICE, Veltroni: “Si è varcata ogni soglia di umanità”
L'onorevole Walter Veltroni, intervenuto nel Giorno della Memoria alla commemorazione degli operai deportati dalle SS, ha lanciato l'allarme dopo le operazioni delle forze federali contro i migranti negli USA: "È finito il tempo del disinteresse"
È il 5 gennaio 1944. Le SS del generale Otto Zimmermann entrano alla Franco Tosi di Legnano con camionette e mitragliatrici per un’azione di rappresaglia volta a stroncare uno sciopero. L’operazione si conclude con la deportazione di otto lavoratori, quasi tutti membri della commissione interna: Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Francesco Orsini, Angelo Sant’Ambrogio, Ernesto Venegoni, Antonio Vitali e Paolo Cattaneo. Deportati al lager di Mauthausen e nei sottocampi, perdono tutti la vita, ad eccezione di Paolo Cattaneo, che si suicida un paio d’anni dopo la fine della guerra.
Ottantadue anni dopo, nel Giorno della Memoria, la Franco Tosi ha aperto le sue porte per commemorare quei lavoratori. Un luogo di produzione che è anche luogo di coscienza civile. Oratore d’eccezione della cerimonia è stato l’onorevole Walter Veltroni, davanti alle istituzioni, ai lavoratori, alle rappresentanze sindacali, all’Anpi e soprattutto agli studenti delle scuole superiori cittadine – medie Dante Alighieri, Isis Bernocchi e liceo Galilei – veri destinatari del messaggio della giornata., che hanno dato il loro prezioso contributo alla cerimonia, portando testimonianze, racconti e riflessioni.
«È per voi ragazzi che siamo qui oggi – ha detto Veltroni – per trasmettere il senso di quello che è accaduto e per far capire che non stiamo parlando del passato: stiamo parlando dell’oggi, la memoria non è unesercizio rituale, ma responsabilità».
«Ci sono momenti nella storia in cui i valori fondamentali dell’umanità vengono messi a rischio. Questo è uno di quei momenti», ha scandito il deputato, legando il ricordo dei deportati della Franco Tosi ai segnali inquietanti del presente. «La libertà e la democrazia non sono naturali – ha ricordato – sono un’eccezione nella storia umana. E proprio per questo possono essere rimesse in discussione».
Veltroni ha parlato ai ragazzi di un tempo attraversato da ansia e paura, dal ritorno della guerra in Europa e nel mondo, citando le parole di Papa Leone XIV: “La guerra sta tornando di moda”. Un’espressione che, ha detto, «fa gelare il sangue».
Il racconto di chi si ribellò al fascismo diventa il racconto di una scelta: quella di uomini comuni che, in un tempo in cui “era proibito scioperare, protestare, parlare, persino respirare”, decisero di non voltarsi dall’altra parte. «Lo fecero col coraggio della coscienza – ha sottolineato – sapendo che difendere i diritti significava esporsi al rischio. Ma l’alternativa era l’indifferenza».
Proprio l’indifferenza è stata indicata come il vero terreno fertile delle dittature. «Le dittature – ha detto Veltroni – mettono a tutti una camicia dello stesso colore e impediscono di pensare. Bruciano i libri, reprimono il dissenso, negano il diritto di essere se stessi». Un passaggio che ha trovato un’eco forte nel riferimento all’attualità internazionale.
«Quando vediamo squadroni entrare nelle case senza mandato, separare madri da bambini, deportare migranti – ha ammonito – si è varcata ogni soglia di umanità». E parlando degli Stati Uniti, con riferimento alle operazioni contro i migranti condotte dalle forze federali dell’ICE (l’agenzia che controlla l’immigrazione negli Usa), ha aggiunto: «Se il capo di uno squadrone si veste richiamando esplicitamente le divise delle SS, nulla è casuale. O è un fesso lui, o è chiarissimo il messaggio che si vuole mandare».
La memoria, dunque, come “sveglia”. «La Giornata della Memoria non è solo un omaggio doveroso a chi è caduto – ha detto – oggi deve suonare come un allarme». Perché la storia non è finita, e ciò che è accaduto può accadere di nuovo, se si smarrisce il confine tra libertà e autoritarismo.
Un concetto ripreso e rafforzato anche dal sindaco di Legnano, Lorenzo Radice, che nel suo intervento ha ricordato come la città abbia scelto, negli anni, di non dimenticare. «Noi siamo la nostra memoria – ha affermato – siamo quello che ricordiamo e quello che scegliamo di dimenticare». Fare memoria, ha spiegato, significa definire un’identità collettiva, scegliere da che parte stare.
La memoria, ha detto il primo cittadino, non è un contenitore passivo ma «un patrimonio vivo», uno strumento per costruire una società in cui non si ripetano le ingiustizie del passato. Da qui l’impegno dell’amministrazione a costruire una vera e propria “città della memoria”, attraverso intitolazioni, pietre d’inciampo, luoghi che parlano soprattutto ai più giovani. «Perché – ha sottolineato – i lavoratori della Franco Tosi non erano eroi, ma persone normali che hanno detto no. E quel no ci interroga ancora oggi». Un filo rosso che ha unito gli interventi: la responsabilità individuale, ieri come oggi. «La non scelta – ha ricordato il sindaco citando Liliana Segre – è indifferenza. E l’indifferenza è complicità». Da qui il richiamo ai conflitti in corso, alla violenza che passa per normalità, alle derive autoritarie mascherate da sicurezza.
La memoria diventa così un testimone da raccogliere “senza polvere”, perché parla del presente e del futuro. Come ha detto Veltroni nel suo saluto finale: «È finito il tempo del disinteresse, del farsi spettatori. Oggi abbiamo di nuovo il dovere di prendere nelle nostre mani il destino nostro e delle generazioni che verranno».
Forte anche il messaggio di Roberto Carpentieri, Rsu Franco Tosi: «Il fascismo prolifera dove ci sono uomini indifferenti, noi contrastiamo questa deriva con una memoria consapevole e con la difesa degli ultimi, di chi si batte per un mondo più giusto». Dal lavoratore anche un augurio: «Quest’anno Legnano andrà a votare: speriamo che sul palco l’anno prossimo ci sia ancora un sindaco che non abbia vergogna di dichiararsi antifascista».
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