Processo Hydra, don Ciotti: “Le mafie si alleano serve una scossa alla società civile in Lombardia”
Don Luigi Ciotti a margine dell'incontro con gli studenti al Teatro Tirinnanzi, ha descritto una criminalità organizzata sempre meno rumorosa, tecnologica ed efficiente: "Grati alla DDA"
Il processo Hydra segna un punto di non ritorno nella lettura del fenomeno mafioso in Lombardia. Il riconoscimento giudiziario dell’alleanza stabile tra mafia, camorra e ’ndrangheta certifica ciò che da tempo magistratura e osservatori denunciavano: le organizzazioni criminali hanno superato i confini identitari e territoriali per diventare un unico sistema di potere, capace di agire in modo coordinato, silenzioso e profondamente integrato nell’economia legale.
Mafie 4.0: dall’intimidazione al management
Don Luigi Ciotti a margine dell’incontro con gli studenti al Teatro Tirinnanzi ha descritto una criminalità organizzata sempre meno rumorosa e sempre più efficiente: «Le mafie si sono messe insieme come emerge dall’operazione Hydra. Si sono messe insieme per fare delle operazioni, per il riciclaggio. Continuano a fare i loro giochi, i loro interessi, i loro guadagni, la gestione del loro potere separati, ma poi per il riciclaggio convergono in queste pseudo agenzie di servizio». Una scelta strategica che rende tutto più opaco e difficile da intercettare: «Così è tutto più sotto traccia, fanno meno chiasso, meno rumore».
Il lavoro della magistratura e il Nord che cambia
In questo scenario, il ruolo della magistratura diventa centrale. Don Ciotti ha voluto sottolineare con forza il valore dell’inchiesta e del processo: «È stato un grande lavoro della Direzione Antimafia proprio di Milano e in Lombardia dobbiamo essergliene molto, molto, molto grati. Io conosco questi magistrati, ho avuto modo di apprezzare questo lavoro». Ma Hydra non è un caso isolato. «Questa stessa situazione l’abbiamo trovata, ad esempio, in Piemonte, in altre parti di questo Nord», ha aggiunto, indicando una tendenza ormai consolidata: «Oggi le mafie sono più forti, più presenti a Nord».
Non solo più presenti, ma profondamente trasformate. «Si stanno rigenerando, sono su un altro livello, sono fortemente tecnologiche». E soprattutto cambiano i volti del comando: «I grandi capi non sono più quelli di una volta, sono manager, sono imprenditori, sono camuffati in questo modo».
La sfida per la società civile
Di fronte a mafie che evolvono e si mimetizzano, Don Ciotti richiama anche le responsabilità collettive: «Tocca anche a noi, società civile, cittadini, associazioni, movimenti. Prima una lettura dei cambiamenti e delle trasformazioni e secondo darci una mossa in più».
Un appello che riguarda soprattutto le nuove generazioni, spesso più attente e sensibili di quanto si voglia ammettere: «Sono belli i ragazzi come quelli del presidio studentesco di Legnano che sentono e si stimolano in questa direzione. Credo che siano dei segnali che noi dobbiamo sottolineare e riconoscere. È bello vederli che hanno voglia: non deludiamoli».
Giovani che se ne vanno, Paese che si svuota
Il discorso si allarga così a una crisi più profonda, che riguarda il futuro stesso del Paese. «Questa è un’Italia che si preoccupa dei giovani, ma non se ne preoccupa come si dovrebbe», denuncia Don Ciotti. I numeri parlano chiaro: «Noi siamo all’ultimo posto in Europa per gli under 35, una società sempre più adulta, anziana, e sempre con meno giovani».
Una condizione che spinge molti a partire: «Cresce il numero di giovani che vanno a cercare la sicurezza del loro futuro, di un lavoro, di una contribuzione che non sia precaria, che sia più certa, che garantisca di più». E qui arriva il confronto più scomodo: «Il numero, negli ultimi anni, di quelli che sono andati lontani impoverendo il nostro Paese è superiore a quello delle migliaia di ragazzi che sbarcano e che ci preoccupano dall’altra parte». Una domanda che resta sospesa: «Ci siamo posti davvero delle domande?».
Serve una visione
L’appello finale è politico e culturale insieme. «Se c’è un grande progetto che deve essere fatto nel nostro Paese», afferma Don Ciotti, «quando parlo di grandi progetti – Piano Mattei, eccetera – lo si faccia non per tamponare delle situazioni, ma come un progetto che abbia una visione e che abbia come vero protagonista i giovani».
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