Piazza Pulita bis, le difese chiedono l’assoluzione per gli imputati
L'ultima parola ora spetta al Tribunale in composizione collegiale presieduto dal giudice Giuseppe Fazio: la sentenza è attesa per lunedì 26 gennaio
Hanno chiesto l’assoluzione per i loro assistiti i difensori dell’ex dirigente per lo sviluppo organizzativo del Comune di Legnano Enrico Barbarese, del suo predecessore Enrico Peruzzi, dell’ex presidente di Amga Catry Ostinelli, dell’ex direttore di Euro.PA Mirko Di Matteo e dell’ex direttore generale di Amga Paolo Pagani, che lunedì 12 gennaio hanno provato a ribaltare la ricostruzione del pubblico ministero Nadia Calcaterra rispetto alla posizione dei cinque imputati, coinvolti nel secondo filone processuale nato dall’inchiesta “Piazza Pulita” che a maggio 2019 aveva decapitato la giunta a trazione leghista di Legnano.
L’inchiesta negli anni scorsi aveva portato alla condanna in primo grado dell’ex sindaco Gianbattista Fratus, del suo vice Maurizio Cozzi e dell’ex assessore alle Opere pubbliche Chiara Lazzarini, poi assolti in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano con una sentenza ormai passata in giudicato. Rimane invece ancora da scrivere la parola fine in calce alla vicenda giudiziaria per Barbarese, Di Matteo, Ostinelli, Pagani e Peruzzi, chiamati a rispondere dell’accusa di aver collaborato a vario titolo con i tre ex ammnistratori alla manipolazione del conferimento di un incarico di consulenza in Euro.PA, della selezione del dirigente per lo sviluppo organizzativo di Palazzo Malinverni e della nomina del direttore generale di AMGA.
Al centro delle arringhe dei difensori degli imputati ancora una volta il concetto di gara rilevante ai fini penali e soprattutto la possibilità di qualificare le procedure contestate come gara. Possibilità che per i legali che assistono gli imputati andrebbe esclusa; perché si possa parlare di gara, infatti, secondo la tesi delle difese servono «criteri di valutazione predeterminati», che devono costituire «lo strumento per arrivare alla formulazione di una graduatoria tra i candidati: presupposti che nel caso di specie non ci sarebbero, con il risultato di non poter «ritenere che si sia trattato tecnicamente di una gara».
Per i difensori, inoltre, alla base dei fatti contestati ai loro assistiti ci sarebbero «condotte che il pubblico ministero ha forzato» e che «devono essere lette diversamente», come dimostrerebbero chat e intercettazioni che «dicono qualcosa di totalmente diverso» rispetto alla ricostruzione portata in aula dalla Procura durante la requisitoria. L’ultima parola ora spetta al Tribunale in composizione collegiale presieduto dal giudice Giuseppe Fazio: la sentenza è attesa per lunedì 26 gennaio.










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