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Mons. Angelo Cairati: “Con il Natale seminiamo nei cuori motivi di speranza”

Nella omelia della messa vigiliare, il prevosto e decano di Legnano ha fatto riferimento al disagio giovanile invitando gli adulti a "rilasciare piccole luci che si accendono nei momenti bui della vita"

Messa della vigilia di Natale in Basilica a Legnano

Messe della vigilia di Natale in tutte le chiese del Legnanese. In città, celebrazioni dalle 21 a mezzanotte. Nella chiesa del Santo Redentore, alle 22, messa con una folta rappresentanza della Famiglia Legnanese.

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Messa della vigilia di Natale in Basilica a Legnano 4 di 4

In Basilica, alle 23, la messa concelebrata da mons. Angelo Cairati, prevosto e decano di Legnano, con i sacerdoti della parrocchia San Magno. Nella omelia, una premessa proprio sulla parola Natale “abusata dal mondo del commercio, con le sue luci illusorie”. Per questo, ecco l’invito ad usare piuttosto la parola “Incarnazione che meglio descrive il prendere dimora tra noi del Figlio di Dio, il suo prendere un corpo umano, cioè diventare persona come ciascuno di noi”.

“Ogni episodio evangelico – ha ricordato monsignore – ci mostra l’umanità di Gesù, la sua corporeità che si fa prossima, vicina, soprattutto alle fragilità che incontra, nelle parole che dice, nei gesti che compie, nei suoi silenzi, nella contemplazione dei fiori, delle piante, degli animali, nel commento alle Scritture e nelle invettive contro scribi e farisei, nella preghiera personale e solitaria, nel perdono all’adultera e nell’abbraccio ai bambini, nell’attenzione ai lavori quotidiani degli uomini, di pescatori, dei contadini, delle massaie, nel dare la vita col totale dono di sè”.

Nell’omelia, un riferimento all’attualità e al disagio giovanile: “Tra i nostri adolescenti è aumentato del 30% il disagio psicologico che si manifesta in varie forme. (…) Credo che il compito di noi adulti sia proprio quello ritrovare il gusto di introdurre i nostri ragazzi nella realtà, non semplicemente dando loro istruzioni per l’uso e l’inserimento in una società sempre più tecnologica, quanto insegnando loro ad accettare l’intrinseco limite che abita l’uomo, fatto di momenti belli ma anche brutti, di salute e di malattia, di affetti e di perdita delle persone care, di slanci e di cadute, si successi e fallimenti. Occorre però anche seminare nei loro cuori motivi di speranza, piccole luci che si accendono nei momenti bui della vita”. Di seguito la traccia completa del testo.

Tralasciamo per un momento la parola Natale per parlare dell’avvenimento che celebriamo oggi. Natale è parola scippata e abusata dal mondo del commercio, con le sue luci illusorie. Usiamo invece la parola Incarnazione che meglio descrive il prendere dimora tra noi del Figlio di Dio, il suo prendere un corpo umano, cioè diventare persona come ciascuno di noi. Il mio corpo sono io, e io sono un’unità psicosomatica. Dunque il cristianesimo è la religione del corpo, della fisicità, delle relazioni, del cammino dell’uomo nel tempo. Gesù si incarna per insegnarci a vivere da uomini, così come Dio ci ha pensati quando ha dato il via alla catena evolutiva, affinché fossimo felici, non oppressi, rancorosi e, col passare del tempo, disperati. Con questo non voglio dire che Gesù è semplicemente un modello di vita, anche se è certamente l’archetipo dell’uomo pensato da Dio. Il cristianesimo non è la religione delle buone maniere, del vivere in modo civile e urbano. Per questo basta una sana educazione familiare e sociale. Egli è la via per la nostra piena umanizzazione, fino al compimento, che è la vita eterna con lui. Da soli non ce la faremmo, per questo ci ha donato lo Spirito Santo che è in noi dal Battesimo e cerca alleanza con la nostra libertà, con il nostro libero arbitrio, affinché non precipitiamo nella brutalità e nella meschineria, nella disillusione che sfocia nella perdita di ogni speranza e nel cinismo.

Ogni episodio evangelico ci mostra l’umanità di Gesù, la sua corporeità che si fa prossima, vicina, soprattutto alle fragilità che incontra, nelle parole che dice, nei gesti che compie, nei suoi silenzi, nella contemplazione dei fiori, delle piante, degli animali, nel commento alle Scritture e nelle invettive contro scribi e farisei, nella preghiera personale e solitaria, nel perdono all’adultera e nell’abbraccio ai bambini, nell’attenzione ai lavori quotidiani degli uomini, di pescatori, dei contadini, delle massaie, nel dare la vita col totale dono di sé. Che umanità abita colui che entra nel Tempio e osa scacciare i venditori degli animali e rovesciare i tavoli dei cambiavalute? Che umanità manifesta l’uomo che accoglie pubblicani e peccatori, mangia con loro, si lascia avvicinare scandalosamente da una prostituta durante un banchetto in casa di un fariseo e riesce a vedere l’amore là dove tutti i commensali vedevano solo il peccato? Che uomo è colui che sa mostrare una libertà così profonda e così distante dalle paure, dalle adulazioni, dai timori reverenziali? Come diceva Joseph Moingt teologo e accademico di Francia: “ciò che Gesù ha di eccezionale non è di ordine religioso, ma umano”. Questo non svilisce la divinità del Cristo, ma rafforza l’idea che noi, in questa umanità di Gesù, dobbiamo incarnarci. Quello che ci chiede il mistero dell’Incarnazione di Gesù è certamente un cammino esigente. Un cammino che ha lo Spirito come guida e Cristo come fine.

Gesù ci insegna anche ad essere pronti all’impatto con la realtà. Essa ha il compito di educarci e fortificarci ponendoci delle resistenze. Prima ancora che condurci a contestare la realtà esterna, gli altri, l’autorità, prima di iniziare processi di colpevolizzazione, va messo in contro che tutto questo fa parte del gioco della vita. La realtà ci resiste. Inutili sono i tentativi di fuga da essa, sono mere illusioni. Gesù nel duro compito del vivere ci ha mostrato una via, un senso ultimo: lui è il filo rosso che lega i nostri giorni, da lui impariamo ad accettare il limite costitutivo dell’umano, in lui troviamo speranza di superare ciò che mai nessuna tecnologia trans e post umana potrà realizzare: vincere la morte.

La pandemia ha fatto emergere nuove inedite povertà. Segnalo quella più evidente, oltre all’iniquo aumento delle utenze e alla perdita di lavoro di molti a causa delle delocalizzazioni o quant’altro, sacrificati sull’altare del profitto. Tra i nostri adolescenti è aumentato del 30% il disagio psicologico che si manifesta in varie forme: dall’autoimporsi una clausura paralizzante nel proprio appartamento, alla rabbia che esplode nei fine settimana, ai disagi alimentari, all’aumento dell’uso di stupefacenti e quant’altro. Ritorno e concludo sul discorso della realtà che ci pone con durezza dei limiti invalicabili. Credo che il compito di noi adulti sia proprio quello ritrovare il gusto di introdurre i nostri ragazzi nella realtà, non semplicemente dando loro istruzioni per l’uso e l’inserimento in una società sempre più tecnologica, quanto insegnando loro ad accettare l’intrinseco limite che abita l’uomo, fatto di momenti belli ma anche brutti, di salute e di malattia, di affetti e di perdita delle persone care, di slanci e di cadute, si successi e fallimenti. Occorre però anche seminare nei loro cuori motivi di speranza, piccole luci che si accendono nei momenti bui della vita.

La narrazione non del Natale, ma dell’Incarnazione dell’uomo-Dio Gesù, della sua breve ma significativa vicenda umana, non può essere relegata al catechismo infantile, ma deve essere loro proposta da una comunità di adulti che la abita, che in essa dimora già da tempo e con la vita quotidiana sà sprigionare il fascino di questo incontro, e pur nella fatica, delle modalità di perseverare in esso.

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Pubblicato il 25 Dicembre 2021
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